Francesco Kostner, giornalista, ha lungamente collaborato con il quotidiano Gazzetta del Sud, del quale ha curato anche la pagina Arte Cultura e Spettacolo in Calabria. Già responsabile Relazioni esterne e capo Ufficio stampa dell'Università della Calabria, ha diretto la rivista di divulgazione scientifico-culturale Stringhe, edita dallo stesso ateneo.

È autore di numerose pubblicazioni di carattere storico-politico. L’ultimo è “Nel segno di Poseidone Il terremoto in Calabria tra mito, storia e soprattutto prevenzione”. Abbiamo intervistato l’autore.

1. Nel titolo del libro compare il riferimento a Poseidone: perché ha scelto proprio questa immagine simbolica per raccontare la storia dei terremoti in Calabria?
«Si tratta di un espediente narrativo per dire, in sostanza, che il terremoto ha sempre segnato la vita dell’uomo e continuerà a rappresentare un elemento “costitutivo” nella incessante dinamica del pianeta. Ciò vale anche per la nostra regione, considerata una delle aree a più alto rischio sismico del Paese. Le stazioni sismografiche che fanno capo al Laboratorio di Sismologia dell’Università della Calabria, diretto dal professor Mario La Rocca, registrano ogni anno centinaia di terremoti, fortunatamente molto diversi da quelli che hanno colpito la regione in passato. Bene, è fondamentale rendersi conto che tutto ciò non è casuale, comprendere le caratteristiche, il senso storico, la valenza culturale di questa dimensione. E fare quanto è necessario perché eventuali future emergenze non ci trovino impreparati. Costruendo, in altre parole, la società della prevenzione. Un grande obiettivo strategico che deve essere posto in cima alle urgenze della Calabria. Sia per i profili che esso presenta sul piano della sicurezza, sia per le ricadute di carattere economico e sociale legate al raggiungimento di questo auspicabile traguardo. Basta guardare al Giappone, che ha ottenuto risultati straordinari in questo campo, ma anche alle positive esperienze realizzate in Italia che dimostrano l’importanza degli interventi di adeguamento strutturale rispetto al terremoto e, dunque, della prevenzione del rischio sismico. Sensibilizzare su questo complesso di informazioni e di esperienze gli studenti calabresi è molto importante. “Nel segno di Poseidone” prova a farlo, con una proposta didattica innovativa che ricostruisce le vicende del passato, ma parla soprattutto il linguaggio della prevenzione».

2. Nel suo lavoro intreccia mito, storia e testimonianze popolari. Quanto è importante recuperare queste narrazioni per comprendere davvero l’impatto dei terremoti sulle comunità?
«È fondamentale. Il problema calabrese (ma in verità non solo della nostra regione) è che la memoria collettiva degli eventi verificatisi in passato ha spesso assunto un significato distorto, una fisionomia che continua ad essere inadeguata rispetto all’attualità del problema. Ha prevalso, in altre parole, un ricordo delle vicende che hanno interessato la Calabria connesso ad una lettura “teocratica” degli accadimenti. Sembra esagerato, ma in numerose realtà colpite in passato dal terremoto è così ancora oggi, anche se, comprensibilmente, azioni, comportamenti e manifestazioni hanno assunto, appunto, una fisionomia diversa. Mi lasci dire: una fisionomia “modernamente” calata nella realtà, anche se non meno grave e controproducente che in passato. La memoria, in altre parole, deve diventare uno strumento di crescita collettiva, non allontanare i cittadini dalla “effettività” del problema e dalle caratteristiche della realtà cui ho fatto riferimento. Men che meno può essere di impedimento allo sviluppo di una cultura preventiva. In questo sforzo, a partire dalle scuole all’intera filiera istituzionale, tutti devono fare la propria parte. Non in maniera episodica, ma come impegno costante e responsabile».

3. Dai grandi terremoti del passato emerge spesso una società impreparata. Oggi la Calabria è più consapevole del rischio sismico oppure esiste ancora un ritardo culturale sulla prevenzione?
«Sono stati fatti indubbi passi in avanti, ma l’obiettivo prioritario di puntare alla creazione di una società preventiva, pienamente consapevole del livello di rischio che interessa la regione e perciò adeguatamente preparata a misurarsi, culturalmente e organizzativamente, con questo problema, è ancora lontano. La politica non ha mai attribuito l’importanza che merita a questo tema, che non può, per comprensibili ragioni, assicurare “ritorni” immediati, spendibili in un’ottica di breve periodo, in termini di consensi elettorali. Bisognerebbe, invece puntare con decisione – e senza lasciarsi condizionare da calcoli elettoralistici – al conseguimento di un risultato al quale è legata la sicurezza dei calabresi. E dell’intero sistema socio-economico della regione».

4. Nel libro racconta anche molte storie umane legate ai disastri sismici. C’è un episodio che l’ha colpita più di altri durante la ricerca?
«Si tratta di episodi e vicende spesso molto dolorosi che in ogni epoca hanno segnato il rapporto tra la Calabria e il terremoto. La ricostruzione della storia sismica calabrese, però, serve non solo per capire gli effetti causati dai terremoti in passato, ma la delicatezza e l’attualità di un problema che è parte integrante della oggettività geofisica della regione».

5. Se dovesse indicare una sola lezione che la storia dei terremoti calabresi dovrebbe insegnarci oggi, quale sarebbe?
«
Che la consapevolezza, l’educazione e la preparazione (ma questo vale per tutti i rischi) sono in grado di fare la differenza. Grazie alle competenze scientifiche e alla capacità tecnologica di cui disponiamo, alle conoscenze del territorio, alla presenza di professionisti capaci e sensibili al tema della prevenzione, e grazie ad un’attenzione da parte delle autorità competenti che mi auguro possa segnare una nuova stagione di impegno civile e culturale, è possibile fare della Calabria, come auspico nel mio libro, un modello di prevenzione. Bisogna crederci ed essere conseguenti».