La letteratura a raccontare il naufragio delle utopie. A dirlo, riferendosi al Noir, il critico francese Claude Mesplède esperto di poliziesco ma guai a chiamarlo così Calypso Hotel di Claudio Metallo (Marotta e Cafiero Editori - Napoli 2025): qui i poliziotti sono i cattivi, corrotti con la malavita, non risolvono niente, semmai insabbiano… tutori del disordine.

Disordinata è la vita del protagonista Peppe Nastro, musicista girovago, ex pugile, dedito alla bottiglia, agli amori difficili, animato dal senso di uguaglianza, di giustizia, di solidarietà istintiva. Un antieroe novecentesco, in linea con i personaggi archetipici della letteratura del secolo scorso, l’uomo e il contatto dissociato con sé, il senso di smarrimento e l’anti-epica nel non consegnarsi alla storia da eroe ma da sacrificato. Eppure Peppe Nastro nell’isola mediterranea dove decide di lasciarsi mollato dal suo gruppo musicale e dalla sua donna rivoluziona l’assetto monopolistico criminale, rifiuta la rassegnazione, sgomina, picchia, salva. Il senso del pericolo trasuda dalle pagine.

L’azione mai cessante, nessuno spazio per la riflessione psicologica e interiore, per l’esposizione del proprio pensiero a filosofeggiare – di moda negli scrittori moderni -, azione pura e coinvolgente, sciorinata da parole incastrate a cesello e mai d’organza o barocche, dialoghi serrati, vicini al vero, musica nelle orecchie e periodare breve, funzionale all’interstizio immaginifico, alla visualizzazione del letto.

Non è un caso se le immagini tradotte nella psiche dalla parola scritta abbiano una plasticità formalmente tattile, Metallo è (anche) un videomaker importante (Al Jazeera, Rai) e narrare per immagini gli viene connaturato, la sua scrittura si “vede”. I personaggi non sono mai piccoli borghesi inflanellati, ligi al numero di serie e in fila per il proprio turno, nemmeno vinti e disperati; gente, piuttosto, gente decisa alla fedeltà a sé, dedita all’ascolto delle esclusive proprie direttive e all’altro correlandosi autenticamente. Dedita anche al vizio, al piacere, consapevole dei limiti della pelle, arrabbiati magari, della ferocia istintiva agli assalti dei predatori.

Un testo prospettico, intercettante un pubblico di uditori a cui rivolgersi in policromia, lettori identificabili nelle pieghe delle caratterizzazioni, nelle azioni mancate, nel desiderio non agito rappresentato e allietato dalle azioni dei personaggi: la letteratura polifonica a servire un significato di identificazione collettiva, identificazione come pezzo di comunità.

Nelle atmosfere ideali riconosciuti paesaggi di Calabria, paesaggi portanti questioni sociali (speculazioni edilizie, inquinamento, sfruttamento dannoso delle risorse, architetture di controllo urbano), peculiarità morali mediterranee, l’emersione della distribuzione paradossale della ricchezza senza l’allarmismo del sensazionalismo, senza la retorica da slogan, senza la cecità della militanza assente di consapevolezza pragmatica. E l’avvincente ritmo delle maglie narrative, il suscitare nel lettore l’acquolina in bocca del proseguo, l’amarcord di una verità senza mistificazione, di un tempo ad altre velocità.

Claudio Metallo non è nuovo al romanzo e a questo tipo di narrativa. Lo sguardo sociale con i nervi tesi della lotta, dell’indignazione, fa mesca alla coscienza critica del contatto concreto, dell’analisi oggettiva, i contorni delle cose e delle genti e del loro organizzarsi lucidamente scannerizzato. Calypso evade e pianta i piedi in terra. Amareggia e felicita, prende a cazzotti lo stomaco e eccita, si sente l’odore di alcool forte e di spuma di mare. Una lettura scuotente.