Dal brigantaggio alla Repubblica. Cento anni di storia, pubblicato nel 2026 da Gruppo Albatros Il Filo, è un’opera di ricerca, memoria e narrazione popolare. Salvatore Mazzei ripercorre un secolo di storia calabrese e meridionale, dagli anni precedenti all’Unità d’Italia fino alla nascita della Repubblica, soffermandosi sul brigantaggio, sulle trasformazioni sociali ed economiche, sull’emigrazione e sulle conseguenze delle guerre.

Il libro unisce ricostruzione storica, testimonianze, tradizioni locali e musica. Alle pagine dedicate a figure come Giosafatte Talarico, i fratelli Bandiera, Carlo Pisacane, Pietro Monaco e Ciccilla si affiancano i testi delle canzoni composte dall’autore, in dialetto calabrese e con traduzione italiana. Ne emerge un racconto del Mezzogiorno attraversato da sofferenze, resistenza, ingiustizie, nostalgia e orgoglio identitario. L’opera è introdotta da una prefazione di Barbara Alberti e da un contributo di Giovanni Iaquinta.

Salvatore Mazzei è un autore e musicista calabrese dell’Alto Crotonese, voce solista del gruppo I Kalacunta. Attraverso la scrittura e il canto recupera storie, personaggi e memorie della sua terra, trasformandoli in una narrazione che intreccia cultura popolare, ricerca storica e impegno civile.

La sua opera nasce dal desiderio di restituire dignità e visibilità a vicende spesso dimenticate, affidando alla musica il compito di conservare la memoria e di trasmetterla alle nuove generazioni. Mazzei si propone così come cantastorie contemporaneo: una voce radicata nella tradizione calabrese, ma capace di interrogare il presente attraverso le contraddizioni della storia italiana.

Lo abbiamo intervistato.

Come è nata l’idea di unire la ricerca storica, il dialetto calabrese e la musica popolare in un’unica opera?

L’idea nasce dalla necessità di raccontare la storia del nostro territorio senza mutilarla della sua anima più profonda. La storiografia tradizionale spesso rischia di rimanere fredda, distante, chiusa nelle aule accademiche; d’altra parte, la memoria popolare senza un aggancio documentario rischia di scivolare nella favola o nell'approssimazione.

L’unione di storia, dialetto e musica nasce quindi per un’esigenza di completezza. La ricerca storica fornisce l’ossatura, i fatti e i contesti reali. Il dialetto è la lingua del cuore e della verità contadina: certe emozioni, ingiustizie o speranze non possono essere tradotte in italiano senza perderne il peso specifico. La musica popolare e la canzone d’autore agiscono come veicolo emotivo e divulgativo, capace di far risuonare la storia nelle piazze e tra la gente, proprio come si faceva un tempo con i cantastorie.

Quali fonti d’archivio, testimonianze orali e studi storici ha utilizzato per ricostruire le vicende dei briganti e dei protagonisti del Risorgimento?

Il lavoro si è sviluppato su un doppio binario parallelo.

Ho consultato atti processuali, verbali delle forze dell'ordine dell'epoca, oltre alla pubblicistica risorgimentale e post-unitaria. Questo è servito per fissare le coordinate temporali, le date, i luoghi degli scontri e le vicende biografiche documentate dei protagonisti (dai fratelli Bandiera fino a Pietro Monaco).

Inoltre, ho raccolto i racconti tramandati di generazione in generazione, i canti tradizionali, i detti popolari e i luoghi storicamente legati al passaggio dei briganti o dei patrioti.L'obiettivo non era solo verificare la veridicità di ogni singola parola del racconto popolare, ma capire perché la popolazione avesse conservato e rielaborato quel determinato ricordo.

