Olimpio Talarico è uno scrittore calabrese che ha fatto della memoria, dei luoghi, delle radici e del rapporto tra Nord e Sud alcuni dei temi centrali della sua produzione letteraria. Nato a Caccuri e da anni residente a Bergamo, ha mantenuto con il suo paese un legame profondo, trasformandolo anche in materia narrativa. La sua produzione comprende romanzi e raccolte di racconti e ha ricevuto importanti attenzioni nel panorama letterario nazionale.

Ma Talarico è anche una delle figure che hanno contribuito a trasformare un’idea nata in un piccolo borgo calabrese in uno degli appuntamenti culturali più riconosciuti d’Italia.

Il suo rapporto con il presidente Adolfo Barone è strettissimo, ed è anche questo che ha reso il premio prestigioso in Calabria e in tutto il paese.

Il Premio Letterario Caccuri, arrivato nel 2026 alla sua XV edizione, è cresciuto grazie a una formula che ha saputo mettere insieme letteratura, saggistica, arte, musica e grandi protagonisti della cultura italiana. La sua notorietà nazionale è il risultato di quindici anni di lavoro, credibilità, qualità degli ospiti e capacità organizzativa.

E proprio Talarico, vicepresidente dell’Accademia dei Caccuriani e responsabile della sezione saggistica, è una delle persone che meglio possono raccontare il Premio visto da dentro, ma anche il rapporto personale tra uno scrittore e i libri.

Lei è uno dei fondatori e dei protagonisti del Premio Caccuri. Dopo quindici anni, guardandolo da dentro, qual è la cosa che più la rende orgoglioso e qual è invece quella che ancora oggi sente come una sfida?
In quindici anni a Caccuri sono cambiate molte cose, ma se guardo indietro la cosa che mi rende più orgoglioso non è un nome, un ospite illustre, una serata riuscita. È aver dimostrato che uno sperduto paese della Calabria può diventare un luogo dove la cultura non arriva in visita e va via, ma diventa una costante che rassicura. Vedere scrittori di fama internazionale che tornano volentieri, anno dopo anno, in un paese di poco più di mille abitanti, e vedere quel microcosmo ricevuto e celebrato nelle ambasciate italiane di Buenos Aires e Montevideo, nelle università di mezzo mondo: questo per me vale più di ogni bilancio.
La sfida, invece, è riuscire a conciliare due aspetti apparentemente distanti: la crescita e l'anima. Per fortuna la realizzazione di qualcosa di grande non ha fatto perdere al Premio ciò che lo rende speciale, cioè l'intimità, la sintonia emotiva, il rapporto umano tra chi scrive e chi legge, tra l'ospite e il paese, la comunità. La sfida di ogni anno è restare fedeli a quel sogno che quindici anni fa abbiamo voluto realizzare.

Il Premio Caccuri è nato in un piccolo borgo calabrese e oggi è diventato un appuntamento culturale di rilievo nazionale, arrivando persino a costruire relazioni internazionali. Qual è stato, secondo lei, il vero segreto di questa crescita? E come avete fatto a conquistare, anno dopo anno, la fiducia di scrittori, giornalisti, intellettuali e grandi personalità della cultura?
Se devo trovare un segreto, è uno solo: abbiamo usato testa, braccia e cuore. Non abbiamo inseguito il successo facile ed immediato, non abbiamo cercato di assomigliare a premi già affermati altrove. Abbiamo fatto l'esatto contrario: abbiamo chiesto a scrittori, giornalisti, intellettuali di accettare una sfida e venire a vivere un miracolo. Chi arriva a Caccuri viene accolto, rassicurato, portato in giro, fatto sedere a tavola con la gente del posto. E questo, in un mondo culturale spesso fatto di apparizioni lampo e cerimonie anonime, si avverte e soprattutto si ricorda.
La fiducia poi si conquista restando credibili, edizione dopo edizione, curando i dettagli con rispetto per chi arriva e per chi resta. Molti degli ospiti che sono venuti a Caccuri la prima volta per curiosità sono tornati per affetto, e ne hanno parlato ad altri. È stato un passaparola lento, fatto di persona in persona, prima ancora che di comunicati stampa. Nelle prime edizioni facevamo davvero fatica a convincere i nostri ospiti a venire in pieno agosto in Calabria, nella provincia più marginale della regione, nel comune più montano del Crotonese. Le relazioni internazionali sono arrivate dopo, come conseguenza naturale: quando un luogo piccolo dimostra di avere una visione grande, prima o poi il mondo se ne accorge.

Prima ancora di essere uno degli organizzatori del Premio, lei è uno scrittore. Quanto ha influito l’esperienza del Caccuri sulla sua scrittura? E quanto, al contrario, il suo essere scrittore ha contribuito a costruire la filosofia e le scelte editoriali del Premio?
Devo essere sincero: nasce prima la mia attività di scrittore. Quando nel 2010 pubblico il mio primo romanzo, decido di presentarlo in prima nazionale a Caccuri. In piazza c’erano trecento persone attente, curiose, desiderose di cultura. La sera stessa con Adolfo Barone decidiamo di fondare l’Accademia dei Caccuriani e subito dopo, come naturale conseguenza, nasce il Premio letterario Caccuri.
Nel corso degli anni le due strade si sono intrecciate: scrivo e organizzo il premio contemporaneamente. Il Caccuri mi ha insegnato soprattutto ad ascoltare, ad avere un rapporto costante e diretto con il mondo. Si incontrano centinaia di storie, di stili, di modi di intendere la vita, le storie. La scrittura è invece un atto solitario in cui quel mondo esterno viene filtrato solo dalla tua anima, dalla tua sensibilità, ma anche dalle paure, dalle ossessioni che appartengono solo a te.
Poi essere scrittore mi ha aiutato a costruire il Premio attraverso lo sguardo di chi sa cosa significa mandare un libro nel mondo e sperare che qualcuno lo legga. È necessario conoscere la donna e l’uomo che stanno dietro un libro, perché non si prescinde dall’anima.

