Nel racconto finale della raccolta, tra macerie e desideri frustrati, l’autore dipinge un mondo calabrese dove fragilità e resilienza umana si intrecciano con la malignità e l’arroganza delle persone
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Nel 1954 Raoul Maria De Angelis, autore di cui ci si è occupati più volte su questa testata, pubblica una raccolta di racconti intitolata Apparizioni del Sud che poi, a distanza di una sessantina d'anni, è stata riproposta da Rubbettino con una bella introduzione di Vittorio Cappelli. Il volumetto, che include 19 brevissime storie, tutte ambientate in Calabria, si conclude con La casa in polvere.
Il protagonista è Angelo che, miracolosamente, riesce a salvarsi da un terremoto, appena in tempo per vedere la sua casa crollare in una nuvola di polvere: “Angelo andò a guardare i mucchi di pietra che un tempo erano stati la sua casa e intravide occhi rossi di topi, code di lucertole, vermi rugginosi e verdastri”. Si sa, un uomo costretto a vivere in una capanna di legno, che non possiede nemmeno una casa di muro, non vale nulla. Tuttavia, al sisma resiste l'abitazione di zio Nicola che morirà da lì a poco, fornendo al nipote l'occasione di rifarsi una vita.
Vita che sarebbe iniziata qualche settimana dopo, una volta che la casa fosse stata liberata dalla serva dello zio che avanzava delle pretese sulla successione. La marcata vena espressionista consente a De Angelis di descrivere pienamente la felicità di Angelo che “gli volava per la casa simile a un uccello domestico che avesse fatto il nido sotto l'architrave”.
Tuttavia, la felicità ha breve durata se, dopo circa un anno, gli ingegneri del genio civile giungono nella zona terremotata per stabilire l'entità dei danni e dei rimborsi “sulla carta” e per ordinare, tra le altre, la demolizione della casa di zio Nicola: “Bastò una carica di polvere a far saltare la casa, e i calcinacci coprirono le aiuole e i solchi dell'orto. Soltanto la macchia delle rose emerse dalla polvere, e fu simile a quei fiori pomposi che vegetano sulle tombe”.
Significativo il modo in cui lo scrittore dipinge l'invidia e la malignità dei compaesani e, alla fine della storia, il povero Angelo, mentre canta nudo, tra le macerie della casa e con le mani incollate alle orecchie, “atterrito dalle continue esplosioni che dovevano certo rintronare nella sua povera testa”.
La follia, quasi da reduce, di Angelo, mandandolo in polvere come le sue case, chiude degnamente il volume e accende una spia, l'ennesima, sulla natura psicologica, civile e naturale delle catastrofi che, di anno in anno, hanno colpito la nostra regione.

