Report e il segreto dell’agenda rossa di Borsellino. La pista giusta arriva da Reggio Calabria?

La trasmissione d’inchiesta ha fatto emergere la possibilità che più di qualcuno possa avere la documentazione del giudice. Informazione che si collega alle parole del boss Graviano al processo ‘Ndrangheta stragista. Sullo sfondo le stragi, la trattativa Stato-mafia e il ruolo di Berlusconi

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di Consolato Minniti
7 gennaio 2021
15:02

«Lei potrà trovare l’agenda rossa, dottore Lombardo». È il 7 febbraio 2020 quando il boss Giuseppe Graviano, in videoconferenza dal carcere dove sconta la sua condanna al 41-bis, si rivolge al procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo. Ha il piglio di chi conosce bene l’argomento, Graviano.

Lui, riconosciuto boss stragista, è imputato con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo e di essere l’ispiratore della strategia della tensione che portò agli agguati contro gli appartenenti all’arma dei carabinieri. Accusa ritenuta fondata dalla Corte d’Assise di Reggio Calabria, con la condanna all’ergastolo, sia per Graviano che per Rocco Santo Filippone.


E sono tanti e tali i tasselli che s’incrociano fra Reggio Calabria e Palermo, che diventa ormai difficile parlare solo di stragi mafiose siciliane o di Cosa Nostra. La ‘Ndrangheta ne è entrata a far parte a pieno titolo, utilizzando quella “falsa politica” in grado di farla rimanere inabissata per decenni. Ma ora la storia sta presentando il conto.

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L'agenda rossa di Borsellino

E l’argomento dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, scomparsa pochi minuti dopo l’esplosione di via D’Amelio, è stato uno dei capisaldi della trasmissione “Report”, in onda lunedì su Rai3. L’inchiesta giornalistica della redazione si è basata soprattutto sul tema dell’agenda rossa e su chi ne sia il detentore. Tutti sanno ormai che sull’agenda di Borsellino c’erano scritti degli appunti scottanti, probabilmente nomi, cognomi e fatti che avevano portato all’uccisione di Giovanni Falcone, così come a quella che è stata ribattezzata come “trattativa Stato-mafia”.

Per i telespettatori di Report, dunque, si è trattato di una novità assoluta sentire quei servizi nei quali si faceva cenno all’agenda rossa ed alla possibilità che qualcun altro la potesse detenere. In verità, chi ha seguito l’istruttoria dibattimentale del processo ‘Ndrangheta stragista e poi soprattutto la requisitoria del pm Lombardo, ha potuto comprendere a piene mani, e con un anticipo di diversi mesi, ciò che Report è andato a scandagliare bene a livello nazionale.

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Le parole di Baiardo 

Ma cosa è andato in onda di così importante nella trasmissione Rai? Di certo la testimonianza di Salvatore Baiardo, gelataio piemontese di origini siciliane che, agli inizi degli anni ’90, curò la latitanza dei fratelli Graviano. Baiardo riferisce degli incontri avvenuti fra Graviano e Silvio Berlusconi, sui quali lo stesso boss siciliano aveva riferito nel processo a Reggio Calabria.

«Sono stati più di tre, io li ho visti», spiega Baiardo, il quale rivela poi come già fra il 1991 ed il 1992 si parlasse dell’ingresso in politica di Berlusconi. Poi ecco la rivelazione più scottante: l’agenda rossa di Paolo Borsellino sarebbe in mano a «più persone, tra cui Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro, e non solo». Baiardo narra di un incontro a Orta, in cui lo stesso avrebbe visto l’agenda.

Ora, se per un verso le parole di Baiardo, tutte da verificare, portano a ritenere improbabile che Cosa nostra fosse interessata all’agenda rossa di Borsellino, per altro verso, però, è chiaro come le parole dette da Graviano a Lombardo facciano riflettere: come poteva il boss di Cosa nostra essere così sicuro di poter far recuperare l’agenda rossa al magistrato? È forse proprio perché Graviano sa di poter disporre di una copia dell’agenda? Lo ricordiamo, come primaria condizione il boss siciliano pose una nuova ricerca della verità sulla morte del padre. Ma bisogna vedere fino a che punto Graviano sia disponibile ad andare fino in fondo a questa storia. E, dunque, l’interrogativo di fondo rimane: Baiardo parla perché vuole raccontare delle verità nascoste o solo per fare da sponda a Graviano? Il dubbio è lecito, considerato l’atteggiamento passato dell’ex gelatiere vicino al boss.

