Deposizione del collaboratore di giustizia che si è soffermato sul piano per far evadere il boss Bruno Emanuele, sull’intenzione di eliminare Pantaleone Mancuso e sulle affiliazioni degli appartenenti al gruppo del broker della cocaina Vincenzo Barbieri
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Ha deposto anche il collaboratore di giustizia Raffaele Moscato, killer del clan dei Piscopisani, nel processo nato dall’operazione antimafia Habanero contro il clan Maiolo di Acquaro in corso dinanzi al Tribunale di Vibo Valentia. “Ho iniziato a collaborare nel marzo del 2015 perché ero stanco di fare quella vita nella cosca dei Piscopisani e ho voluto cambiare radicalmente vita, intraprendendo una vita con delle regole, vivendo in onestà. Quando deciso di collaborare – ha spiegato Moscato rispondendo alle domande del pm della Dda Andrea Buzzelli – ero detenuto in custodia cautelare a Bologna per omicidio. I Maiolo sono una famiglia che sta dalle parti di Dasà e Acquaro, ma operavano pure a Pescara, ed era una famiglia di ‘ndrangheta vicina al mio ex clan di appartenenza, cioè i Piscopisani. Trafficavano in erba e cocaina e da loro si è rifornito anche Rosario Battaglia. La mia conoscenza dei Maiolo come famiglia di ‘ndrangheta risale a quando ero ragazzino, perché dalla parte di mia madre io provengo da Gerocarne, sono parente degli Idà, e quindi i Maiolo erano già alleati con il gruppo Emanuele di Gerocarne. La sorella di mia mamma ha sposato un fratello del padre di Linuccio Idà. Quando cresco – ha affermato Moscato – vengo a conoscenza personalmente dei Maiolo, facendo parte del gruppo dei Piscopisani. Sono andato diverse volte a trovare direttamente a casa sua Angelo Maiolo per mandare imbasciate per conto di Rosario Battaglia e, prima che morisse, anche per conto di Francesco Scrugli”. Il riferimento è a Rosario Battaglia, ritenuto uno dei vertici del clan dei Piscopisani (condannato in via definitiva quale mandante dell’omicidio di Fortunato Patania di Stefanaconi freddato nel settembre 2011 proprio da Moscato), e a Francesco Scrugli, quest’ultimo ucciso in un agguato nel marzo 2012 nel quartiere Pennello di Vibo Marina dove restarono feriti gli stessi Battaglia e Moscato che a Scrugli si accompagnavano.
“Ho conosciuto anche il cugino di Angelo Maiolo che si chiama Francesco Capomolla. Francesco Maiolo, fratello di Angelo, si trovava detenuto e per questo non l’ho conosciuto. Su Gerocarne, invece, la famiglia Idà l’ho sempre conosciuta come una famiglia di ‘ndrangheta, soprattutto Linuccio Idà che si occupava lui del territorio di competenza in mancanza dei fratelli Bruno e Gaetano Emanuele ed era alleato stretto a noi dei Piscopisani fino al giorno prima che lo arrestassero. Linuccio Idà era il personaggio più di rilievo su Gerocarne, Sorianello e Soriano. Il cugino Francesco Idà bazzicava pure lì nell’ambiente, ma Linuccio aveva un rilievo ben maggiore”.
L’appostamento per far evadere Bruno Emanuele
Raffaele Moscato ha quindi raccontato che il clan degli Emanuele-Idà di Gerocarne, temendo che il boss Bruno Emanuele venisse condannato definitivamente all’ergastolo e spedito in regime di 41 bis (carcere duro) aveva pianificato un’evasione. “Ci siamo organizzati per pianificare l’evasione di Bruno Emanuele sia il gruppo degli Emanuele che noi Piscopisani. Abbiamo fatto appostamenti a Cosenza, a Cassano insieme alla famiglia dei Forastefano, dove doveva passare Bruno Emanuele. Un giorno ci siamo appostati con le armi, con dei kalashnikov, dei fucili, un furgone rubato, motociclette e macchine rubate. Indossavamo giubbotti antiproiettili e il furgone della penitenziaria doveva passare da Cassano, proprio dal punto dove eravamo appostati noi. Con me c’erano Angelo David, Stefano Farfaglia e Pasquale Fiorillo che ci ha accompagnato, figlio di quel Fiorillo che i Patania hanno ammazzato sul trattore. Bruno Emanuele doveva accusare una specie di malore e doveva fingere di dover andare in bagno urgente. Da lì sarebbe sceso dal furgone, portato in bagno in un autogrill e noi a quel punto dovevamo intervenire per liberarlo. Avevamo già preparato con Giovanni Emmanuele e Pasquale Forastefano il posto dove tenerlo e tutto quanto, ero io a occuparmi per conto dei Piscopisani del piano di liberazione di Bruno Emanuele, solo che il furgone della polizia penitenziaria non si è fermato nell’autogrill e, quindi, l’evasione è saltata. Ci abbiamo provato altre volte, anche con Gaetano Emanuele – aggiunge il collaboratore – e alla fine volevamo liberare Bruno Emanuele pure dentro al Tribunale. Dopo la mia collaborazione a Bruno Emanuele gli è stato però notificato il 41 bis e in più è andato all’ergastolo in via definitiva. Nel gruppo Emanuele a saper usare le armi e ad andare a sparare c’era pure Tassone che avevano ferito quando è morto Filippo Creavolo di Soriano”. Chiaro il riferimento a Domenico Tassone, reale bersaglio del clan Loielo quando per errore è stato assassinato il diciannovenne Filippo Ceravolo.
