L’autore presenta il suo romanzo d’esordio, parlando di identità, perdita, paternità e lavoro, e del modo in cui l’esperienza personale acquista un senso universale
Tutti gli articoli di Cultura
PHOTO
Nel panorama sempre più affollato della narrativa contemporanea, Le Cinque Pietre di Rosario Esposito si impone come un’opera che rifugge ogni compiacimento autobiografico per farsi, piuttosto, esercizio di scavo interiore e gesto etico di restituzione. Esposito – consulente energetico nella vita professionale, è un testimone consapevole delle fratture e delle responsabilità che attraversano un’esistenza esposta al rischio e alla perdita – esordisce nella scrittura con un romanzo che non cerca l’eccezionalità dell’evento, bensì la verità della sua risonanza nel tempo.
Le Cinque Pietre si configura come un dispositivo narrativo che diventa spazio simbolico di confronto tra ciò che è stato e ciò che sarebbe potuto essere. Attraverso la doppia identità di Rosario e Raffaele – il nome mai ricevuto, ma interiormente abitato – il romanzo interroga il tema dell’identità come costruzione dolorosa e mai definitivamente compiuta. Le cinque profezie dell’infanzia, lungi dall’assumere i contorni di un destino prescritto, si trasformano in coordinate simboliche che orientano il lettore all’interno di una riflessione più ampia sul rapporto tra libero arbitrio e necessità, tra scelta e accadimento.
Con una lingua volutamente essenziale ma carica di tensione emotiva, Esposito racconta il lutto, la paternità ferita, la disciplina del lavoro, la fatica quotidiana di rimanere integri senza rinnegare la propria fragilità. Ne emerge un romanzo che, pur radicato in una vicenda autentica e personale, si apre a una dimensione universale, capace di parlare a chiunque abbia conosciuto la perdita, la responsabilità e il bisogno urgente di dare senso alle proprie ferite. Le Cinque Pietre non è il racconto di una vita straordinaria, ma di una vita interrogata fino alle sue ultime conseguenze.
Potresti elaborare una sintesi concisa e penetrante del romanzo, tale da delinearne il nucleo emotivo e tematico, senza rivelarne gli snodi narrativi più delicati?
«Le cinque pietre è un’opera che nasce da due domande essenziali: cosa resta di noi dopo il dolore? E cosa sarebbe successo se non fosse accaduto? È un romanzo sul tempo, sulla perdita e sulla responsabilità di dare un senso alle fratture della propria storia. Al centro non c’è l’evento traumatico in sé, ma il modo in cui quell’evento modella l’identità. È un libro che non racconta una vita “eccezionale”, ma una vita esposta, attraversata, interrogata fino in fondo».
In quale misura l’epistolare congiunzione tra il sé presente di Rosario e il sé ideale di Raffaele, ovvero il nome mai attribuitogli, può essere interpretata come un dispositivo narrativo finalizzato a scandagliare le fratture identitarie e il faticoso percorso di riconciliazione tra memoria personale e destino esistenziale.
«La scelta della forma epistolare risponde a un’esigenza profonda: creare uno spazio di dialogo tra ciò che sono diventato e ciò che non ho mai potuto essere. Raffaele, il nome mai attribuito, rappresenta l’identità rimasta in sospeso, il figlio e l’uomo che cercano ancora una legittimazione. Questo scambio narrativo mi ha permesso di esplorare le zone d’ombra della memoria e di trasformare l’assenza in un interlocutore attivo, non in un vuoto muto. Ma soprattutto di rendere la mia sofferenza universalmente riconsocibile a chiunque si identifica in ciò che ho vissuto».
Come si configura, all’interno dell’arco autobiografico del romanzo, la funzione metaforica delle cinque profezie infantili, e in quale misura esse orientano o condizionano la dialettica tra volontà individuale e necessità imposta dagli eventi traumatici?
«Le profezie infantili non vanno lette come premonizioni, ma come architettura simbolica del racconto. Funzionano come punti di orientamento nel caos dell’esperienza, non come destino scritto. Nel romanzo diventano il luogo di tensione tra libero arbitrio e necessità, tra ciò che scegliamo e ciò che ci accade. Il vero tema non è se le profezie si avverino, ma come il protagonista decide di attraversarle».
In che modo l’esperienza professionale dell’autore, connotata da rischio, disciplina e interventi salvifici, si riverbera nell’articolazione psicologica dei personaggi, contribuendo a una stratificazione emotiva che trascende la mera cronaca autobiografica per assumere valenze archetipiche e universali?
«Il mio percorso professionale in parte, ma soprattutto il mio percorso di vita, segnato dal rischio e dalla responsabilità verso la vita altrui, ha inciso profondamente sulla costruzione psicologica dei personaggi nel raccconto, anche se tutti i personaggi sono reali. Disciplina, controllo emotivo e gestione dell’emergenza non restano sullo sfondo, ma diventano categorie interiori. Questo consente alla narrazione di superare il piano autobiografico e di assumere una valenza archetipica: l’uomo chiamato a intervenire quando non esistono soluzioni indolori».
