Dalla storica registrazione trasmessa per l’inaugurazione della Rai Calabria al ruolo di inviato e editorialista: il pensiero di Corrado Alvaro racconta il rapporto tra informazione, territorio e crescita civile
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Corrado Alvaro
Di Alvaro giornalista, e del suo rapporto viscerale con la sua terra di origine, c’è un nastro magnetico, una registrazione radiofonica, che gelosamente contiene ancora la sua voce. È una voce rauca, con cui lo scrittore di San Luca racconta della sua Calabria e spiega soprattutto come lui vorrebbe che fosse. Un editoriale scritto esclusivamente per i calabresi, registrato qualche mese prima di morire e trasmesso molti mesi dopo, nel giorno della inaugurazione ufficiale della RAI in Calabria.
Era l’11 dicembre 1958, una data memorabile. Quel giorno, infatti, nasceva ufficialmente la Sede Rai della Calabria; e nasceva nel cuore della vecchia Cosenza, alle spalle di viale Mazzini, al numero 25 di via Montesanto. Era una struttura tecnica a quei tempi di assoluta avanguardia, che rimarrà ospitata in questo edificio fino al 6 ottobre del 1992, giorno in cui poi si celebrò l’inaugurazione ufficiale della nuova Sede, quella attuale, di viale Marconi, sempre a Cosenza, a ridosso della Salerno-Reggio Calabria, e dove da quel giorno vennero poi definitivamente trasferiti uffici, studi di registrazione, salette di montaggio e redazione giornalistica.
La sua voce e il suo testo sono una straordinaria lezione di giornalismo contemporaneo, che meriterebbe di essere diffusa nelle nostre scuole e nelle nostre università, e che riascoltata oggi ― sessantasette anni dopo da quel giorno ― risulta ancora più attuale e più moderna di quanto non lo fosse allora. È come se lo scrittore di San Luca non fosse mai morto, anzi pare di avere appena preso con lui un caffè e di averlo appena salutato. Ma è questa la vera grande magia della radio e della televisione.
«Un giornale periodico della radio, dedicato alla Calabria - dice quel giorno Corrado Alvaro - potrà rendere preziosi servigi ai rapporti tra la regione e i centri della vita culturale e politica. La Calabria fu sempre tra le più appartate contrade italiane, per diverse cause, tra cui basterà accennare qui ai problemi della viabilità. Ciò ha sempre reso difficile la sua vita economica ed il suo sviluppo culturale sul piano nazionale. Il miglioramento delle comunicazioni ferroviarie e della rete stradale e la vivace ripresa culturale dei centri della regione, dopo quella ventina d’anni in cui i focolai di cultura locale furono avversati per una tendenza accentratrice, renderanno più agevoli e fecondi gli scambi e i rapporti».
Qui si sente una lunga pausa, forse lo scrittore di San Luca se la concede per riflettere sulle cose ancora da dire, ma quella pausa di silenzio, riascoltata oggi, sembra voler durare un’eternità. Poi però lui riprende con il timbro di sempre, come se nulla fosse avvenuto.
«La stampa qui è poco diffusa, e questo non soltanto per la difficoltà delle comunicazioni ma per la modesta economia del Paese. Ma intanto tutti i viaggiatori delle case editrici italiane tornano dalla Calabria dicendo che hanno trovato persone curiose, interessate, informate dei fatti calabresi, e desiderose delle più serie letture. Un periodico calabrese della radio italiana ha, dunque, la possibilità di superare gli ostacoli che ancora si frappongono nelle comunicazioni e anche le difficoltà economiche».
Qui, per la seconda volta, Alvaro sembra voler riprendere fiato, e dopo una nuova pausa di riflessione riprende la sua «lezione», da calabrese ai calabresi.
«Noi calabresi siamo capaci di astrazione. Forse per la complessità dei nostri problemi di vita da cui evadiamo volentieri per immaginarne una meno faticosa e difficile. Ora la funzione di un simile giornale radio radiofonico è che sia legato alla realtà. In una certa parte della stampa periodica calabrese è raro trovare lo studio di una data situazione locale, su determinate condizioni del lavoro, dell’economia e della società. E invece sono proprio queste cose che contano nell’azione che una collettività conduce per il suo progresso, e per far sentire la sua presenza negli interessi nazionali».
