Nell’anniversario della sua scomparsa, la sua scrittura restituisce ancora una Calabria cruda e autentica, tra fatica, sradicamento e dignità ostinata, che non finiscono di interrogare il presente
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Il fango secco sulle scarpe non se ne va mai del tutto. Lo sapeva Saverio Strati, che per tutta la vita ha portato addosso l’odore di calce e la polvere delle pietre d’Aspromonte, anche quando i salotti romani lo incoronavano con lo Strega. A dodici anni dalla sua scomparsa, tornare tra le sue pagine non è un esercizio di memoria letteraria, ma un’autopsia necessaria su un’antropologia che abbiamo finto di seppellire sotto una coltre di cemento e modernità posticcia. Strati non era un intellettuale che osservava il popolo. Strati era il popolo che, per un miracolo della sintassi, si era fatto penna.
Non c’è spazio per la nostalgia languida tra queste righe. La Calabria di Strati è un corpo rugoso, una terra di mani callose e schiene spezzate che non chiede pietà, ma esige un riconoscimento. Lui, il muratore che parlava con le pietre prima di interpellare i filosofi, ha costruito i suoi romanzi con la stessa precisione con cui si alza un muro a secco. Senza troppi fronzoli, incastrando i fatti uno sull’altro finché la struttura non regge l’urto del vento. La sua è una scrittura fisica. Senti il peso del sacco sulle spalle del lazzarone, avverti il bruciore degli occhi di chi vede il mare solo come una frontiera da varcare per non morire di fame.
Il personaggio Strati si muove nel paradosso costante tra il legame viscerale con una terra che è madre e carnefice allo stesso tempo. La Calabria non è un fondale cartonato per le sue storie. È un organismo vivente che respira attraverso i silenzi dei suoi protagonisti, attraverso quel senso dell'onore che spesso sfuma nella tragedia e quella rassegnazione che non è mai passività, ma una forma estrema di resistenza biologica. Strati ha decodificato il codice genetico del “selvaggio”, non come categoria morale, ma come stato di natura. Il suo selvaggio di Santa Venere non è una creatura mitologica, è l'uomo primordiale che sbatte il muso contro le lamiere di un boom economico che lo vuole consumatore, ma lo mantiene suddito.
C’è una ferocia lucida nel modo in cui Strati racconta lo sradicamento. L’emigrazione, nei suoi testi, perde quella patina edulcorata da “valigia di cartone” per diventare quello che è realmente: una mutilazione dell’anima. Chi parte porta con sé un dialetto che diventa prigione e scudo, una lingua che si impasta con il tedesco o il francese delle miniere e dei cantieri, creando un gergo bastardo che è l’unica patria rimasta. Strati ha descritto questa mutazione antropologica con la precisione di un chirurgo, osservando come il ritorno sia spesso più doloroso della partenza. Il calabrese che torna trova una terra che non lo riconosce più, che ha barattato la dignità contadina con le briciole di un clientelismo asfissiante.
Oggi, dodici anni dopo quel silenzio finale a Scandicci, la sua voce risuona come un monito contro la dimenticanza programmata. Abbiamo trasformato la Calabria in una cartolina turistica o in un bollettino di cronaca nera, dimenticando lo spessore tragico e profondo di chi ha cercato di dare un senso alla fatica. Strati non cercava la bellezza formale, cercava la verità, anche quando questa era brutta, sporca, inaccettabile. La sua scrittura è un atto di accusa contro un’Italia che ha preferito ignorare le sue viscere profonde, derubricando la cultura del Sud a folklore o a “questione” da risolvere con qualche stanziamento a pioggia.
Eppure, tra le macerie di quelle ambizioni tradite, restano le sue parole. Resta quella capacità di vedere l'universale nel particolare di un borgo arroccato. Strati ci ha insegnato che la dignità non si misura dal conto in banca, ma dalla capacità di restare uomini anche quando tutto intorno spinge verso l'abbrutimento. La sua Calabria è una terra che brucia, ma che non si consuma. Forse, il vero scandalo della sua opera è proprio questo: ricordarci che sotto la vernice della civiltà dei consumi batte ancora un cuore antico, ostinato, che non ha intenzione di arrendersi ai nuovi padroni. La polvere sulle scarpe è ancora lì. Basta guardare con attenzione per capire che non abbiamo ancora finito di camminare lungo i sentieri che Saverio Strati ha tracciato con tanta faticosa coerenza.
*Documentarista Unical