Ha pubblicato diversi romanzi e raccolte di racconti e uno dei suoi lavori, Cosa rimane dei nostri amori, è stato proposto al Premio Strega. Tra tutto ciò che ha scritto e curato, qual è il lavoro editoriale che sente più suo, quello che considera più riuscito e perché?
Se devo essere sincero, «Cosa rimane dei nostri amori» resta il lavoro che sento più “forte”, e non tanto per il percorso che ha fatto (arrivare alla proposta per il Premio Strega è stata certamente una soddisfazione) quanto per quello che rappresenta nella mia vita emotiva. È il libro in cui Caccuri e il territorio parlano più che mai. È l’opera in cui ho lasciato che il sentimento, le gioie, le paure, gli affetti, le ossessioni si legassero ai luoghi e guidassero la scrittura, sempre insieme alla tecnica e alla costruzione dell’impianto narrativo.
Gli altri miei romanzi hanno vinto numerosi premi letterari in giro per l’Italia e sono stati tradotti all’estero, e per questo sento di poter dire che ogni libro pubblicato lascia addosso qualcosa, perché ogni storia presuppone un patto con il tuo mondo, con la tua sensibilità, con il tuo mondo intimo.

Che cosa rappresenta oggi il libro per Olimpio Talarico? In un tempo dominato da social, video, intelligenza artificiale e comunicazione rapidissima, perché abbiamo ancora bisogno di sederci e leggere una storia o un saggio?
È il rifugio, il luogo in cui mi riapproprio della vita. Viviamo immersi in una comunicazione che ci chiede sempre gli stessi ritmi, veloci, immediati. Il libro fa l'esatto contrario: ti chiede una pausa, uno spazio, ti invita a immergerti in una pagina per farne il luogo in cui tutto si risolve o si ingarbuglia ancora di più. Ma sei tu che muovi le anime e riempi il foglio bianco, con il tempo che è ritornato a essere tuo.

C’è un nuovo libro, un progetto editoriale o una nuova avventura letteraria a cui sta lavorando? Cosa sta preparando per il futuro e può già raccontarci qualcosa?
In autunno uscirà il mio nuovo romanzo, e per me è una grande emozione, perché arriva con una nuova casa editrice a cui sono particolarmente legato dal punto di vista simbolico: Carabba. La Rocco Carabba è stata, sul finire dell’Ottocento e agli inizi del Novecento, una delle case editrici più prestigiose d'Italia. Sono state pubblicate opere di autori come D'Annunzio, Pirandello, Saba, Salgari, e collane prestigiose curate da Papini e Soffici. Una fucina culturale straordinaria, poi chiusa nel 1950.
Oggi un gruppo di intellettuali ha deciso di riportarla in vita, di restituirle l’antico splendore, e io sono felice di far parte di questo nuovo capitolo, quasi di una rinascita. Basti pensare che pubblicano solo tre testi di narrativa all’anno, curati in ogni minimo particolare. C'è qualcosa che mi commuove in questo incontro: un romanzo nuovo che nasce dentro una storia editoriale antica e gloriosa, riportata alla luce.

E infine, una domanda che riguarda insieme lo scrittore e l’uomo del Premio Caccuri: dopo quindici anni di lavoro, cosa ha imparato questa esperienza sulla Calabria, sulla cultura e sulle persone? E qual è il sogno che vorrebbe ancora vedere realizzato a Caccuri?
C'è una cosa che ho capito col tempo e che considero quasi un piccolo manifesto di quello che dovrebbe essere un premio letterario nato in un paese della Calabria, in provincia di Crotone: la salvezza di questi luoghi non può arrivare da un intervento esterno, emotivamente estraneo a queste terre. Le promesse di salvezza di una terra devono arrivare dalle pietre che calpestiamo, dalle case arroccate su una rupe, dalla sana malinconia che colpisce gli occhi delle persone che si amano. Il mio sogno è di far capire a tutti che Caccuri è un gioiello da abitare e curare, perché solo la cura di ciò che si ama è salvifica.
A Caccuri qualcosa sta avvenendo. Penso a chi ha riaperto una casa di famiglia rimasta chiusa per anni per ospitare gli scrittori durante il Premio. Oppure penso a chi ha deciso di aprire un'attività invece di andarsene. Non sono miracoli, sono piccoli gesti quotidiani che nascono quando la gente comincia a guardare il proprio paese con una passione diversa, non più come un posto da cui scappare ma come un posto che vale la pena curare.
Il Premio, in questo senso, non ha “salvato” Caccuri: c’è ancora molto da fare. Ha semplicemente restituito ai caccuresi, solo per qualche giorno l'anno, l'orgoglio di abitare un luogo che il mondo, per una volta, viene a cercare. E questo, moltiplicato per quindici anni, ha davvero cambiato qualcosa.