Costretta a interrompere gli studi dal padre e segnata dalla perdita precoce della madre, trova nella poesia in vernacolo il mezzo per esprimere dolore, solitudine e ricerca interiore
Tutti gli articoli di Cultura
PHOTO
La donna della quale voglio raccontarvi è Maria De Maria (1918-1971), considerata da Santino Salerno casalinga semplice, solitaria, ma ricca di vena poetica, una delle voci più significative e più alte della poesia in dialetto calabrese.
Il padre era stato molto geloso di tutte e tre le sue figlie, Teresa, Maria e Pina, inclini non solo alla poesia, ma anche alla pittura, e aveva impedito che continuassero gli studi: privilegio che concesse solo al figlio maschio.
La perdita prematura della madre la rende solitaria; avrà poche ma buone amicizie, come la poetessa Ermelinda Oliva che ne L’Apollo Buongustaio (1975) la ricorderà così: Quella volta avevamo accettato l’invito, io e Maria De Maria, tutte due poetesse di natura “eccessivamente solitaria”, a partecipare personalmente ad una lettura di nostre poesie e per questo dovevamo recarci a Villa San Giovanni. […] Quella volta non potevamo più rifiutarci, ci conveniva proprio uscire dal nostro incomprensibile agli altri meraviglioso guscio d’isolamento, e così prendemmo il treno e tra un continuo ammirare al solito nostro il bellissimo paesaggio, con ciuffi d’erba in fiore tra le rocce o il mare che pareva venirci a salutare presso la ferrovia, fummo là tra quella piccola folla erudita e zitta, intente ad ascoltare anche noi le nostre poesie. Poi, mentre ci piovevano addosso complimenti e inviti di rimanere a pranzo, fuggivamo via come il vento che cerca la libera campagna. Eravamo già fuori, sole, all’aperto. Ma comunque dovevamo anche noi nutrirci un po’ di qualche cosa. E allora “la pizza” disse Maria, che mi precedeva col suo passo veloce, a meno che qualcosa d’incantevole non l’avesse trattenuta. “La Pizza?” Ma certo. Ero d’accordo anch’io, perché in essa vi eran le olive dei nostri folti uliveti, la mozzarella delle pacifiche greggi silane e il grano biondissimo fatto pane, le alici d’argento del mare…
Maria vivrà sempre nella sua casa a Palmi dove passa molto tempo in giardino: Chi nci vozi m’arridi ‘u me’ ortu?/ Mi nesci ‘na spera di suli… / Chi chiantu, pe’ tutta ‘a matina! / non c’era ‘na rrama, / non c’era ‘nu hiuri, / ‘na fogghia, / senza lagrimi… quali duluri / faciva suffriri ‘i me’ hiuri? / Ora ‘u sacciu: volivanu ‘u suli. Anche Maria cerca il sole, cerca l’affetto della madre che non c’è più; è un’anima semplice ma sensibile. Si consola con la poesia, legge Rainer Maria Rilke e la vena poetica si apre finalmente in lei: ha trovato ispirazione, coglie l’essenza divina della natura e ne diventa parte integrante.
Nonostante avesse frequentato solo le scuole elementari, riesce scrivendo in vernacolo – ed è la prima donna a farlo – a far uscire fuori il dolore della perdita: Si rruppìu ‘a corda d’ ‘a speranza, / si rruppìu ‘a corda d’ ‘u duluri, / si rruppìu ‘a corda di l’amuri, / si rruppiu ‘a corda d’ ‘a filicità. / ‘ I cordi d’ ‘a me’ vita si rrumpiru / Tutti, e no cantu cchiù. Il vernacolo, con Maria De Maria, cessa di essere folclore e diventa strumento di espressione pari alla lingua, anzi, riesce ancora di più a rendere la profondità delle ferite, senza sentimentalismi fini a se stessi, lasciando un’impronta indelebile: quella della propria esistenza.
A quarant’anni, nel 1958, esordì con l’opera in vernacolo Scogghiu sulu (Scoglio solitario) che le valse il premio “Villa San Giovanni”. Nu mari randi randi, / ‘nu scogghiu niru e sulu. / Oh, quantu lu vardai / Ddhu scogghiu sulu. Viene notata per la linea di chiara modernità. Sia per quello che riguarda il verso, ora nervoso, ora scattante, sia per quel che riguarda la sua concezione stessa della poesia, qualcosa di vivo e vitale. che ridonava grazia a un dialetto in sé rozzo, e una purezza di accenni ed una compostezza di toni già mirabilmente adulti e compiuti. Nel 1968 seguirà la raccolta Piccole parole nere; del 1982 è la pubblicazione dell’opera postuma Bagliori di eterno. Tre, in totale, della De Maria, tra vernacolo e italiano, le raccolte di liriche nelle quali dominano la natura e la fede profonda non solo in Dio ma nella vita stessa.
Giuseppe Selvaggi così la commemora: Nella veglia del treno, mi sono trovato a pregare per la sua ombra. Si fa quando ci tornano dinanzi i morti. Il requiem che allontana l'ombra e ci fa dormire tranquilli. "Non per la mia anima, così come la intende, lontana. Per le mie pagine", mi rispondeva Maria De Maria. Per le sue pagine? Davvero, cosa faremo per le sue pagine, dopo questo pubblico requiem? La sepoltura dell'anima di un poeta non può essere la sua tomba, ma il libro aperto sotto gli occhi e la vita dei vivi. Non terra. Aria, in cui sfogliare le pagine. Accogliamo quest’invito, riprendiamo le sue pagine in mano, sfogliamole, leggiamo i suoi versi. Facciamo rivivere Maria.
Meritava maggiore successo, di sicuro. Certo, al mondo letterario rimase pressoché sconosciuta.
L’anima, come la rosa / Languente tra il giorno e la notte, / si sente fragile cosa / tra la vita e la morte.
Maria, fragile anima dai versi incisivi, morta troppo presto.