Anche alla luce delle parole riferite dal procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, il quale ha detto chiaramente a Report che «non bastava uccidere Paolo Borsellino. Perché se Paolo Borsellino fosse morto, ma fosse stata recuperata l’agenda rossa in cui aveva annotato tutto, la sua morte sarebbe stata inutile». Non è un caso che Scarpinato ricordi come in via D’Amelio, prima ancora della Polizia, ci fossero uomini dei servizi segreti che «si disinteressarono completamente dei feriti e dei morti», interessandosi invece all’auto di Borsellino, ancora in fiamme, alla ricerca della borsa con l’agenda rossa.

Ma le parole di Baiardo sono una novità assoluta? No, almeno per chi ha seguito bene il processo ‘Ndrangheta stragista, dove il procuratore Giuseppe Lombardo aveva fatto confluire le dichiarazioni Baiardo all’interno di una informativa della Dia. Poi, sebbene chiamato a testimoniare dalla difesa di Graviano, fu il direttore della Dac, Francesco Messina, a riferire particolari interessanti su Baiardo, Graviano e Berlusconi nel corso del processo. Proprio Messina è stato sentito anche dai giornalisti di Report. 

Gladio, le leghe meridionali e la Falange armata 

Diverso è il materiale che proviene dal processo celebratosi a Reggio Calabria. Lo dimostrano le dichiarazioni del procuratore aggiunto Lombardo, quando questi, durante la requisitoria, ribadiva come «in questa nazione si sono mosse, a fianco alle mafie, una serie di forze che nel contatto con le mafie diventano mafiose. In quel periodo storico c'è stato il tentativo di mantenere inalterato un sistema che si era stabilizzato in molti anni. Un sistema formato da una serie di soggetti, alcuni buoni e alcuni cattivi, che doveva impedire un ruolo di peso al cosiddetto blocco comunista. Ecco perché tutta quella parte di istruttoria dedicata alle leghe meridionali, alle operazioni Stay Behind, al ruolo di Gladio». Così la trasmissione ha approfondito la morte dell’ex presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella, con il coinvolgimento di figure dell’estrema destra ed appartenenti a Gladio, come emerse dalle indagini di Giovanni Falcone.

Ma non solo: c’è stato spazio anche per tornare sulla trattativa Stato-mafia, la nascita di movimenti come Sicilia Libera, con obiettivi autonomisti e poi la convergenza piena e completa dentro Forza Italia. Ma anche figure di spicco di quell’epoca come Bruno Contrada, poliziotto che indagò sulle stragi, ma che viene ritenuto dalle procure che indagano sulle stragi un collante fra servizi e criminalità organizzata. Tanto da essere oggetto di perquisizione proprio nel giorno in cui fu eseguita l’operazione ‘Ndrangheta stragista.

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Altre figure come quelle di Arnaldo La Barbera e Giovanni Aiello sono state messe in evidenza. Anche in questo ultimo caso, si tratta di una di quelle figure, faccia di mostro, già balzata agli onori della cronaca anche nel processo di Reggio Calabria e sulla quale diversi collaboratori di giustizia reggini hanno riferito, come Lo Giudice e Villani. Quest’ultimo, intervistato da Report, ha anche spiegato che «dietro le stragi in Sicilia e anche in Calabria, e tutto quello che è successo in Italia, c’erano i servizi segreti deviati che partecipavano all’interno istigando, diciamo, queste situazioni». E Villani non è certo l’ultimo arrivo, essendo l’autore materiale del duplice omicidio Fava-Garofalo e degli altri agguati ai carabinieri.

Sempre Report ha trattato argomenti collegati a questi fatti come il mancato arresto di Provenzano nel 1995, a Mezzojuso, la morte di Luigi Ilardo, confidente interno a Cosa nostra pronto a divenire collaboratore prima di essere barbaramente ucciso in circostanze ancora da chiarire, nonché una sigla misteriosa: Falange armata. Anche qui, a Reggio Calabria se ne è parlato tantissimo nel corso del processo ‘Ndrangheta stragista, essendo quella sigla direttamente collegata a quanto avvenne nel periodo degli attentati in Calabria. Una trasmissione di sicuro interesse, dunque, soprattutto per chi si è perso il processo celebrato davanti alla Corte d’Assise di Reggio Calabria e da cui potrebbero scaturire ancora non poche novità se Graviano decidesse davvero di parlare e raccontare le sue verità.

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