Una fitta rete di presidi costieri anti-barbareschi racconta come la Corona d’Aragona e la Spagna plasmarono il territorio calabrese tra il 1442 e il 1713
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Tutta la Calabria, soprattutto lungo i circa 800 chilometri di coste, è disseminata di castelli e torri di guardia. Alcuni di tali sistemi di fortificazione, che in genere presidiano snodi geografici e viari importanti o addirittura strategici, hanno origine negli interventi di controllo del territorio messi in atto prima dai Romani e poi dai Bizantini. Tale azione edificatoria, che va di pari passo anche con l’evoluzione delle tecniche costruttive, è proseguita in maniera incessante durante i domini dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini, e in maniera particolare degli Aragonesi e poi degli Spagnoli. Buona parte di quanto oggigiorno è ancora visibile, tra torri e castelli, ha proprio quest’ultima impronta, diciamo così, iberica, ed è su alcuni passaggi storici fondamentali di tale epoca che vogliamo soffermare l’attenzione.
La precisazione d’obbligo riguarda, ovviamente, la complessità e la vastità degli studi storici e archeologici disponibili, tanto da rendere impossibile una sintesi anche parziale. Né si trascuri che gli specialisti non sono sempre concordi sull’esito dei vari studi, scavi e rilievi. Alcuni punti fermi, però, possono essere presi in considerazione.
La Calabria, che fu così appellata a partire dalla fase avanzata della stagione bizantina facendo propria la denominazione di parte dell’attuale porzione meridionale della Puglia, per oltre due secoli e mezzo fu sotto il controllo degli Aragonesi e degli Spagnoli. Di fatto l’antica terra dei Brettii seguì i destini di gran parte del Mezzogiorno d’Italia e di frequente anche della Sicilia. La cosiddetta Corona d’Aragona si consolidò nella seconda metà del XII secolo con re Alfonso II che ottenne per eredità il governo di due distinti territori: l’Aragona, regione storica nord occidentale della Spagna, e la Contea di Barcellona.
Con lo scorrere dei decenni gli Aragonesi costruiranno un vero e proprio impero mediterraneo che comprenderà, oltre alle aree già citate, anche il Regno di Valencia, la Provenza in Francia, Baleari, Corsica, Sardegna, Sicilia, ducato di Atene e infine il Regno di Napoli. La Sicilia cadde sotto la dominazione aragonese a seguito dei famosi Vespri (1282) nati dalla rivolta dei palermitani contro gli invisi Angioini.
Pietro III d’Aragona aveva sposato Costanza che, in quanto figlia di re Manfredi, era l’ultima erede degli Svevi e quindi di Federico II. Tale appiglio fu fondamentale nel far decidere ai Siciliani di optare per il sostegno aragonese. Con la Pace di Caltabellotta (1302) si giungerà alla divisione delle cosiddette Due Sicilie: Regno di Napoli (citra Pharum) da un lato, sotto il controllo angioino, e Regno di Trinacria (ultra Pharum) dall’altro, con il trono di Palermo in mano aragonese.
Oltre un secolo dopo, anche a seguito di complesse vicende dinastiche riguardanti gli Angiò e non solo, e peraltro in un quadro storico assai articolato tra ruolo della Santa Sede, nonché ambizioni dei regni di Francia e d’Ungheria, Alfonso V d’Aragona, detto Il Magnanimo, riuscirà a estendere il proprio vasto impero anche al Regno di Napoli (è del 1442 la presa della capitale partenopea). Papa Eugenio IV riconoscerà ad Alfonso d’Aragona il titolo di Re delle Due Sicilie (Rex Utriusque Siciliae), sebbene dal punto di vista istituzionale e giuridico si restasse di fronte a un’unione personale di due regni distinti: Sicilia e Regno di Napoli.
L’unione giuridico-istituzionale si avrà, secoli dopo, alla fine della stagione napoleonica con la nascita nel 1816 de Regno delle Due Sicilie durato fino all’Unità d’Italia (1861). Tant’è che con il Congresso di Vienna del 1815 il restaurato monarca borbone che, in unione personale delle due realtà era denominato rispettivamente Ferdinando IV re di Napoli e Ferdinando III di Sicilia, dal 1816 venne riconosciuto come Ferdinando I delle Due Sicilie.
