Dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia il collaboratore di giustizia ha ripercorso lo scontro con la famiglia Emanuele per il controllo del territorio, i pedinamenti a Dasà e le alleanze tra i diversi clan. Sui Maiolo di Acquaro: «Dovevamo eliminare anche loro»
Tutti gli articoli di Cronaca
PHOTO
Deposizione del collaboratore di giustizia Walter Loielo, alias “Batteru”, 31 anni, di Gerocarne, nel processo nato dall’operazione antimafia Habanero contro il clan Maiolo di Acquaro in corso dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia presieduto dal giudice Gabriella Lupoli (a latere i giudici Margherita Aazzolini e Claudia De Santi). Rispondendo alle domande del pubblico ministero, Andrea Buzzelli, l’esame ha fatto riferimento a dei verbali di interrogatorio resi dal collaboratore con la Dda di Catanzaro il 28 settembre 2020 e il 13 ottobre del 2020. “Ho fatto parte sin dal 2012 del clan Loielo i cui principali esponenti sono Rinaldo Loielo, il fratello Valerio, Giuseppe Loielo e Rinaldino Loielo, il figlio di Vincenzo. Tale gruppo voleva riprendersi il potere sul territorio e vendicare padre e zii uccisi dalla famiglia Emanuele. Per conto del gruppo Loielo ho commesso un tentato omicidio ai danni di un macellaio di Palmi. Era uno scambio di favori tra il clan Loielo con Federico e Davide Surace”. Un particolare del tutto inedito, quello del tentato omicidio del macellaio e della chiamata in causa dei Surace da parte di Walter Loielo sul quale l’esame del pm non si è soffermato in tale occasione che ha avuto invece al centro il clan Maiolo di Acquaro.
Walter Loielo ha quindi ammesso in aula di essersi macchiato dell’omicidio del padre Antonino Loielo (con il cadavere nascosto nei boschi di Ariola), fatto di sangue per il quale il 25 giugno scorso è stato condannato dalla Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro a 9 anni e 10 mesi di reclusione in luogo dei 20 anni inflitti in primo grado. “Il gruppo Loielo voleva riprendersi il controllo del territorio di Gerocarne, Ariola, Savini, Soriano, Pizzoni e Vazzano. Dovevamo uccidere tutti i nemici, cioè la famiglia Emanuele e tutti quelli che erano con loro. I principali esponenti erano Gaetano Emanuele, Bruno Emanuele, suo cognato Linuccio e poi tutte le altre persone che erano sotto di loro: i fratelli Zannino, Zupo, Tassone e tante altre persone che se le devo elencare non finiamo più. Con loro c’erano anche i Maiolo di Acquaro. Io direttamente non conoscevo gli Emanuele, ho incontrato solo Gaetano Emanuele in carcere”.
Walter Loielo sui Maiolo
Il collaboratore di giustizia è quindi passato a spiegare la composizione del gruppo Maiolo di Acquaro. “Erano due fratelli, Angelo e Francesco i cui genitori erano stati uccisi dai miei parenti più vecchi. Rinaldo Loielo, il figlio dell’ucciso Giuseppe Loielo, mi diceva che Angelo e Francesco Maiolo erano dei soldati degli Emanuele. Anche i Maiolo, che operavano su Acquaro e Dasà, per il mio gruppo rappresentavano degli obiettivi da colpire, non era niente di urgente in confronto agli altri, però erano dei bersagli da colpire che rientravano nel progetto di espansione del clan Loielo. Sotto dei Maiolo c’erano Vincenzo Pisano, che abitava ad Ariola, e un altro che si chiamava Checco di cui non ricordo il cognome, forse Capomolla. Ogni volta che andavamo a Dasà o Acquaro ci pedinavano, parliamo degli anni 2017 e 2018. Non ho avuto nulla a che fare con i Maiolo, ma sicuramente si occupavano di cose illecite come gli altri, di certo non andavano a lavorare”.
Quindi il riferimento ad Antonio Altamura, lo storico capo del “locale” di ‘ndrangheta di Ariola di Gerocarne (condannato con sentenza definitiva), altro bersaglio da colpire secondo le dichiarazioni di Walter Loielo. “Era un vecchietto ed era odiato da Rinaldo Loielo allo stesso modo di come odiava gli Emanuele. Non so che ruolo preciso rivestisse Antonio Alatamura, ma so che c’entrava pure lui con la morte del padre e dello zio di Rinaldo. Comandava ad Ariola, lo dicevano i miei parenti, ma più di questo non so. C’è stato pure un episodio accaduto a mio padre quando gli avevano cercato dei soldi la famiglia Emanuele e poi ha risolto la cosa Antonio Altamura. Checco Capomolla faceva invece parte dei Maiolo e ne ho avuto conferma quando dovendo comprare una pistola, un mio amico mi disse di non comprarla da questo Checco perché era un soldato dei Maiolo e, quindi, un nemico del mio gruppo”.
Il tentato omicidio di Walter Loielo
Rispondendo alle domande del pm, il collaboratore ha poi ricordato di essere rimasto vittima di un tentato omicidio. “Era novembre 2015 e dopo che eravamo stati a Gerocarne, a prendere a male parole uno del gruppo degli Emanuele, ce ne stavamo andando a casa e ci siamo visti una macchina dietro di sera, nel buio, che ci ha sparato addosso. Erano a bordo di una 500 rossa guidata da Alessio Sabatino, cugino di Vincenzo Sabatino, la persona che avevamo affrontato poco prima a Gerocarne. Nella sparatoria hanno ferito mio cugino Rinaldo di striscio alla spalla, mentre a me un proiettile ha rotto la mandibola e mi hanno preso pure un pò alla spalla. Eravamo andati a Gerocarne poiché con un numero anonimo prendevano in giro Valerio Loielo e con un’applicazione sul telefono abbiamo scoperto che il numero che chiamava era di Vincenzo Sabatino. C’eravamo organizzati per portarlo vivo a casa nostra, poi chiamare altre due persone tra di loro e uccidere tutti e tre. Poi, non so perché, i miei parenti hanno cambiato idea e arrivati là l’abbiamo solo sgridato a Vincenzo Sabatino e preso per il collo e ce ne siamo andati”.
Rispondendo alle domande dell’avvocato Sandro D’Agostino, il collaboratore ha quindi spiegato di essersi dedicato inizialmente ai furti in paese. “Rubavo quello che trovavo, qualche motorino, qualche motosega, i decespugliatori, la legna. Mi occupavo pure di spostare le armi dei miei parenti, mi prendevo cura e le andavo a pulire, a spostare, ed erano nascoste vicino casa dei miei parenti. Nessuno di loro era stato affiliato o battezzato nella ‘ndrangheta, tranne Rinaldo Loielo e mio fratello Cristian. Era Rinaldo Loielo che nel mio gruppo decideva a chi bisognava sparare o meno. Dopo la decisione ognuno si poteva armare e andare a sparare ai nemici. Non importava più mettersi d’accordo, basta che lo uccidevamo poteva andare chi voleva. Il primo che si svegliava, andava e uccideva, non è che c’era un orario, una ulteriore decisione”. Quanto a reati specifici sul territorio da attribuire ai Maiolo, il collaboratore non ha però saputo indicare nulla. Rispondendo alle domande dell’avvocato Gervasi, Walter Loielo ha infine riferito che in due occasioni è stato personalmente seguito in auto da Angelo Maiolo “e altri due o tre di loro, non ricordo di preciso”, mentre altre volte sarebbero stati i fratelli del collaboratore – Ivan e Giuseppe Loielo – ad essere seguiti in automobile nei territori di Acquaro e Dasà.





