Nell’ambito delle celebrazioni dedicate a Maria Callas, il tenore calabrese sarà sul palco di Reggio. Così racconta il suo personaggio sospeso tra destino, responsabilità e bisogno d’amore
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C’è un punto, nel percorso di ogni interprete, in cui il ruolo non è più soltanto una prova vocale o scenica, ma diventa una sorta di specchio interiore: un luogo in cui tecnica, esperienza e consapevolezza si incontrano e si mettono alla prova. È in questo spazio che si colloca oggi il Turiddu di Lorenzo Papasodero, chiamato a confrontarsi con uno dei personaggi più emblematici del repertorio verista in Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni.
L’appuntamento è fissato per giovedì 30 aprile, alle ore 21, presso il Teatro Francesco Cilea, nell’ambito delle celebrazioni per il 75° anniversario di Maria Callas al teatro e per l’80° anniversario della sua inaugurazione. A firmare la produzione è il Conservatorio di Musica F. Cilea, con orchestra e coro dell’istituto, diretti da Paolo Carbone, e la regia di Piera Puglisi.
Accanto a Papasodero, nel ruolo di Turiddu, un cast che vede Maria Bagalà (Santuzza), Zhang Zicong (Alfio), Mattia Rigillo (Lola) e Ludovica Crudo (Lucia), per un allestimento che si muove nel solco di quella verità scenica ed emotiva che costituisce il cuore stesso del melodramma mascagnano.
È proprio su questa idea di verità che si fonda il lavoro di Papasodero. Il suo Turiddu rifugge ogni tentazione stereotipata — quella del giovane irruento, dominato da passioni cieche — per restituire invece un personaggio stratificato, attraversato da fragilità, orgoglio e bisogno d’amore. In questa prospettiva, la tecnica vocale non si pone mai come fine, ma come strumento al servizio della parola e dell’urgenza espressiva: una linea di canto che aderisce al testo, che respira con esso, incarnando fino in fondo l’estetica verista, dove la musica segue e amplifica l’emozione umana.
Ne emerge un Turiddu sospeso tra responsabilità individuale e destino, tra scelta e condizionamento sociale, profondamente radicato in quel contesto culturale segnato da codici d’onore e tensioni irrisolte. Un personaggio, dunque, che Papasodero affronta oggi con una maturità nuova, trasformando il ritorno a questo ruolo in un momento di verifica e, insieme, di ulteriore crescita artistica.
Turiddu è un personaggio che vive di slanci, contraddizioni e passioni violente: come hai lavorato per restituire questa complessità senza cadere nello stereotipo del “giovane impulsivo”?
«Ho cercato di partire dall’ascolto del personaggio, più che dall’idea che spesso si ha di lui. Turiddu non è solo impulsività e imprudenza: è fragilità, bisogno d’amore, orgoglio ferito. Lavorare su queste sfumature mi ha aiutato a restituirlo in modo più umano, evitando una lettura unidimensionale. Credo che la chiave sia sempre cercare la verità, anche nei lati più contraddittori».
In Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni, la dimensione musicale e quella teatrale sono profondamente intrecciate: quale equilibrio cerchi tra tecnica vocale ed espressione drammatica nel ruolo di Turiddu?
«In un’opera come Cavalleria rusticana tecnica e dramma non possono essere separati. La tecnica serve proprio a sostenere l’espressione. Cerco sempre un equilibrio in cui la voce rimanga libera e controllata, ma al servizio della parola e della situazione scenica. È necessario fondere la spavalderia giovanile con la disperazione passionale, incarnando l’ideale verista di Mascagni in cui la musica segue fedelmente l’emozione umana, spesso estrema».
Turiddu è spesso visto come vittima delle proprie passioni e del contesto sociale: lo interpreta più come colpevole o come tragico destino già segnato?
«Turiddu compie delle scelte, quindi ha una responsabilità, ma allo stesso tempo è figlio di un contesto sociale e culturale molto forte, che condiziona profondamente il suo modo di agire. È vittima di un tragico destino già segnato, determinato dalle rigide leggi sociali e dal codice d’onore arcaico del suo ambiente e, d’altro canto, tremendamente fedele alle proprie emozioni che persegue fino all’ultimo respiro. Questo contrasto rende Turiddu un personaggio estremamente interessante».
Quanto conta, per un interprete, comprendere il contesto verista dell’opera per restituire autenticità al personaggio? E come lo traduci concretamente sulla scena?
