Mauro Giancaspro entrava nelle stanze con l’aria di chi ha appena scovato un tesoro tra la polvere e non vede l’ora di raccontarti quanto sia assurdo il mondo. Non era un custode di carta. Era un rabdomante di storie. Lo ricordo a Cosenza, nel silenzio quasi monastico della Biblioteca Nazionale, mentre maneggiava volumi come fossero creature vive, pulsanti, capaci di mordere se approcciate con la freddezza dell’inventario. Cosenza, per lui, non fu un esilio dorato prima dei fasti napoletani. Fu un laboratorio di umanità carnale, un avamposto dove la cultura doveva sporcarsi le mani con la realtà, anche quella più buia, anche quella che non può vedere.

Tre anni senza di lui sono un’eternità secca. Soprattutto oggi, in questo tempo di pixel volatili e intelligenze senza corpo. Giancaspro era il corpo. Era la voce. Era l’idea folle che un libro potesse essere «spazio» oltre che superficie. Mi torna in mente quel progetto pionieristico, quel libro sperimentale per non vedenti intitolato «Piani dei libri sviluppati nello spazio». Non era un’operazione di inclusione patinata, di quelle che piacciono oggi ai direttori marketing. Era una sfida antropologica: come si spiega la bellezza di un’impaginazione e della lettura a chi abita l'oscurità? Lui trovò la risposta nel tatto, nel suono, nell’architettura dei volumi. Affidare la sezione audio di un’opera simile a uno studente non era solo un atto di fiducia. Era forse anche una sorta di dichiarazione di guerra al baronismo accademico di quegli anni. Voleva orecchie fresche. Voleva entusiasmo, non polvere.

C’è qualcosa di profondamente calabrese nel modo in cui Mauro ha abitato il sapere. Una sorta di resistenza ostinata, un orgoglio che non ha bisogno di gridare. A Cosenza ha lasciato un’impronta che non si cancella con il cambio di una targa. Ottavio Cavalcanti non è mai riuscito a fargli ottenere la cittadinanza onoraria. La sua biblioteca non era un deposito di morti. Era un’agorà. Un pezzo di città che respirava. Spesso ci si dimentica che l’intellettuale, quello vero, non è colui che accumula nozioni, ma colui che sa connettere il particolare all’universale. Lui lo faceva con una naturalezza che sconcertava. Passava dal dettaglio tecnico di una legatura del Seicento al calore di una chiacchierata davanti a un caffè, senza mai farti sentire piccolo. Eppure lui era gigante. Gigante di una cultura che oggi definiremmo «totale», ma che lui viveva con la leggerezza di un gioco serio.

Il bibliotecario, diceva, è un ottimista. Bisogna esserlo per forza per credere che un pezzo di carta possa sopravvivere ai secoli, alle fiamme, all’umidità e, peggio ancora, all’indifferenza. La sua battaglia contro l’assedio delle biblioteche non era un lamento nostalgico. Era una difesa della memoria come atto politico. Chi controlla il passato, scriveva Orwell, controlla il futuro. Mauro lo sapeva bene. Ma lo declinava con ironia, quella lama sottile che usava per scrostare le ipocrisie del sistema culturale italiano. Non sopportava le celebrazioni vuote. Amava il libro come oggetto fisico, carnale, profumato. Diceva che leggere nuoce gravemente alla salute perché ti cambia, ti guasta la vista ma ti apre la mente in modi irreversibili. Ti rende pericoloso.

A tre anni dalla sua scomparsa, guardando il panorama della nostra regione, sento la mancanza di quel suo modo di essere direttore: presente, fisico, quasi ingombrante per passione. La Calabria è terra di grandi assenze e di ritorni impossibili. Giancaspro è tornato a Napoli, nella sua Vittorio Emanuele III, portando con sé quel pezzo di anima cosentina che aveva coltivato con cura. Ma è qui che la sua lezione di «osservazione» rimane più vibrante. Qui ha insegnato che un libro non è un confine, ma una soglia.

Mi chiedo spesso cosa direbbe oggi davanti alla smaterializzazione totale del sapere. Probabilmente sorriderebbe, con quel lampo di intelligenza e quella ironia rapida negli occhi, e tirerebbe fuori dalla tasca, con l’ironia del napoletano colto, un aneddoto su qualche incunabolo sopravvissuto a un naufragio. Ci direbbe che la tecnologia è solo un altro modo per sviluppare piani nello spazio, a patto di non perdere l’uomo. Perché Mauro Giancaspro non ha mai dimenticato l'uomo. Neanche quando maneggiava i tesori di Leopardi o le carte dei Girolamini. L’uomo era il fine, il libro solo il mezzo.

Oggi le stanze che ha abitato sono forse più silenziose, più ordinate, più istituzionali. Ma per chi ha avuto la fortuna di incrociare il suo cammino, tra una lezione e un progetto visionario per i non vedenti, quel silenzio è popolato di echi. È l’eco di una cultura che non si accontenta delle risposte facili. È il rumore di una mente che non ha mai smesso di cercare il lato umano della polvere. Forse, in fondo, non è morto affatto. È solo andato a cercare un volume raro in qualche scaffale altissimo, in una di quelle biblioteche universali dove non serve la luce per leggere, perché ha insegnato a tutti noi che il sapere è un senso che passa per le mani e arriva dritto al cuore. E allora, invece di commemorarlo, dovremmo semplicemente fare quello che lui ci ha mostrato: aprire un libro, toccarne la grana, sentirne l’odore e lasciarci portare altrove. Senza paura di perderci.

Restano le sue parole, scritte con una grazia che oggi pare quasi anacronistica. Resta l'immagine di un uomo che correva tra i corridoi, non per fretta, ma per urgenza. L'urgenza di non sprecare neanche un minuto di bellezza. Tre anni sono un soffio, eppure il vuoto ha la consistenza del piombo. Chissà se tra gli angoli della Biblioteca nazionale di Cosenza si sente ancora quell’odore di carta vecchia e di futuro che lui sapeva mescolare con una sapienza quasi magica. Chissà se qualcuno, oggi, sta ancora provando a sviluppare libri nello spazio, o se ci siamo arresi alla bidimensionalità piatta di uno schermo che non sa di nulla.

*Documentarista Unical​​​​​​