Poeta civile, mai accomodante, di recente è stato invitato in Algeria dall’Istituto Italiano di Cultura di Algeri per una serie di incontri dedicati ai versi e al dialogo tra culture
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Emilio Nigro è una delle voci poetiche più nette e riconoscibili della Calabria contemporanea. Poeta civile, mai accomodante, ha costruito negli anni un lavoro che attraversa confini geografici e simbolici, mettendo in relazione linguaggi, popoli e ferite del presente.
Di recente è stato invitato in Algeria dall’Istituto Italiano di Cultura di Algeri, afferente all’Ambasciata d’Italia e al Ministero degli Affari Esteri, per una serie di incontri dedicati alla poesia e al dialogo tra culture. Un invito nato anche dal legame con una traduttrice e scrittrice algerina residente a Torino, che negli anni ha portato i suoi versi nel mondo arabo e che ha recentemente tradotto una sua poesia dedicata a Gaza, in uscita nei prossimi mesi in Libano.
La poesia di Nigro è una pratica di prossimità: svela geografie intime, crea legami concreti, genera riconoscimento. Un lavoro che fuori dai confini regionali trova ascolto e attenzione, mentre in Calabria non sempre ha ricevuto il riconoscimento che meriterebbe. Una ferita che il poeta non legge come questione personale, ma come sintomo culturale e politico più ampio, legato alla difficoltà di accettare una parola libera, diretta, non conciliatoria.
Abbiamo intervistato Nigro.
Che cosa ha rappresentato per lei l’invito dell’Istituto Italiano di Cultura di Algeri e che tipo di ascolto ha trovato nel pubblico algerino
«Ho pensato di avere seminato bene e di avere di conseguenza raccolto. Amal Bouchareb, intellettuale e scrittrice algerina residente in Italia, mi tradusse qualche anno fa per il più importante organo di informazione arabo, qualche poesia da “Edipo in Fuga” (Les Flaneurs edizioni 2022), e nacque una corrispondenza professionale. Mi suggerisce all’Istituto Italiano di Cultura di Algeri ed eccomi in terra d’Africa a provocare suono con le parole e accorgermi di quanto vicina è l’altra sponda, quanto il pensiero rivolto prima mistifichi il reale obliato da pregiudizi, schemi, sentito dire. Il popolo algerino mi ha accolto con entusiasmo, a scanso di vanità, perché ha riconosciuto una comunanza, una identità similare, una fraternità di intenti nei miei versi nati da un sentire comune oltre mare, da una forma di resistenza alle gabbie sociali (la moralità nel paese è sottoposta a rigida austerità), dallo sguardo all’autentico, dalla vita manifestata nei dettagli quasi inverosimili ma specificamente umani. Un ascolto sicuramente condito anche dalle suggestioni di esotismo prodotte dal rapportarsi con un europeo, un italiano, e al contempo avvertire senso di gemellaggio da reciproci e simili abitanti del Sud del mondo».
Lei parla spesso di una poesia capace di creare prossimità. In che modo i versi possono davvero mettere in relazione le persone, al di là delle dichiarazioni di principio?
«Perché leggendo i versi di un poeta si affronta una confessione, uso il termine affrontare proprio per indicare quel moto a luogo a cui si partecipa, un’azione concreta non di semplice ascolto, un’azione che implica una sorta di battaglia invisibile perché la poesia non è sempre confortevole. La poesia svela le ferite di chi le scrive, come i sogni più irraggiungibili, anche impuri, indicibili, e ci avvicina molto umanamente alla confidenza concessa. Si prova pietas, come quando si assiste alla tragedia in teatro e l’esorcismo al dolore avviene per compassione, e non è un sentimento di patimento piuttosto uno slancio che induce al movimento, benché interiore. Ne nasce una relazione affettiva, le parole del poeta si sostituiscono a quelle che non riusciamo a dire, sembra il poeta l’attore al posto nostro, il rappresentante delle nostre sconfitte o delle gesta che non riusciamo a compiere. Lo scatto di coscienza è conseguente.
Mi capita di frequente di leggere scritti di altre persone, sottoposti per ricevere commenti critici o semplicemente per parlarne, e alcune letture inducono all’amicizia, alla nascita di un rapporto già intimo perché instaurato su svelamenti, su nudità. La poesia ha un potere immenso, relazionale».
Esiste ancora oggi uno spazio per un ruolo sociale e politico della poesia che non sia posa, slogan o appartenenza ideologica?
