Il maxiprocesso alla ’ndrangheta

Rinascita Scott, il pentito Arena: «La coltellata al direttore della Bnl ciò di cui mi vergogno di più»

Continuano i riconoscimenti fotografici del collaboratore di giustizia, che passa in rassegna ulteriori prime e seconde linee della criminalità vibonese

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di Pietro Comito
3 agosto 2021
18:58

Gli ulteriori riconoscimenti fotografici effettuati da Bartolomeo Arena nel maxiprocesso Rinascita Scott riguardano altre prime e seconde linee della geografia mafiosa del Vibonese. Il collaboratore di giustizia, incalzato dal pm Andrea Buzzelli, parte da Vincenzo Mantella, fratello di Salvatore, già legato al cugino Andrea. «Era inserito nell’organizzazione – dice Arena – ma con il nostro gruppo non aveva rapporti. So che i Mantella facevano estorsioni per conto loro, specie dopo che si sono distaccati dal buon ordine formato dai Lo Bianco-Barba e dai Pardea-Ranisi. Sono stati i primi ad uscirne, tra il 2014 e il 2015. So che Salvatore dopo subì mandati di cattura, mentre Vincenzo divenne socio di un ragazzo di Zungri, in una polleria».

Foto successiva, mostrata dal pm, quella di Paolino Lo Bianco. «È il figlio di Carmelo Lo Bianco detto “Piccinni – spiega il collaboratore di giustizia – È un elemento di vertice, lo conosco da quando era bambino. Per tanti anni l’ho rispettato, finché ho scoperto che aveva avuto un ruolo nella scomparsa di mio padre. Lui poi ha fatto tanto carcere. Quando uscì non entrò nel buon ordine. Solo dopo, tra il 2017-2018, ho saputo che era rientrato perché erano usciti tutti i Pardea ed i Macrì. So che è stato legato sia a Pantaleone Mancuso detto Scarpuni che a Franco Barba. Per suo conto ho fatto diversi danneggiamenti da ragazzo. Una volta, negli anni ’90, tramite Totò Mazzeo, fui mandato a dare una coltellata al direttore della Bnl che non concedeva fidi, non apriva conti, non faceva favori. Io lo pedinai e lo accoltellai. Io di cose brutte ne ho fatte tante, ma questo è uno degli episodi di cui mi vergogno di più, perché questa era una brava persona, che voleva fare solo onestamente il suo lavoro. So che nell’ultimo periodo era molto legato a Gregorio Gasparro e a Rosario Pugliese perché erano tutti interessati al business degli idrocarburi. Io non lo frequentavo, ciò che so di lui lo appresi da Francesco Antonio Pardea. So che sia personalmente che come famiglia – evidenzia Bartolomeo Arena – ha ancora oggi rapporti sia con i Mancuso di Limbadi e con gli Alvaro di Sinopoli».


Ulteriore effige fotografica, quella di Luciano Macrì: «Entrò nel nostro gruppo ancor prima che ci congiungessimo ai Lo Bianco-Barba. Aveva la dote della camorra. In un certo periodo fu legato particolarmente ai Barbieri-Accorinti, perché si stava interessando di una piantagione di marijuana, che curava assieme ad alcuni esponenti degli Alvaro di Sinopoli. Si era anche offerto di procacciare cento chili di marijuana per conto di Peppe Accorinti e fece scendere delle persone dalla Toscana per acquistarla, ma non riuscì a trovarla e così ebbero dei contrasti. Luciano Macrì ha subito una carcerazione ed ha partecipato ad un buon ordine nello stesso carcere. Era uno avvezzo all’uso delle armi ed ha fatto diverse sparatorie».

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Giornalista
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