C’è una costante che in Calabria non conosce riforme, piani straordinari o annunci salvifici: la Statale 106. Ogni volta che il traffico aumenta – ponti, festività, rientri, partenze – la cronaca si rimette in moto come un meccanismo oliato dall’abitudine. Incidenti, feriti, morti. Non è emergenza. È metodo.

La 106 non è una strada: è un dispositivo di rischio permanente, tollerato dallo Stato e normalizzato dalla politica. Un’infrastruttura che collega territori ma spezza vite, da decenni, senza che nessuno paghi davvero il prezzo delle responsabilità.

Una roulette russa a corsia unica

Basta percorrerla per capire. Tratti a carreggiata unica, accessi incontrollati, segnaletica insufficiente, illuminazione assente, attraversamenti improvvisi, incroci che sembrano progettati contro l’automobilista. A tutto questo si aggiunge l’aumento dei flussi nei giorni festivi: famiglie, lavoratori, giovani che rientrano o ripartono. La miscela è esplosiva, ma nota. Talmente nota da non fare più notizia.

Eppure, ogni incidente viene raccontato come fatalità. Colpa dell’asfalto bagnato, della distrazione, della velocità. Mai della struttura, mai delle scelte politiche, mai dei ritardi accumulati negli anni. È il solito scaricabarile che trasforma un problema sistemico in una somma di colpe  individuali.

I numeri che non scandalizzano più

I dati sugli incidenti lungo la Statale 106 sono noti da tempo. Vittime, feriti gravi, famiglie distrutte. Ma i numeri, in Calabria, hanno un difetto: durano poco. Non sedimentano, non producono conseguenze politiche, non generano svolte. Vengono archiviati come statistiche di un destino avverso, non come prove di un fallimento pubblico.

In qualsiasi altra parte del Paese, una strada con questo bilancio sarebbe considerata una priorità nazionale. Qui è diventata una rassegnazione regionale.

Annunci, cantieri, promesse: la liturgia dell’inefficacia

Ogni governo ha annunciato interventi. Ogni livello istituzionale ha rivendicato impegni. Cantieri aperti e richiusi, progetti rivisti, tratti ammodernati a macchia di leopardo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una strada spezzata come la volontà di metterci mano davvero.

Il problema non è solo cosa si fa, ma come e dove. Interventi parziali su un’arteria che richiederebbe una visione complessiva producono un paradosso: tratti più veloci alternati a colli di bottiglia mortali. Un invito implicito all’errore.

La responsabilità che non ha nome

Sulla Statale 106 muoiono soprattutto cittadini comuni. Non decisori, non dirigenti, non responsabili. Chi firma i piani non la percorre. Chi la gestisce non la subisce. E così la catena delle responsabilità si dissolve: Anas, Regione, ministeri, enti locali. Tutti presenti nelle conferenze stampa, assenti sul luogo dell’impatto.

Il vero scandalo non è l’incidente. È la prevedibilità dell’incidente.

Finché non sarà un problema di chi decide

La Statale 106 continuerà a uccidere finché resterà un problema di chi la percorre e non di chi la governa. Finché ogni morte sarà archiviata come evento isolato e non come atto d’accusa contro un sistema che accetta standard di sicurezza più bassi per una parte del Paese.

Ogni ponte festivo riapre il conto. E come sempre, a pagarlo sono gli stessi. Con la differenza che ormai non si può più dire che non si sapesse.