A cent'anni dalla nascita, l’autore di San Giorgio Albanese rivive attraverso Storie contadine: versi che diventano racconto, tra comicità popolare, sacro, oralità e la lezione riconosciuta da PPP
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Le poesie di Aldo Dramis, modulate sui recitativi popolari dei cantastorie e organizzate in sequenze cinematografiche, sono di fatto componimenti raccontati, al punto che Pier Paolo Pasolini ne parlò come di “novelle verghiane in versi”. Dramis era nato a San Giorgio Albanese cento anni fa (dieci ne sono trascorsi dalla sua morte) e, sin dalle prime prove, scelse Scotellaro e Costabile come numi tutelari e optò per un modello stilistico semplice che gli consentisse di rinunciare al calcolo strutturale e alle lusinghe musicali.
Si trascrive qui di seguito una poesia tratta dalle sue Storie contadine, pubblicate nel 1989, ma scritte diversi anni prima. È la più breve della raccolta e si intitola San Paolo Ciraso:
Ero andato a fare un bisogno nella macchia,
la Madonna,
e un serpe non si attacca
con tutti i denti
nel posto che non posso dire?
Ma guarda la Madonna, dico,
che cosa mi doveva capitare!
Il dolore ve lo lascio capire,
il coso si gonfia come una palla
proprio al momento.
“San Paolo Ciraso”, grido,
“aiutami tu”.
Ma che cosa mi doveva aiutare
dopo che era fatto!
Acchiappo il serpe con la bocca,
lo straccio come una carta
tanto ero imbestialito
e poi lo metto sotto i piedi
e lo riduco a polenta.
Non ci vedevo più dalla rabbia
e dal dolore,
corro come un pazzo per il burrone
e arrivo a casa
bianco come la farina.
Dico a mia moglie:
“prendimi subito San Paolo,
per Cristo, prendilo e portalo
qui sul momento”.
Lo prendo e gli faccio fare
la fine del serpe, con i denti
e con i piedi.
Era una bella statuetta,
giorno di tutti i santi perdonami,
ma pensavo: ora sono un uomo
senza forza, povera moglie mia!
San Paolo Ciraso non doveva
farmi questo torto.
Mia moglie chiama gente.
Dice: “venite a prendere
questo porco scatenato
perché ha perso i sentimenti,
venitelo a legare”.
Lei non sapeva ancora.
Allora mi sbraco e dico:
“e tu vieniti a prendere
questa palla
e mettitela dove ti piace”.
Quando vede quel fenomeno
la donna è più cadavere di me.
“Povera razza nostra”, dice,
“come dovevi finire,
che devo fare ora
nella migliore gioventù!
Ma poi piano piano
tutto è passato,
incominciò a sgonfiarsi
e così man mano
in capo al mese
poteva fare il suo mestiere.
L'oggetto scabroso di San Paolo Cirasa viene raccontato in versi e messo in scena seguendo una successione di immagini che rispondono a un programma narrativo semplicissimo dalla struttura perfettamente riconoscibile (situazione iniziale, evento eccezionale, aggravamento, invocazione, ribellione, scioglimento finale), scandito ritmicamente da invocazioni e bestemmie. È sulla ripetizione di queste che si regola una sorta di prosodia popolare modellata su un disegno quasi picaresco, adattato alla Calabria contadina degli anni cinquanta e sessanta: l'accumulo progressivo di episodi comici, continuamente rilanciati, dà vita a una successione iperbolica che culmina nell'inversione sacrilega tra il serpente, elemento dalla pronunciata densità simbolica, e la statua di San Paolo.
L'episodio della distruzione della statua del santo introduce un elemento carnevalesco all'interno del quale il sacro viene temporaneamente rovesciato, secondo una dinamica che rimanda a quanto Michail Bachtin ha scritto a proposito della cultura popolare, dove l'abbassamento del sublime al livello del corpo produce una momentanea sospensione delle gerarchie. Anche l'allusione agli organi genitali non sostituisce la denominazione diretta per pudore: è piuttosto la ripresa di un procedimento tipico della cultura contadina nella quale il tabù linguistico convive con una straordinaria libertà narrativa che mostra il corpo ricorrendo a perifrasi condivise dalla comunità.
Questo modo di far poesia si può apprezzare in tutte le Storie di Dramis e consente al poeta di aderire alla realtà che narra: la referenzialità del linguaggio si lega così a un lirismo che viene estratto dalle emozioni dei personaggi, secondo un principio stilistico evidente sin dalle opere precedenti, basato sul predominio del presente storico che rende l'azione drammatica e immediata, sull'abbondanza di deittici che simulano la presenza fisica del narratore, sul ricorso sistematico al discorso diretto che, riprodotto senza mediazioni, è un elemento fondamentale dell'oralità e, infine, su un lessico concreto e materiale che si concentra sul dolore, sulla rabbia, sull'impotenza, sulla guarigione, rifuggendo da qualsiasi tentativo di introspezione. Concreto e presente è infatti il santo, con il quale è possibile stabilire un rapporto quasi contrattuale che assume la forma di scambio reciproco più che di devozione astratta: se mi proteggi, ti venero; se non mi proteggi, ti punisco.
Intrecciandosi continuamente nell'esperienza quotidiana, il sacro, la comicità, il dolore, la comunità danno vita a una poesia di grande efficacia performativa, nella quale il piacere del racconto prevale sulla riflessione morale. E non è poco.

