«Non so spiegarmi del perché sono stata prelevata e tenuta sequestrata in un posto che non conosco da due uomini a me sconosciuti. Non ho mai fatto male ad alcuno tuttavia un mese fa circa ho ricevuto due lettere anonime dal contenuto minaccioso». Il racconto di Tiziana Iaria agli inquirenti arriva a caldo, dopo quello che pare – stando alla sua denuncia – un rapimento-lampo, avvenuto sotto casa della presidente dell’associazione Odv Centro Antiviolenza Margherita, finita nel mirino della Procura di Reggio Calabria e sequestrata nei giorni scorsi.

A poco meno di due anni di distanza da quei fatti, gli investigatori sono convinti che la donna abbia inventato tutto: la sua versione viene smentita dai rilievi avviati dalle forze dell’ordine. Non ci sarebbe stato alcun rapimento: Iaria è ora indagata per false informazioni al pubblico ministero, simulazione di reato, calunnia ed esercizio abusivo della professione di psicologa. Ma andiamo con ordine.

Tiziana Iaria, il racconto del rapimento 

Il 23 marzo 2024 la presunta vittima si presenta davanti agli investigatori e riferisce una storia da incubo. Inizia tutto in strada: «Dopo avere attraversato la strada, venivo chiamata da una signora con i capelli neri corti, che mi appellava signorina, che in vernacolo mi proferiva una frase del tipo “mi putiti iutari?” (mi potete aiutare, ndr)». Iaria – è sempre il suo racconto – si offre di aiutarla e si avvicina all’auto: «A questo punto ricordo solamente di aver accusato un forte dolore al capo nella parte sinistra della nuca e di aver sentito un odore forte come se fosse ammoniaca, odore che mi era sembrato di percepire anche sui vestiti del bambino. Da quel momento non ricordo più nulla».

Qualche tempo dopo si sarebbe ritrovata «in una stanza al buio, seduta su una sedia di legno con i braccioli». Nella stanza, chiusa chiave, c’era «un forte odore»: «Sentivo la voce di due individui di sesso maschile che discutevano fra di loro. Solo quando è stata aperta la porta della stanza in cui mi trovavo riuscivo a veder qualcosa in quanto è entrata la luce artificiale di un neon e in questa circostanza notavo che nell’ambiente in cui mi trovavo vi erano presente i mobili che poco prima avevo percepito al tatto. Ricordo che vedevo due persone e una di queste mi diceva di uscire dalla stanza sollecitandomi a salire in un furgoncino credo di colore bianco. Specifico che queste due persone erano due uomini, tutti e due avevano delle tute col cappuccio. Entrambi salivano nel furgoncino con me, loro erano seduti avanti io, invece, ero seduta nel sedile posteriore e preciso che non ero legata». Viaggio verso il ritorno alla normalità, «uno dei due uomini scendendo dal mezzo e aprendo lo sportello posteriore, mi porgeva un bicchierino con dentro una sostanza liquida e mi invitava e berla, ma stante che io mi rifiutavo di farlo, lo stesso mi colpiva con un pugno allo stomaco e mi ripeteva bruscamente di bere per cui io l’ho assecondato ingerendo la sostanza. Dopo che ho bevuto questo liquido l’uomo risaliva a bordo del mezzo e ripartivamo. Ricordo che nei pressi di casa mia il furgoncino si fermava nuovamente ed io venivo spinta fuori dal mezzo».

Un incubo inventato: «Versione smentita»

Un incubo che, per i magistrati reggini, sarebbe totalmente inventato. È il risultato a cui arrivano dopo indagini per riscontrare quel racconto. Indagini che – si legge nel provvedimento di sequestro – avrebbero smentito «radicalmente la versione fornita dalla denunciante».

Per provarlo la Procura si affida alle immagini delle telecamere di videosorveglianza presenti nella zona. Fotogrammi che ricostruiscono un percorso della Iaria che «si discostava nettamente da quanto riferito» da Iaria che aveva dichiarato di essere uscita dal Centro antiviolenza «per recarsi presso lo studio dell’avvocato (dell’associazione, ndr) sito nelle immediate vicinanze». In realtà la donna avrebbe percorso «un tragitto decisamente più lungo, nel corso del quale non solo non incontrava alcuno di sospetto, ma pure faceva acquisiti per poi entrare all’interno della Villa Comunale intorno alle 9.40». Il film è diverso anche quando si cerca di riscontrare il racconto del rilascio da parte dei rapitori: «Le immagini dimostravano come Tiziana Iaria fosse giunta in via Vittorio Emanuele III a mezzo del pullman Atam, proveniente da Gambarie d’Aspromonte».

Un altro elemento finisce nell’ordinanza firmata dal gip: nella notte “rapimento”, Iaria avrebbe inviato un messaggio al marito sostenendo di essere uno dei sequestratori e che presto sarebbe stata liberata. Lo avrebbe fatto utilizzando un profilo Facebook finto, Pipino Pennacchio. La notte da incubo, invece, l’avrebbe trascorsa secondo l’accusa a Gambarie.

Iaria conferma tutto: «Non ricordo quel percorso»

Risentita in questura, davanti alle foto che smontavano il suo racconto Iaria non ha battuto ciglio e ha ribadito la propria versione: «lo non mi ricordo assolutamente di aver percorso il tragitto che mi state facendo vedere – sono state le sue parole –. Confermo quanto vi ho finora riferito».

Per il pm non ci sono dubbi: la donna si sarebbe «volontariamente allontanata dalla sua abitazione, per poi inscenare il denunciato rapimento. Le indagini non lasciano spazio a dubbi di sorta sulla totale inattendibilità della versione fornita dalla Iaria, palesemente smentita dall’acquisizione dei video registrati dai sistemi di videosorveglianza presenti nel centro cittadino e dall'acquisizione dei dati di traffico telefonico». Di più: per i magistrati «anche le notizie di reato circa le presunte minacce e atti persecutori di cui la Iaria sarebbe stata vittima risultano prive di riscontro».