Torniamo agli Aragonesi che, partendo da Alfonso V d’Aragona divenuto Alfonso I di Napoli (il nuovo monarca risiedette proprio nella capitale partenopea), nella gestione dei loro domini furono fortemente contrastati dalla repubblica di Genova e dagli Angioini. Si apre qui uno spaccato che verrà trattato separatamente: il rapporto di forte sintonia e collaborazione tra Aragonesi e Giorgio Castriota detto Scanderbeg, principe e generale considerato l’eroe nazionale del popolo albanese che, in un contesto di più vasta protezione della cristianità dall’avanzata musulmana, lottò per difendere l’Albania dall’avanzata turco-ottomana.
Il successore di Alfonso I nel Regno di Napoli fu il figlio illegittimo detto Ferrante, già Duca di Calabria: incoronato come Alfonso II regnò dal 1458 al 1494, mentre il Regno d’Aragona e di Sicilia finivano nelle mani di Giovanni II, suo zio paterno.
Gli ultimi eredi della dinastia d’Aragona ebbero, e per pochi anni, una vita travagliata. Nel 1504 sarà Ferdinando il Cattolico a conquistare il Regno di Napoli. Ferdinando il Cattolico e la moglie Isabella I di Castiglia per unione dinastica domineranno sui diversi regni e ducati spagnoli o dagli stessi dipendenti (Castiglia, Aragona, Valencia, Sardegna, Maiorca, Corsica, Barcellona, Napoli, Sicilia, Alta Navarra).
Nel 1516 sarà Carlo V d’Asburgo, già principe sovrano dei Paesi Bassi e duca di Borgogna, a ereditare i regni di Spagna (Castiglia e Aragona), nonché di Napoli, Sardegna e Sicilia. Sotto Carlo V (1500-1558), per una particolare combinazione dinastica si compose un dominio immenso: egli, infatti, era da un lato l’erede della Casa d’Asburgo e del Ducato di Borgogna, essendo il nipote diretto di Massimiliano I d’Austria e di Maria di Borgogna, dall’altro erede dei territori spagnoli essendo anche il nipote di Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona. Divenuto anche Imperatore del Sacro Romano Impero nel 1519, Carlo V concentrò nella propria figura il governo di territori vastissimi che andavano dalla Spagna all’Austria-Germania, dalla Borgogna all’Italia del Nord e al Mezzogiorno, per giungere alle colonie d’America scoperte a partire da Cristoforo Colombo (1492).
Il Regno di Napoli, come quello di Sicilia, cominciarono a essere governati da viceré. Tale condizione durerà fino al 1713 quando a seguito della Guerra di Successione Spagnola, che coinvolse e sconvolse l’intera Europa, il Regno di Napoli finirà per un breve periodo in mano agli Austriaci. Dal 1442 al 1713, per oltre due secoli e mezzo (271 anni), l’attuale Sud Italia è stato dominato da Aragonesi e Spagnoli che, ovviamente, ne condizionarono molto la cultura, l’economia, l’organizzazione sociale e territoriale.
Tra i più famosi ed energici viceré di Napoli, vi fu Pedro Álvarez de Toledo y Zuñiga, noto come Pietro di Toledo, scelto dall’imperatore Carlo V e in carica per circa un ventennio dal 1532 al 1553. In quell’epoca l’incubo degli Spagnoli erano i corsari barbareschi, musulmani, guidati da capitani ottomani o nordafricani (Tunisi, Algeri, Tripoli). Tali “pirati” infesteranno il Mediterraneo fino addirittura al XIX secolo, compiendo razzie in mare ai danni di imbarcazioni o lungo le coste: depredavano, riducevano in schiavitù, deportavano, chiedevano pesanti riscatti. La loro azione fu condotta in modo particolare contro i domini spagnoli, e quindi anche in direzione dei regni di Sicilia e di Napoli. Il potenziamento dei sistemi di fortificazione, utili anche per comunicare in modo rapido, fu quindi necessario sia nel periodo aragonese sia in quello spagnolo, e Pedro di Toledo ne fu uno dei principali artefici.
Decine e decine di torri costiere vennero edificate in tutto il Regno e quindi anche in Calabria, ed al contempo vennero consolidati e ampliati diversi castelli già esistenti, come nel caso di Reggio Calabria, Le Castella, Crotone. La Torre Aragonese di Torre Melissa, a pianta ottagonale e che riproduciamo in foto, è un ulteriore chiaro esempio di presidio anti-barbaresco. Peraltro, con appositi segnali, questa densa rete di fortificazioni consentiva anche di trasmettere rapidamente informazioni dalle periferie ai centri di comando.