Dopo oltre due decenni di processi la Suprema Corte scagiona definitivamente l’unico imputato rimasto nel processo sul delitto accaduto vicino lo svincolo dei Due Mari. Lo scorso anno erano stati assolti in appello Vincenzino e Giuseppe Fruci
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La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla Procura generale sull’assoluzione del collaboratore di giustizia Francesco Michienzi in merito all’omicidio dell’avvocato Torquato Ciriaco, avvenuto il primo marzo 2002 mentre il legale lametino stava guidando la propria auto in località Calderaro vicino allo svincolo dei Due Mari.
A distanza di 24 anni resta, dunque, senza colpevoli la vicenda della morte violenta dell’avvocato.
Lo scorso 28 marzo la Corte d’Assise d’appello di Catanzaro – giudici Antonio Battaglia e Paola Ciriaco – aveva assolto dall’accusa di essere gli esecutori materiali dell’omicidio dell’avvocato Torquato Ciriaco, gli imputati Vincenzino Fruci, Giuseppe Fruci e il collaboratore di giustizia Francesco Michienzi.
Un travagliato iter giudiziario
Si trattava dell’appello di bis di un lungo e travagliato procedimento che in primo grado aveva visto l’assoluzione degli imputati. Nel primo processo d’appello la sentenza era stata ribaltata con la condanna a 30 anni per i fratelli Fruci; il collaboratore Michienzi, che con le sue dichiarazioni – poi smentite dallo stesso e dal suo legale – aveva dato la stura alle indagini, era stato invece condannato a 7 anni e 4 mesi. In seguito al ricorso delle difese in Cassazione, a dicembre 2022 la Suprema Corte aveva annullato con rinvio la sentenza. Si era aperto, così, un lungo dibattimento terminato il 28 marzo 2025 con l’assoluzione, per non aver commesso il fatto, delle tre persone coinvolte.
Oggi la notizia che la Suprema Corte ha scagionato da ogni responsabilità anche Michienzi.
L’avvocato Torquato Ciriaco è stato assassinato il primo marzo 2002 mentre stava guidando la propria auto in località Calderaro vicino alla svincolo dei Due Mari. La vettura dell’avvocato è stata affiancata da un’auto dalla quale i killer hanno fatto partire i colpi che hanno trucidato la vittima.
Secondo le ricostruzioni accusatorie, che oggi sono state demolite, il delitto sarebbe maturato nell’ambito della cosca Anello-Fruci per impedire l’acquisto di una cava che doveva essere destinata a persone vicine alla consorteria.

