Il sudore non ha un suono, eppure nel silenzio metallico della pellicola di Vittorio De Seta lo senti battere contro le pietre. È un ritmo sordo. Un ansimare collettivo che risale le pendici del Pollino, dove la terra sembra ribellarsi all'uomo e l'uomo, per tutta risposta, decide di sradicare un gigante. Nel 1959, ad Alessandria del Carretto, il progresso era una parola astratta, una promessa sbiadita quanto l’inchiostro di un ufficio ministeriale a Roma. Lì, tra le rughe di una Calabria verticale, la vita si misurava in fatica e legno.

De Seta arriva con la sua Arriflex. Non porta con sé le luci della ribalta, ma una pazienza quasi monacale. Non ci sono microfoni a giraffa, non ci sono interviste accomodanti. C’è solo l’osservazione nuda. "I dimenticati" non è un titolo, è un verdetto. Documenta l'incredibile: un paese che per connettersi alla modernità deve aspettare una strada che non arriva mai, mentre per connettersi al sacro gli basta un abete. È qui che l’antropologia smette di essere polvere da biblioteca e diventa carne, muscoli tesi, rito primordiale.

Immaginate questi uomini. Piccoli contro l'immensità della boscaglia. Scelgono la "Pita", l'abete bianco, con la stessa precisione con cui un chirurgo sceglierebbe dove incidere. Ma non c’è asetticità. C’è il morso della scure. Il rito arboreo che De Seta immortala è un matrimonio violento tra la comunità e la natura. L'albero deve cadere perché il paese possa rialzarsi. È un paradosso geografico: Alessandria è isolata dal mondo degli uomini, ma è al centro del mondo degli dèi. Il tronco viene trascinato per chilometri, un cadavere vegetale che deve essere risorto in piazza.

Il montaggio di De Seta è un miracolo di sottrazione. Niente voce narrante. Dio ci scampi dal commento didascalico che spiega allo spettatore cosa deve provare. Il regista ci sbatte in faccia il rumore del mulo, lo scricchiolio del legno che gratta il fango, il brusio di una folla che non recita, ma vive. È un’antropologia dello sguardo che rifiuta il folklore da cartolina. Non ci sono costumi lucidi per i turisti, perché i turisti non sanno nemmeno che questo posto esista. Ci sono solo facce segnate, scavate dal vento, simili alla corteccia dell'albero che stanno portando in trionfo.

La “Pita” diventa l'albero della cuccagna. In cima, i premi sono poveri: formaggi, salumi, sogni di una pancia piena. Ma l’ascensione ha un significato che travalica il premio materiale. È l'orgoglio di chi è stato lasciato indietro dal “miracolo economico” e decide di costruirsi il proprio centro di gravità permanente. Mentre l’Italia delle metropoli scopre il frigorifero e la televisione, ad Alessandria del Carretto si celebra la primavera con la stessa ferocia di mille anni prima. De Seta non guarda questi uomini con superiorità. Li guarda con fratellanza. La sua camera è bassa, sporca di polvere, sempre ad altezza d'uomo.

C’è una tensione erotica in questo trasporto. Il tronco è un fallo immenso che deve fecondare lo spazio urbano. È la vittoria del verticale sull'orizzontale. In un’epoca che già allora correva verso la velocità e l’oblio dei legami locali, “I dimenticati” ci costringe a rallentare. Ci costringe a guardare le mani. Mani che annodano corde, mani che spingono, mani che pregano. È un’economia del gesto che oggi abbiamo smarrito nel ticchettio sterile delle tastiere.

Qualcuno dirà che è nostalgia. È un errore grossolano. Non c'è rimpianto per la povertà in De Seta. C'è solo il riconoscimento di una dignità che non ha bisogno di asfalto per esistere. Il paradosso di Alessandria del Carretto è che l’isolamento, quella condanna inflitta da una politica distratta, è diventato lo scrigno che ha protetto il sacro. Se la strada fosse arrivata in tempo, forse la Pita sarebbe diventata un evento per pro-loco, una messinscena per sbadigli urbani. Invece, nel 1959, era ancora una questione di vita o di morte. Di fame e di festa.

Oggi guardiamo quei fotogrammi e proviamo un brivido che non è estetico. È ontologico. Ci chiediamo cosa sia rimasto di quella forza collettiva. De Seta ci ha lasciato un manuale di sopravvivenza spirituale mascherato da documentario. Ha filmato il silenzio dei vinti che, per un giorno all'anno, urlano la propria esistenza attraverso un tronco alzato verso il cielo. Non è folklore. È il battito di un cuore che si ostina a non fermarsi, anche quando il resto del corpo è dato per disperso.

Forse, dopo aver visto il sacrificio della Pita, dovremmo smetterla di chiamarli dimenticati. Forse siamo noi, persi in un eterno presente senza radici né vette, ad essere gli smemorati. Loro, tra le pietre del Pollino, sapevano perfettamente dove si trovavano e perché dovevano spingere. Noi, col GPS in mano, non sappiamo nemmeno più da che parte cade l'ombra di un albero. Il rito continua, ogni primavera. L'abete cade, il paese urla, il cinema di De Seta resta lì a ricordarci che l'unica strada che conta davvero non è quella che porta fuori dal paese, ma quella che porta dentro l'uomo.

*Documentarista Unical