«Certo, è proprio in virtù di questo svelamento di cui si è parlato finora. E non solo, ovviamente. Basti pensare al popolo curdo, di cui torna una triste attualità per le questioni del Rojava, e ai canti tradizionali usati in antichità e per sempre al veicolo di messaggi subliminali in tempi di resistenza armata e abbigliati di un profondo lirismo, una smisurata bellezza o ai moti napoletani per scacciare i Borboni durante i quali nelle canzoni si crittografavano note, insurrezioni (“Palummella zompa e vola”, per esempio). Rimanendo nello stretto, le geografie interiori palesate attraverso il linguaggio poetico stigmatizzano la condizione individuale, e di conseguenza collettiva, per cui la reazione, anche solo soggettiva, è automatica. Qualsiasi manifestazione pubblica diventa politica. Il prendere parola, in pubblico, è un atto politico c’è da distinguere se rituale, religioso, propagandistico, persuasivo, o praticante, atto a predisporre l’azione successiva. La poesia è caleidoscopica, quando libera, quando non indicizzante. Ritorna l’uomo a sé stesso. Ricorda all’uomo d’essere libero, anche di vivere e sopravvivere al dolore, al subire il potere non lasciandoci marcire, risveglia nella persona la dignità, l’onore, l’essere sacro. Nessuna ideologia o posa. Quando, ripeto, è pura, è libera, è vocazione. Mi rendo conto non sia sempre così, si vive, del resto, nella società dell’apparenza, del tempo social, e identificare il verseggiare per farsi seguire non è sbagliato né azzardato, purtroppo».
Le è stato chiesto di scrivere una poesia su Gaza, che sarà pubblicata nel mondo arabo. Che responsabilità sente quando la parola poetica entra in territori così feriti e drammatici?
«La responsabilità di arrivare con le parole che uso in modo delicato, dire quando qualcuno soffre in maniera smisurata e immeritata deve essere di cautela, deve sentire su sé stesso la morte di quel dolore. È semplice marchiarsi di solidarietà e impegno civile nel comodo di una casa non sventrata dalle bombe, con la lucidità del benessere, dietro uno schermo, ma soffrire e non potere nemmeno permettersi il lusso di farlo perché all’erta per la sopravvivenza minuto dopo minuto è un’altra cosa. È lo stordimento del non rendersi conto nemmeno di cosa si vive per istinto di conservazione. Esserne compartecipi è pressocché impossibile, la mente si rifiuta persino di concepire, e ci si approccia con una compassione a volte di facciata, purtroppo. Condividere il dolore significa spartirlo, significa prenderne come pezzo di pane, significa conoscerlo, profondamente. E quando si vive nel buio profondo si vorrebbero ascoltare parole buone, giuste, qualsiasi altro rumore in quelle condizioni può essere inaudito, può risultare violento. Si vorrebbero abbracci senza altro, qualcuno che ci tiri fuori.
Ho scritto su Gaza una poesia fuori dalla retorica. Verrà pubblicata in Libano, fra qualche mese, in una antologia. Ho scritto di un’anima ritornata in vita. Nei luoghi coinvolti. E il suo sguardo, e il suo inno alla ribellione».
Ha più volte sottolineato come il suo lavoro non sia sempre stato riconosciuto nella sua terra. Da cosa nasce, secondo lei, questa resistenza?