«Comprendere il contesto verista è fondamentale per un interprete di Cavalleria rusticana, poiché permette di trasformare stereotipi melodrammatici in personaggi autentici, radicati nella cruda realtà siciliana di fine ’800. L’autenticità si restituisce interiorizzando l’ambiente e le rigide norme sociali che determinano le passioni estreme dei protagonisti. Il verismo richiede concretezza e verità nei gesti e nelle intenzioni. Per me significa lavorare su una recitazione essenziale, mai costruita, e su un rapporto molto diretto con la parola. Anche vocalmente cerco una linea che sia aderente al testo, senza artifici».
La celebre “Siciliana” apre l’opera con un tono quasi intimo e malinconico: come costruisci quel momento per entrare subito in sintonia con il pubblico?
«La “Siciliana” (O Lola, ch’ai di latti la cammisa) è un momento cruciale: un assolo che deve catturare immediatamente l’attenzione del pubblico con un’atmosfera sospesa, intima e carica di passione. Cerco di affrontarlo con semplicità, senza caricarlo troppo, lasciando che sia la musica a parlare. È il primo contatto con il pubblico, quindi per me è importante creare subito un clima intimo, quasi confidenziale, trasformando l’inizio dell’opera in una confessione privata che diventa universale attraverso la musica di Mascagni».
Il rapporto tra Turiddu, Santuzza e Lola è un nodo emotivo fortissimo: come hai lavorato sulle relazioni sceniche per renderle credibili e vive?
«Con Santuzza c’è un legame profondo, fatto di tensione, dolore ed emotività latente; con Lola invece un rapporto più leggero ma altrettanto deciso dal punto di vista passionale. Il lavoro si concentra sulla tensione psicologica dei personaggi, trasformando le interazioni in un meccanismo a orologeria emotiva, basato su gelosia, onore e ossessione».
Cantare in un teatro come il Teatro Francesco Cilea, esattamente come è accaduto anche al Teatro Rendano, comporta un dialogo con lo spazio e con l’acustica: in che modo questo influenza la tua interpretazione?
«Cantare in teatri di altissimo prestigio come il Teatro Francesco Cilea o il Teatro Rendano è un’esperienza che trascende la semplice esibizione artistica. Porto con me, per questo debutto, sentimenti di grande orgoglio, onore e responsabilità. Ogni teatro ha una sua identità: spazi come questi richiedono attenzione all’acustica e alla proiezione, ma anche alla gestione delle dinamiche. Questo influisce sull’interpretazione, perché ti porta ad adattare il suono e il gesto in funzione dello spazio».
Guardando al tuo percorso artistico, cosa rappresenta per te oggi Turiddu: una sfida tecnica, un approdo espressivo o un passaggio fondamentale nella tua crescita come interprete?
«Oggi Turiddu rappresenta per me un passaggio importante. È un ruolo che ho già cantato anni fa e che oggi mostra una maturità diversa, non solo vocale ma anche interpretativa. Più che una sfida, la vedo come una possibilità di crescita e un modo per approfondire il mio percorso artistico e confrontarmi con un repertorio molto intenso. È un banco di prova che esige passione e tecnica, unendo l’impeto giovanile alla consapevolezza tragica. Cerco di dare vita a un Turiddu il più possibile sincero, fedele alla sua umanità e alle sue contraddizioni».
In questo intreccio di memoria teatrale e urgenza espressiva, il ritorno di Cavalleria rusticana sulle scene del Teatro Francesco Cilea assume il valore di un rito che si rinnova: non semplice riproposta di repertorio, ma occasione viva di confronto con un teatro che chiede verità, misura e coraggio.
Dentro questa cornice, il Turiddu di Lorenzo Papasodero si configura come un punto di approdo provvisorio, una tappa significativa di un percorso che trova nella maturità interpretativa la sua cifra più autentica. Non più soltanto slancio giovanile, ma coscienza del limite, ascolto della parola, adesione profonda a quel tessuto umano e sociale che il verismo ha consegnato alla storia del melodramma.
E forse è proprio qui che risiede il senso ultimo di questa interpretazione: nel tentativo, sempre incompiuto e sempre necessario, di restituire a Turiddu la sua verità più fragile e contraddittoria. Una verità che non cerca effetti, ma si lascia attraversare dalla musica di Pietro Mascagni, fino a farsi voce di un destino che, pur appartenendo a un tempo lontano, continua ostinatamente a parlarci.