Non ha dubbi il vecchio giornalista: «Il giornale radiofonico calabrese, sarà ascoltato tanto più diffusamente dai calabresi residenti fuori del loro paese e anche dai non calabresi, quanto più sarà aderente agli interessi della regione, alla sua realtà economica e sociale, cioè quante più informazioni darà intorno a una contrada su cui si farà sempre più vivo l’interesse nazionale e l’attenzione di studiosi e viaggiatori stranieri».
Una vera lezione di vita, quel suo primo editoriale per l’avvio dei primi programmi RAI in Calabria, ma forse una scelta più autorevole della sua non si poteva davvero fare.
Alvaro inizia la sua carriera giornalistica giovanissimo, collaborando con vari periodici subito dopo la Prima guerra mondiale, a cui lui partecipò in prima persona come ufficiale dell’esercito. Scrisse per quotidiani che hanno segnato la vita e la storia della nuova Repubblica, Il Resto del Carlino, Il Mondo, Il Corriere della Sera, Il Popolo d’Italia, La Stampa, e poi anche per Il Messaggero e Il Popolo.
La sua attività giornalistica, durata oltre trent’anni, rimane un contributo fondamentale per comprendere l’Italia del Novecento e il legame profondo, nel suo pensiero, tra cronaca, letteratura e impegno civile.
“Abbiamo il diritto di sapere ― scriveva in quegli anni sui giornali per cui lavorava ― non solo ciò che i rappresentanti del popolo hanno in testa, ma anche quello che hanno in tasca”, e questo la diceva lunga sul suo carattere e sulle convinzioni politiche che aveva, nemico dichiarato della dittatura di quella stagione tutta italiana.
Nei fatti, Alvaro fu un instancabile inviato speciale in diversi paesi europei e mediterranei e i suoi reportage sono oggi considerati un modello di giornalismo narrativo, dove l’analisi sociale si fonde con una scrittura letteraria limpida e intensa.
In particolare, per Il Resto del Carlino e Il Mondo, Alvaro racconta la povertà delle campagne calabresi, le mille ingiustizie sociali di quegli anni, l’isolamento dei villaggi dell’Aspromonte e il triste fenomeno dell’emigrazione interna. «In certe terre d’Italia ― commentava molto spesso ― non si cambia nulla: mutano gli uomini, ma non muta la condanna».
Rimarranno indimenticabili alcuni dei suoi reportage più letti e più ripresi e dedicati al Sud, come il “Viaggio in Calabria” e “La miseria delle campagne italiane”. «La miseria ―scriveva a questo proposito Alvaro ― non è soltanto mancanza di pane, è anche mancanza di destino». Reportage e letteratura, insieme, fanno di lui uno degli osservatori privilegiati e più attenti del mondo culturale italiano.
Testimone diretto dei grandi cambiamenti del XX secolo, sul Messaggero e sul Popolo Alvaro pubblica riflessioni fondamentali sulla rinascita italiana, sulla ricostruzione materiale e morale dell’Italia, sulla democrazia nascente e la Costituzione, sul rapporto tra Nord e Sud, sulla condizione degli emigranti italiani in Europa.
Come inviato speciale in URSS, Polonia e Germania, raccontò le trasformazioni industriali sovietiche, le tensioni politiche fra le due guerre, la crisi culturale europea dopo il 1918. Esperienze, queste, che diventeranno poi la parte centrale del romanzo L’uomo è forte, mentre per il Corriere della Sera descrive in maniera quasi sublime la trasformazione della vita culturale francese, non ignorando per nulla la crisi economica e sociale di quegli anni ai piedi di Montmartre, in piena contraddizione con il mondo culturale e intellettuale parigino. Così come, da condirettore di La Fiera Letteraria (dal 1948 al1950), scrive editoriali incisivi sulla funzione civile della letteratura, sul ruolo dell’intellettuale nel dopoguerra e, soprattutto, in difesa della libertà d’espressione nel clima della Guerra Fredda.
Oggi la notizia dell’istituzione della Edizione Nazionale della sua Opera Omnia, affidata al prof. Aldo Maria Morace, che è senza dubbio il massimo studioso vivente dell’opera alvariana, porta tutti noi a credere che presto di Alvaro conosceremo non solo tutti i suoi romanzi, ma conosceremo anche e soprattutto i mille racconti giornalistici da lui fatti in oltre trent’anni di lavoro giornalistico. Una produzione così enorme, che a tratti essa stessa rischia di mettere in ombra l’Alvaro scrittore rispetto all’Alvaro giornalista, inviato speciale dei grandi giornali italiani sui fronti culturali e sociali più importanti di quegli anni.

