L'autore ripercorre le origini della sua passione per il giallo e svela il legame tra il protagonista del romanzo e i ricordi della sua infanzia piemontese
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La Congrega del 13 è il nuovo romanzo di Cesare Damiano, un avvincente giallo storico che vede protagonista il commissario Puccio Meló, investigatore acuto e profondamente umano. Ambientato nella Granda piemontese degli anni Cinquanta, il libro conduce il lettore in un’indagine complessa, tra misteri, superstizioni, poteri occulti e segreti che affondano le radici nella società dell’epoca. Un racconto che unisce il fascino del noir alla ricostruzione storica, restituendo atmosfere, linguaggi e tradizioni di un’Italia che stava cambiando rapidamente.
Come nasce La Congrega del 13 e da dove trae origine l’idea di questa indagine del commissario Puccio Meló?
Un po’, io sono di quelli che non sanno stare con le mani in mano. Un po’, l’espressione personale per me è una parte essenziale della vita.
Così, per tutta la mia carriera, dal sindacato, alla politica ealle istituzioni, ho riservato una porzione del tempo libero a coltivare alcune passioni. Da sempre adoro disegnare. Il disegno è diventato pittura. E sì: amo le storie. Se non mifossi trovato giovanissimo sulle rotaie dell’attività sindacale, cominciata appena entrato in una multinazionale metalmeccanica, se non avessi passato quelle “sliding doors”, magari sarei diventato un fumettista. Non è un caso, tra le altre cose, che, ultimamente, abbia pubblicato anche alcune storie illustrate per bambini.
Così, si può dire che Puccio Meló si sia fatto vivo nella mia vita per molte ragioni. In realtà, potrei averlo incontrato quando ero un ragazzino e, a un certo punto, beh, mi sono accorto che era il caso di raccontare qualche sua avventura.
Lei è conosciuto soprattutto per il suo lungo impegno politico e istituzionale. Quando e come è nata la passione per la narrativa gialla?
Come le dicevo ho un po’ questa “doppia vita” tra attività professionale che svolgo con passione e interessi personali. E il giallo è, per me, una sorta di ponte tra le due cose. Per mia natura sono un uomo meticoloso. Amo i dati quanto le matite e i pennelli. Studio i dati così come l’investigatore mette insieme gli indizi, le prove, le intuizioni, l’osservazione dei personaggi che incrocia nel corso delle indagini.
Quindi, questa letteratura, come si dice, “di genere”, mi appartiene profondamente. Indago la realtà; e il racconto delle investigazioni, da lettore, mi ha sempre divertito e appassionato. Sam Spade o Salvo Montalbano, o tanti altri loro colleghi, sono tipi con i quali mi piace molto passare il tempo.
Nel romanzo la ricostruzione del Piemonte degli anni Cinquanta appare particolarmente accurata. Quanto c’è di ricerca storica e quanto di invenzione narrativa?
Nessuna delle due cose. Sono nato proprio a Cuneo nel 1948. Così, si può dire che il commissario Meló e tutti i personaggi di questa storia erano i tipi che incontravo per strada quando avevo otto anni. Sono le persone, i luoghi, gli odori e i sapori, i comportamenti, le convenzioni, i segreti, le gioie e i dolori del tempo, tutto quel che ho conosciuto nella mia infanzia di cuneese doc. E oggi, con il distacco del tempo, mi ha molto divertito ricostruire quel mio mondo.
E, ancora, un cardine del racconto è stato quello di narrare la storia anche utilizzando il dialetto piemontese, quello che sentivo e parlavo a quel tempo. l’Italia è così: a scuola l’italiano, a casa la ricchezza della quantità incredibile di dialetti che risuonano da Nord a Sud. E il piemontese che risuona ne La Congrega è il mio parzialmente inventato. Molti altri dialetti hanno “parlato” nella nostra letteratura. E io ho provato a dare il mio piccolo contributo anche da questo punto di vista.
Chi è davvero Puccio Meló? Quali caratteristiche lo distinguono dai tanti commissari che popolano la letteratura poliziesca italiana?
Pucci Meló è anche lui, come tutti i suoi colleghi che abitano la letteratura, una persona perbene, in fondo normale, che si fa strada con la sua intelligenza pacata e con la caparbietà di chi si avvicina al traguardo un metro dopo l’altro. È la parte migliore di ciascuno di noi.
Nel libro emergono temi che vanno oltre il semplice delitto: il potere, le relazioni sociali, le credenze popolari. Quale messaggio o riflessione desidera lasciare ai lettori?
Mah. Un messaggio… La Congrega dei 13 è un giallo. E il bello del giallo è che un genere che racconta vizi e virtù, paure e slanci, che scandaglia i segreti dei personaggi per il bene stesso della narrazione, per costruire un percorso investigativo. Il giudizio, in fondo, resta al lettore e ognuno vi può trovare un proprio approccio e una propria conclusione. E, per chi, come me, si confronta quotidianamente con le questioni della politica, dell’economia, della società e con il problema di affrontare la complessità del nostro mondo e del darvi risposte, il bello di una storia come questa è esattamente lasciare al lettore la facoltà di trarre le proprie conclusioni.
Dopo La Congrega del 13, possiamo aspettarci nuove indagini del commissario Meló e magari una vera e propria serie dedicata a questo personaggio?
Difficile dirlo. Magari, la prossima volta che passo da Cuneo,inviterò Puccio a mangiare una insalata russa alla gastronomia di via Roma e, davanti a un bicchiere di Barolo, vedrò se riesco a cavargli un’altra storia. Se sarà in vena di confidenze, naturalmente.

