Una violenza brutale, gratuita e trasformata in spettacolo. È questo il quadro inquietante emerso dall’indagine che, all’alba di oggi, ha portato i Carabinieri della Compagnia di Gioia Tauro a eseguire un’ordinanza di misura cautelare personale nei confronti di cinque giovani, di età compresa tra i 20 e i 22 anni. Il provvedimento, emesso dal G.I.P. del Tribunale di Palmi su richiesta della Procura della Repubblica guidata da Emanuele Crescenti, ha disposto gli arresti domiciliari per tre indagati e l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per altri due.

A colpire gli inquirenti è stata soprattutto la ferocia delle condotte e la loro sistematica documentazione. «Se gli dai una coltellata questo video diventa virale»: è una delle frasi choc intercettate nei filmati sequestrati, simbolo di una deriva in cui la violenza non è più solo agita, ma deliberatamente messa in scena per ottenere visibilità.

Nel corso della conferenza stampa, il procuratore Emanuele Crescenti ha sottolineato la complessità dell’indagine, avviata quando alcuni degli indagati erano ancora minorenni. «È stata un’attività approfondita, lunga e anche difficile – ha spiegato – non solo sotto il profilo repressivo ma anche territoriale». Un lavoro reso ancora più complicato dalla persistente omertà: «Si è registrata una ritrosia timorosa alla collaborazione con le autorità, ma siamo riusciti comunque a penetrare questo muro».

Secondo quanto emerso, le azioni del gruppo non avevano un reale movente economico. «Non c’è un ritorno criminale – ha evidenziato Crescenti – ma una violenza quasi gratuita, con un forte bisogno di imporsi sul territorio e di esibirsi, anche sui social». Un fenomeno che richiama dinamiche da fiction criminale, ma che nella realtà assume contorni ancora più preoccupanti.

Le vittime erano persone particolarmente vulnerabili: un disabile e altri soggetti con gravi difficoltà, anche legate a dipendenze. Gli indagati si introducevano nelle abitazioni, talvolta arrampicandosi dalle grondaie, fingendosi carabinieri e minacciando le vittime con armi, arrivando persino a compiere atti di crudeltà sugli animali. «Sono episodi che non hanno alcun vantaggio, se non quello di essere filmati – ha aggiunto il procuratore – ed è questo l’aspetto più allarmante».

Un elemento che ha colpito gli investigatori è stata anche la reazione degli indagati al momento dell’arresto: «Quello che sorprende – ha detto Crescenti – è la mancanza di consapevolezza del disvalore delle proprie azioni. Restano quasi stupiti, come se si trattasse di uno scherzo».

Nel corso dell’incontro con la stampa sono intervenuti anche il Capitano Nicola De Maio, il dottor Letterio De Domenico, il generale Cesario Totaro e il tenente colonnello Carmine Mungiello.

Il Capitano Nicola De Maio ha posto l’accento sul ruolo fondamentale del presidio territoriale: «Abbiamo svolto la missione più pura, quella di ascoltare i fragili. Le vittime appartenevano alle fasce più deboli della popolazione e hanno trovato accoglienza nella stazione dei Carabinieri. Questo, da comandante ma anche da cittadino, mi rende orgoglioso».

L’indagine ha inoltre evidenziato l’importanza crescente delle competenze informatiche nelle attività investigative. I social network, ha ricordato Crescenti, rappresentano ormai «un territorio a tutti gli effetti», che richiede presenza e capacità di analisi da parte delle forze dell’ordine.

Resta infine il nodo culturale. «Oggi – ha concluso il procuratore – assistiamo a una omogeneità di comportamenti trasversale a tutti gli strati sociali, con una forte spinta a mostrarsi e a ottenere consenso attraverso l’esibizione. La speranza è che, accanto alla repressione, queste azioni possano avere anche una funzione di recupero».

Un’indagine che, oltre agli aspetti giudiziari, apre dunque uno spaccato profondo e inquietante su una generazione in cui la ricerca di visibilità può trasformarsi in violenza estrema.