Dopo la nostra inchiesta il silenzio delle istituzioni è totale: Ivan è rimasto senza assistenza. Intanto, i documenti ufficiali attivano le cure palliative e formalizzano la richiesta alla Coscioni: «Stacco il respiratore al massimo 10 minuti al giorno, ma sono solo»
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Il torpore delle istituzioni sanitarie ha superato il livello della negligenza ed è entrato ufficialmente in quello della crudeltà passiva. Dopo la pubblicazione della nostra inchiesta sulla drammatica situazione di Ivan Tavella — il quarantasettenne affetto da distrofia muscolare di Duchenne ostaggio dei mancati pagamenti dell'Asp di Vibo Valentia — non si è fatto vivo assolutamente nessuno. Nessun commissario ha alzato il telefono, nessun dirigente ha firmato la delibera per sbloccare i fondi dell'assistenza H24.
Anzi, la situazione è precipitata. Oggi Ivan è di fatto senza assistenza, abbandonato in quel limbo in cui la Calabria non paga e l'Emilia-Romagna non può subentrare. Ma mentre l'istanza per vedersi garantito il sacrosanto diritto alla vita indipendente marcisce nei cassetti dell'Asp da un anno e mezzo, c'è un paradosso clamoroso e macabro che emerge dagli ultimissimi documenti ufficiali: l'iter burocratico per accompagnarlo alla morte viaggia a una velocità impressionante.
Il referto medico: dipendente dal respiratore 24 ore su 24
L'ultimo referto della visita pneumologica domiciliare, effettuata dall'Azienda Usl di Parma il 17 giugno 2026, fotografa la situazione clinica di Ivan con la freddezza dei dati medici:
"Paziente noto per insufficienza respiratoria globale in distrofia muscolare. AVAPS con pendenza per 24 ore/die. Stacca al massimo 10 minuti".
Dieci minuti. È questo il tempo massimo che Ivan può trascorrere senza la macchina che gli pompa l'aria nei polmoni. Eppure, in questa condizione di totale ed estrema vulnerabilità, l'assistenza domiciliare è ridotta a zero. Il medico mette nero su bianco la "stabilità clinica" della patologia, ma registra anche un "lieve progressivo peggioramento" dell'autonomia. Ed è proprio in calce a questo documento che si consuma il fallimento del nostro sistema sanitario: non potendo garantire le cure quotidiane per vivere, l'Asl attiva i protocolli per il distacco.
"Si discute con il paziente la segnalazione al servizio di Cure Palliative per definire meglio le volontà del pz relative al fine vita".
La PEC all'Associazione Luca Coscioni: la richiesta formale all'Asp di Vibo
Ivan non sta bluffando, non lo ha mai fatto. Accanto al percorso svizzero con Dignitas, ora si muove ufficialmente anche la macchina legale italiana. L'11 giugno 2026 Ivan ha inviato una formale richiesta d'aiuto tramite posta certificata all'Associazione Luca Coscioni. Il testo della mail è un atto d'accusa cristallino contro l'azienda sanitaria calabrese:
"Chiedo il supporto dell'Associazione Luca Coscioni per predisporre e presentare all'ASP di Vibo Valentia l'istanza volta alla verifica delle condizioni e dei requisiti previsti dalla sentenza n. 242/2019 della Corte Costituzionale in materia di suicidio medicalmente assistito. Vi chiedo cortesemente di assistermi nell'avvio della procedura presso l'azienda sanitaria competente, affinché la mia richiesta venga formalmente esaminata nei tempi previsti".
Capito il paradosso? Per esaminare i requisiti del suicidio assistito ai sensi della sentenza Cappato l'azienda sanitaria dovrà muoversi nei tempi previsti dalla legge, convocando commissioni e medici. Per sbloccare la firma che garantirebbe a Ivan una badante o un infermiere per accendergli il respiratore e metterlo a letto, invece, il tempo si è fermato a diciotto mesi fa.
Una condanna a morte per sfinimento burocratico
La realtà che questa inchiesta svela è spaventosa nella sua linearità. Lo Stato, attraverso le sue articolazioni territoriali, sta dimostrando un'efficienza impeccabile nel processare le richieste di fine vita e di cure palliative di Ivan, ma si dichiara totalmente impotente e immobile quando si tratta di garantirgli la vita.
Ivan è stato spinto all'angolo. La sua non è una scelta filosofica o una ribellione ideologica: è lo sfinimento di un uomo che vede l'iter della morte correre come un treno ad alta velocità, mentre il treno dell'assistenza vitale è fermo su un binario morto per colpa di una dirigente che si rifiuta di firmare una delibera.
Nessuno si è fatto vivo. La politica tace, la direzione generale dell'Asp si barrica dietro il silenzio. Ma noi non spegneremo i riflettori su questa vicenda. Qualcuno deve svegliarsi da questo torpore morale e istituzionale, deve alzare quella cornetta e dare a Ivan Tavella ciò di cui ha disperatamente bisogno: la possibilità di respirare senza dover chiedere il permesso a un ufficio.


