I giudici di secondo grado dovranno valutare se esistono gli elementi per ritenere l’esistenza di una associazione a delinquere al cui vertice ci sarebbe Annibale Barilari
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Con sentenza del Tribunale di Crotone, a seguito di rinvio a giudizio disposto dal gip distrettuale antimafia di Catanzaro, nel marzo 2025, era stata ritenuta l’operatività nel territorio calabrese, in particolare nelle province di Catanzaro, Crotone e Reggio Calabria, di un’articolata associazione a delinquere dedita allo spaccio di stupefacenti, capeggiata da Annibale Barilari e Roberto Pagliuso.
Dell’associazione facevano parte, oltre ai due promotori Barilari e Pagliuso, Luciano Macrì, Giovanni Romano e Francesco Martino. Per tale ragione, in primo grado, fu dichiarata la responsabilità penale di tutti gli imputati con la condanna a ventidue anni di reclusione per Barilari e Pagliuso, e pene variabili tra i dieci ed i dodici anni per gli altri soggetti ritenuti partecipi del sodalizio criminoso.
La Corte di Appello di Catanzaro, investita dagli appelli difensivi, con sentenza del 5 giugno 2024, riformava quella di primo grado, assolvendo Macrì e Romano per il delitto associativo, ed escludendo solo per Pagliuso il ruolo di promotore, così rideterminando, per quest’ultimo, l’iniziale pena di ventidue anni di reclusione in dodici anni. Per Barillari invece, fu confermata la sentenza di primo grado, ribadendo il ruolo di promotore a questi attribuito e quindi confermando la pena a ventidue anni di reclusione.
Da qui il ricorso in Cassazione da parte dei difensori degli imputati e dello stesso procuratore generale della Corte di Appello di Catanzaro, quest’ultimo limitatamente all’assoluzione di Macrì. In data 17 aprile, quindi, si sono discussi davanti la Suprema Corte di Cassazione i rispettivi ricorsi del procuratore generale e dei difensori. Nel corso dell’udienza, dopo che il procuratore generale aveva chiesto il rigetto di tutti ricorsi, ivi compreso quello del PG, hanno preso la parola i difensori presenti.
In particolare gli avvocati Francesco Gambardella e Tiziana Barillaro, discutendo per Barilari, l’unico nei cui confronti era stata confermata la condanna a ventidue anni di reclusione per essere stato ritenuto il promotore assoluto del sodalizio. I legali hanno sostenuto l’insussistenza di elementi per ritenere che fosse operativo nel territorio calabrese un sodalizio, così come invece ritenuto nelle due sentenze di merito, per poi affrontare il tema del ruolo di vertice attribuito al solo Barilari.
Hanno preso, quindi la parola gli avvocati Cesare Badolato (per Pagliuso), Roberto Coscia (per Martino) concludendo per l’insussistenza di prova circa la presenza nel territorio calabrese di un’associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti costituita dai loro assistiti. L’avvocato Furfaro per Macrì, invece, ha aderito alla richiesta del PG di rigetto dell’appello interposto dal PG di Catanzaro.
La Corte di Cassazione, nella tarda serata, ha pronunciato sentenza di annullamento con rinvio ad altra sezione della Corte di Appello di Catanzaro limitatamente alla responsabilità per il delitto di associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Ha invece confermato la responsabilità per un singolo episodio di cessione di stupefacenti di cui sono responsabili Barilari, Pagliuso e Martino.
La Corte di Appello, quindi, dovrà valutare se effettivamente esistano elementi per ritenere l’esistenza del sodalizio, poiché quelli indicati nelle due precedenti sentenze di merito non sono stati ritenuti idonei a legittimare un giudizio di responsabilità penale per il grave delitto associativo che prevede severe pene e per il promotore in particolare, visto che il minimo è di venti anni.