Contestualmente, una fonte d'ispirazione imprescindibile per la genesi di quest'opera è rappresentata dai volumi di Briganteide di Nicola Misasi. Misasi è stato uno dei primi a cogliere l'essenza drammatica, emotiva e quasi epica del brigantaggio calabrese, restituendo dignità narrativa a racconti spesso bollati come mera cronaca nera. Da qui ho tratto, soprattutto, quel senso di giustizia e di onore contadino che anima le storie di chi scelse la macchia.

Nel libro emerge una forte critica alla narrazione tradizionale dell’Unità d’Italia: qual è, secondo lei, l’aspetto più rimosso o deformato della storia meridionale?

L’aspetto più rimosso è senza dubbio la complessità sociale ed economica di quella frattura, che è stata ridotta per decenni a un semplice scontro tra "civiltà e barbarie" o tra "liberatori e banditi".

La narrazione mainstream ha fatto passare l'idea che il Mezzogiorno fosse esclusivamente una terra inerte da salvare, rimuovendo le enormi promesse tradite, come la mancata redistribuzione delle terre ai contadini, e la repressione violenta che seguì l'Unità. Non si tratta di fare neo borbonismo nostalgico o di negare il valore dell'Italia unita, ma di riconoscere che per le masse contadine calabresi il passaggio di regime si tradusse spesso in nuova miseria, coscrizione obbligatoria e tasse asfissianti. Il brigantaggio non fu semplice criminalità, ma una complessa e tragica rivolta sociale.

Come ha cercato di distinguere, nel racconto di figure controverse come Pietro Monaco e Ciccilla, la dimensione storica da quella leggendaria?

Maneggiare figure come Pietro Monaco e Maria Oliverio (Ciccilla) richiede grande cautela. La tendenza popolare è quella di trasformarli in eroi romantici o, al contrario, la storiografia ufficiale li ha spinti verso la condanna senza appello, dipingendoli come spietati delinquenti.

Nel libro ho cercato di far muovere questi personaggi su entrambi i piani.

Nella ricostruzione narrativa e musicale, ho dato spazio al mito, perché la legenda fa parte della percezione culturale di un popolo e dice molto sulle sue ferite e sui suoi desideri di riscatto. Nel contesto del racconto, ho evidenziato la realtà dei fatti: la brutalità delle loro azioni, le contraddizioni umane, la disperazione di una scelta di vita condannata in partenza. Non ho voluto né assolverli né mitizzarli, ma spiegarli e umanizzarli.

Che ruolo ha il dialetto nella conservazione dell’identità calabrese e nella trasmissione della memoria alle nuove generazioni?

Il dialetto non è un "italiano sbagliato" o un retaggio di ignoranza. È una vera e propria lingua madre, uno scrigno che custodisce la visione del mondo dei nostri padri. Contiene una musicalità, una sintesi espressiva e una carica tragica o ironica unica.

Per le nuove generazioni, il dialetto, specialmente se veicolato attraverso la musica e la canzone, diventa un ponte identitario. Oggi che i giovani vivono in un mondo globale ed omologato, riscoprire la propria lingua locale significa piantare radici profonde. Senza radici si galleggia; con esse si può andare ovunque senza perdersi.

Dopo aver raccontato un secolo di storia attraverso personaggi, tragedie e canzoni, quale messaggio vorrebbe rimanesse oggi al lettore?

Vorrei che al lettore rimanesse la consapevolezza che la nostra storia merita rispetto e dignità. Dobbiamo smetterla di guardare al passato del Sud soltanto con senso di inferiorità o rassegnazione.

Il messaggio fondamentale è l'importanza della custodia della memoria attiva: conoscere da dove veniamo, comprendere le sofferenze e le ingiustizie patite dai nostri avi, siano essi patrioti caduti per un ideale o contadini spinti al brigantaggio dalla fame, ci dà gli strumenti per essere cittadini più consapevoli oggi. La storia non è un museo chiuso, ma un testimone da passare ai giovani affinché possano scrivere un futuro diverso per la Calabria e per il Mezzogiorno.

Nel contempo tutto il mio lavoro pone un interrogativo: Quanto ci è costata l’Unità d’Italia?