Quale ruolo assume la narrazione del lutto, in particolare la tragica perdita del primo figlio, nell’articolazione di un discorso più ampio sulla resilienza, e in che misura il racconto letterario di tale trauma può essere considerato atto di elaborazione catartica e testimone di un’esistenza risignificata?
«La perdita del mio primo figlio rappresenta il punto di massima esposizione emotiva del romanzo. È stata indubbiamente la parte più difficile da narrare in tema emotivo. Non è raccontata per cercare compassione, ma per restituire verità e speranza. Quel lutto diventa un passaggio iniziatico: segna la fine di un’innocenza e l’inizio di una nuova responsabilità verso il senso della vita. La scrittura, in questo caso, è stata un atto di elaborazione profonda, non di consolazione. Non chiude la ferita, ma le dà voce. Anche in un lutto così importante si può ricercare l'utilità per altre persone».
In che modo la scelta stilistica di un registro linguistico immediato ma al contempo intenso ed evocativo contribuisce a rendere il vissuto autobiografico simultaneamente intimo e condivisibile, trasformando la specificità della vicenda individuale in esperienza di risonanza universale?
«È stata una scelta importante. In prima stesura avevo scelto una narrazione in prima persona, ma non era la strada giusta. Poi ho deviato su un linguaggio immediato, semplice, essenziale, in terza persona ma carico di tensione emotiva. Volevo evitare sia l’enfasi sia la distanza letteraria. Questo nuovo registro consente al lettore di entrare nel racconto senza filtri, di riconoscersi senza sentirsi spettatore. È in questo equilibrio che l’esperienza individuale diventa condivisibile, e il privato assume una risonanza universale».
È possibile leggere il dialogo interiore con il padre scomparso come un tentativo di restaurare un ordine simbolico nella memoria familiare e, al contempo, come esercizio di sperimentazione psichica volto a sondare le profondità delle emozioni sospese tra colpa, amore e desiderio di redenzione?
«Il dialogo con mio padre non è un esercizio nostalgico, ma sicuramente lo possiamo identificare in un tentativo di ricostruire un ordine evolutivo interrotto troppo presto. Attraverso quella voce assente ho potuto finalmente esplorare quelle emozioni rimaste nelle pieghe del tempo: il senso di colpa, il bisogno di approvazione, l’amore mai completamente espresso. È una forma di sperimentazione interiore che non cerca assoluzioni, ma integrazione».
Quali tratti psicologici romanzati emergono nella costruzione del personaggio di Rosario/Raffaele, e in che modo essi riflettono, amplificandole, le tensioni emotive e i conflitti interiori dell’autore, rendendo la narrazione al contempo autentica e universalmente accessibile?
«Rosario/Raffaele è un personaggio vero, attraversato da una tensione costante tra controllo e vulnerabilità. È resiliente, ma non invulnerabile. Questa ambivalenza riflette conflitti profondamente umani e diffusi che spesso ritroviamo in tutte le esperienze di vita: il bisogno di reggere il peso delle responsabilità senza smarrire la propria parte fragile. È proprio questa incompletezza a renderlo credibile e, credo, universalmente accessibile».
Infine, come si può argomentare l’importanza fondamentale del racconto di una vita – tra episodi iconici, cadute e rinascite – come strumento di trasmissione culturale, di introspezione morale e di testimonianza spirituale, capace di trasformare la materia autobiografica in esperienza etica condivisa?
«Ogni vita vissuta varrebbe la pena di essere raccontata. Raccontare una vita, per me, è un atto etico imprescindibile, qualunque essa sia, prima ancora che letterario. Le cinque pietre nasce dall’urgenza di testimoniare che il dolore può essere attraversato senza essere rimosso e che ogni esperienza, anche la più dura, può diventare strumento di consapevolezza. In questo senso il romanzo si propone come spazio di trasmissione culturale e spirituale, capace di trasformare la memoria individuale in patrimonio condiviso. Ogni racconto può essere "curativo" e di "ispirazione" per tutti. Dovremmo tutti avere il coraggio di mettere su carta le nostre emozioni e regalarle agli altri come atto d'amore universale. Avremmo come risultato un mondo pieno di amore e meno rancoroso».
In definitiva, l’opera di Rosario Esposito si offre come una testimonianza rara e necessaria: non la celebrazione del dolore, ma il suo attraversamento consapevole; non la ricerca di consolazione, ma di verità. Le Cinque Pietre ci ricorda che ogni esistenza, se narrata con onestà e rigore interiore, può trasformarsi in atto di cura e di responsabilità collettiva. È un invito, sommesso ma radicale, a riconoscere nella scrittura il luogo in cui la memoria individuale smette di essere ferita solitaria e diventa, finalmente, esperienza condivisa, capace di generare senso, compassione e una più profonda forma di umanità.