L’alleanza con i Maiolo per colpire i Patania e Mancuso
I solidi legami tra il clan dei Piscopisani e il clan degli Emanuele si sarebbero ancor di più rinforzati per via di un nemico comune: il boss di Nicotera e Limbadi Pantaleone Mancuso, detto Scarpuni. “Gli Emanuele si erano messi a disposizione per qualsiasi cosa che servisse a noi Piscopisani nella faida contro i Patania di Stefanaconi. Potevano anche gli stessi Emanuele-Idà andare ad ammazzare i Patania oppure colpire Pantaleone Mancuso, erano a disposizione gli Emanuele. Anzi Bruno Emanuele ci aveva fatto sapere dal carcere che se fosse riuscito ad evadere avrebbe ucciso lui personalmente Pantaleone Mancuso, Scarpuni, a Nicotera, senza appoggio e senza niente e, poi, si sarebbe buttato su una montagna a fare la latitanza”.
Raffaele Moscato ricorda quindi di essersi recato con “Sarino Battaglia, in una campagna a Dasà insieme a Angelo Maiolo e Francesco Capomolla e anche loro si erano messi a completa disposizione dei Piscopisani per uccidere i Patania di Stefanaconi pure nel paese di Francica dove i Patania si recavano spesso in banca. Mi avevano detto – ha raccontato Moscato – che sia Angelo Maiolo che Francesco Capomolla erano uomini di azione, gente che sparava. Angelo Maiolo era il vertice assoluto nel territorio di Dasà e Acquaro ed era legatissimo agli Emanuele poiché è stato proprio il gruppo degli Emanuele ad aiutare il gruppo di Angelo Maiolo a vendicare la morte dei propri familiari. Anni prima in una faida erano rimasti vittime il papà di Angelo Maiolo, uno zio e qualche parente. Il gruppo degli Emanuele aveva quindi dato una spinta, una mano ai Maiolo per riprendersi un’altra volta il territorio e vendicarsi. I Maiolo nel loro territorio si occupavano di estorsioni, traffico di droga, taglio boschivo, usura. Io incontravo Angelo Maiolo in un bar del suo paese. Suo fratello, Francesco Maiolo, nell’ambiente criminale era pure riconosciuto e rispettato da tutti”.
Le affiliazioni in carcere
Raffaele Moscato è poi passato a spiegare alcune affiliazioni alla ‘ndrangheta avvenute – stando al suo racconto – in carcere per gli appartenenti al gruppo del broker della cocaina Vincenzo Barbieri, quest’ultimo assassinato nel marzo del 2011 a San Calogero. “Del gruppo di Barbieri noi dei del gruppo dei Piscopisani, cioè io stesso e Rosario Battaglia, abbiamo battezzato nella ‘ndrangheta Antonio Franzè, che quindi ce lo siamo portati dalla nostra parte. Eravamo nel carcere di Lanciano e poi dovevamo battezzare pure a Giuseppe Topia, ma non c’era nello stesso carcere. Giorgio Galiano, ex genero di Barbieri, è stato invece battezzato nella ‘ndrangheta con la dote dello sgarro da Angelo Maiolo in carcere a Frosinone e faceva quindi parte del locale dei Maiolo. Per battezzare Antonio Franzè nel locale dei Piscopisani – ha spiegato Raffaele Moscato – abbiamo mandato un’imbasciata ad un suo parente, detto lo Svizzero, che era il contabile del locale di ‘ndrangheta di Vibo Valentia guidato da Carmelo Lo Bianco. Antonio Franzè è infatti di Vibo Valentia e quindi la competenza per essere affiliato nella ‘ndrangheta doveva passare dal locale di quel territorio. Quando nel 2013 abbiamo formato il nuovo locale di ‘ndrangheta di Piscopio, lo Svizzero, poi deceduto, mandò un’imbasciata, forse tramite Giovanni Battaglia, affinchè questo suo cugino Antonio Franzè venisse battezzato a Piscopio. Si era messo in mezzo anche Antonio Pardea, detto U Ranisi, detenuto nel nostro stesso carcere, il quale sosteneva che Antonio Franzè doveva essere battezzato da loro, da quelli di Vibo, ma ormai lo avevamo battezzato noi Piscopisani con la dote dello sgarro. Contemporaneamente in altro carcere i Maiolo avevano conferito analoga dote a Giorgio Galiano. Sia Franzè che Galiano erano attivi nel narcotraffico. A Piscopio la dote dello sgarro viene data solo a chi si macchia di fatti di sangue, minimo un tentato omicidio. Ad Antonio Franzè è stato invece dato lo sgarro solo ed esclusivamente per il titolo, perché era un fuoriclasse a livello di stupefacenti e poteva fare guadagnare tanti soldi al locale di ‘ndrangheta. Stessa identica cosa per lo sgarro dato a Giorgio Galiano, ottenuto esclusivamente perché lui era il genero di Vincenzo Barbieri e i contatti che aveva il suocero li aveva pure lui e, quindi, serviva molto ad un locale di ‘ndrangheta perché portava milioni”. Raffaele Franzè, detto “Lele u Svizzeru”, ritenuto in vita il “contabile” del clan Lo Bianco, è deceduto nel maggio del 2019, mentre il boss Carmelo Lo Bianco, detto Piccinni, è deceduto nel marzo 2014. Antonio Franzè non figura tra gli imputati dell’operazione Habanero, mentre Giorgio Galiano figura tra gli imputati di Habanero ma con il rito abbreviato ( la Dda ha già chiesto per lui la condanna a 12 anni con l’accusa di essersi affiliato al clan Maiolo). Giorgio Galiano, Antonio Franzè e Giuseppe Topia - già stati coinvolti condannati nell’operazione “Meta 2010” contro il narcotraffico internazionale di cocaina - si trovano invece attualmente imputati nel processo nato dall’operazione “Adelfi”, in corso dinanzi al Tribunale di Vibo, relativo ad importazioni di cocaina dal Sud America.