«Penso ci sia un concorso di colpe, mettiamola così. Da un lato, i retaggi di mentalità identificativa: nei posti in cui cresci la figura personalizzante è filtrata da condizione sociale, familiare, parametrata prima della personalità. E perché non è che nasci poeta o artista o operaio. Prima di affermare o semplicemente svelare la propria natura, si percorrono esperienze, si fanno banalmente mille lavori, ci si muove su binari multipli e vieni identificato in altro modo. Questo è uno sguardo sociologico. Più profondamente, invece, la mia dimensione pubblica, di giornalista, critico di teatro, mi ha esposto a confronti non sempre pacifici e non sempre, ammetto, in anni anche più giovani e caratterizzati dal furore dei tempi, mi sono difeso con le buone. Questo di conseguenza ha creato cattiva fama, alimentata dall’ auto-rimuginio, e le cose si sono complicate. Poi, ci sono motivi più subdoli ma altrettanto evidenti: in Calabria quando fai qualcosa che fa già qualcun altro, non è permessa la concorrenza leale, devi sparire dal campo. Ho ricevuto per la mia azione pubblica minacce, ammonimenti di censura, reazioni scomposte di registi, imprenditori, politici, offesi dalla mia critica, dal mio diritto alla critica. È bastato veramente poco a volte per innescare aggressioni veramente fuoriluogo e non voglio certo passare per la vittima, ma in tempi di gioventù la mia sensibilità ne ha risentito enormemente, le mie fughe sono state anche indotte, con dispiacere. Allora, determinato il contesto, la protezione sembra la sola strada percorribile. La protezione di qualcuno di cui diventi “valletto”, creatura, sciuscià. È un sistema diffuso, in Italia soprattutto, e nella nostra terra, per ovvie ragioni di localismo, oltre che di malagestio, questo si accentua. Non ho mai voluto fare parte di questo sistema è l’ho pagato. Ma non mi sono fermato, anzi, l’indipendenza ha portato nuove fioriture. Certo, ho il rammarico di non poterlo fare abbastanza, nella mia terra, il dispiacere di ricevere ignominia, maldicenze, ostruzionismo, ma non si può piacere a tutti… e non ho certo porto l’altra guancia, anzi. Approfondendo ancora, credo ci siano anche ragioni di scomodità oggettiva: una parola libera, che non serve, nel senso pieno del termine, che non è a servizio, scuote, disturba, proprio perché smaschera».
Lei non ha mai rinunciato a una parola diretta, anche scomoda. Crede che oggi questo abbia un prezzo più alto rispetto al passato?
«Dipende. Da molteplici fattori. Intanto quanto autorevole sia la tua voce. Quanto la tua voce abbia ascolto, potere di incidenza. La mia esperienza ormai ventennale nel pubblico, nonostante la scomodità, o proprio in virtù di questa, ha reso la mia parola credibile, proprio perché mi si riconosce una coerenza, una verità, seppure indigesta. E, benché i tentativi di bavaglio, di marginalizzazione, di ostruzionismo, la mia parola, che sia in versi o in prosa, approda. Quindi ne pago un prezzo minore, rispetto al passato, perché la mia voce ha un ascolto, riceve anche molto consenso. E poi perché rispetto all’irruenza giovanile modello lo scoccare, non rinunciando mai a cosa voglio dire, sia chiaro. Nessun compromesso prima nessun compromesso ora, almeno nell’esporre, nel manifestare; si accettano in genere tanti compromessi che necessariamente la voce e il sentimento, ho fortemente a cuore rimangano puri, veri. Ho pagato molto, sì, anche immeritatamente. Ma in questo mi assumo le responsabilità di essere stato vulnerabile, essere stato reattivo troppo istintivamente, di essere “passato dalla parte del torto”, con l’orgoglio però di affermare con forza di non avere mai attaccato per primo o provocato torto gratuitamente. Ho cercato di fare quello che so fare, quello che ho potuto».
In un tempo segnato da conflitti, polarizzazioni e semplificazioni, che spazio resta per una poesia che non consola ma interroga?
«Lo spazio che liberamente si sceglie di destinargli. Ed è un orizzonte di libertà immensa. Proprio perché non è possibile schierarsi o lasciarsi cooptare nelle schiere di un polo o dell’altro. La poesia è la parola che lascia la scelta, dentro e fuori di noi. Che non induce, non impone, nemmeno suggerisce. Ci se ne nutre, come briciole di pane, si può seguire come tracce di animale per terra, un animale di cui non si conosce la natura per via delle orme particolari, difformi, desuete… resta in ogni caso una scelta, mettere gli occhi sui versi, ingerirli, simpatizzare o dissentire, entrare in relazione o rifiutare. Uno spazio quindi umano e sociale. Penso sia di conseguenza il sociale all’umano, per la mia personale visione delle cose e ritengo sia obiettivo, essendo noi fatti per stare insieme ma non prescindendo dalla propria natura che sempre più si cerca invece di assimilare in stereotipi, in quotanti, in massa deforme. Lo spazio allora di una poesia non solo atta all’essere consumata è uno spazio di interstizio fra l’uno e l’altro, fra il sé e l’altro da sé, per favorire contatto, comunicazione. Con la particolare e unica specie del verso, del fare poetico, quella sublimazione della parola anche nell’incomprensibilità immediata che diventa ipnosi, suono, diventa grammatica e fonetica del sentimento».

