“La Croce di Pauciuri. L'ombra dell'Ordine di Sion e dei Templari in Calabria” è un'opera che si colloca al confine tra ricerca storica, indagine archeologica e racconto del mistero. Il volume nasce dalla scoperta del monumento sepolcrale attribuito all'abate Ursus nel sito archeologico di Pauciuri, a Malvito, e propone una rilettura affascinante del ruolo della Calabria medievale nelle vicende legate ai Templari, all'Ordine di Sion e alle Crociate.

Attraverso documenti, reperti e ipotesi interpretative, il libro ricostruisce una trama storica poco conosciuta, in cui spiritualità, simbologia e storia europea si intrecciano, restituendo alla Calabria una centralità inattesa nei grandi movimenti religiosi e culturali del Medioevo. Abbiamo intervistato l’autore, il professor Giovanni Cristofalo.

Come nasce la scoperta che ha portato alla realizzazione di questo libro e quale momento considera decisivo nella sua ricerca?
«Tutto parte dal ritrovamento di una croce reliquario, avvenuto nel 1989 in una tomba monumentale situata in località Pauciuri, nel territorio di Malvito (provincia di Cosenza). La cosa suscitò curiosità. Mi posi una domanda: com’era possibile la presenza di quell’oggetto sacro e raro prodotto in Terrasanta in un luogo apparentemente sperduto della Calabria? Ho rispolverato allora la mia vecchia tesi di Laurea in Storia medievale assieme ad altri testi ed iniziai un lavoro di indagine storica che mi tenne impegnato quasi cinque anni. Decisive furono alcune fonti medievali, accompagnate dalle analisi delle incisioni simboliche presenti nel reperto e soprattutto lo studio del contesto territoriale in epoca medievale e la toponomastica dei luoghi che richiamavano fatti e personaggi ben precisi».

Chi era realmente l’abate Ursus e perché la sua figura potrebbe cambiare la lettura della storia medievale calabrese?
«Era un monaco italo-greco realmente esistito che visse nel XI secolo, in un periodo molto difficile, di transizione tra la cultura greca (rappresentata dai Bizantini) e quella latina (sostenuta dopo il Concilio di Melfi dai Normanni). Ursus o Urso (diversamente citato nelle fonti) di sicuro doveva essere l’Abate del Monastero di San Parasceve (o Santa Venere) situato nel distretto ecclesiastico della diocesi di Malvito, un religioso carismatico a capo di un nutrito gruppo di monaci che si sottoscriveranno nelle “carte latine” come monaci appartenenti alla Chiesa malvitana. Nome e titolo del monaco compaiono per la prima volta il 31 marzo del 1065 nel documento n 2. “Roberti Guiscardi Ducis Diploma” pubblicato da Alessandro Pratesi. Più tardi la sua presenza verrà documentata ad Orval, in Belgio, assieme ad altri otto monaci calabresi come coloro i quali buttarono le basi a quell’Abbazia che venne realizzata sul modello della Chiesa della Matina».

Quanto è sottile il confine, nel suo lavoro, tra ricerca storica documentata e tradizione leggendaria legata ai Templari e all’Ordine di Sion?
«Il confine è abbastanza chiaro ed è supportato dalle varie fonti. Durante la cosiddetta “Guerra Santa” germogliarono i primi embrioni degli Ordini Cavallereschi. I Normanni che iniziarono la conquista del sud proprio da quel territorio favorirono la presenza di ordini monastici occidentali (benedettini, cistercensi) e la diffusione di nuove forme religiose che si sarebbero intrecciate con i Cavalieri del Tempio, gli Ospitalieri e altri ordini cavallereschi compreso una prima cellula embrionale della congregazione dedicata a Santa Maria di Sion (Priorato lo diventerà lo diventerà in epoche successive) che nasce in sordina per volontà di Goffredo di Buglione con l apporto di monaci e personaggi ecclesiastici calabresi come lo stesso Arcivescovo di Cosenza Arnolfo presente anche lui nel 1065 alla intitolazione della Matina insieme all’Abate Ursu. In quel periodo parte della Calabria settentrionale era terra di confine tra Bizantini, Longobardi e Normanni. L’arrivo di Roberto il Guiscardo cambio profondamente l’assetto religioso e politico, favorendo la latinizzazione progressiva delle istituzioni ecclesiastiche e sostenendo l’idea di Papa Urbano II che fu promotore della prima Crociata, Dalla Calabria, come ci informa il più grande vaticanista calabrese, Padre Francesco Russo, partì un grosso contingente militare diretto in Terrasanta guidato dal figlio del Guiscardo».

Qual è l’importanza archeologica e simbolica della Croce di Pauciuri rinvenuta a Malvito?
«La croce racchiude un insieme di elementi simbolici che si richiamano alla cultura templare. Ad iniziare dalla croce fogliata, che è una chiave di lettura straordinaria. I bracci decorati a lisca di pesce, si aprono in foglie, convergendo verso un alveolo centrale che probabilmente custodiva una reliquia: forse un frammento della Vera Croce, protetto da un vetro originario. Questo simbolismo rimanda direttamente all’Albero della Vita, un emblema di rinascita e di immortalità e si ritrova nelle croci templari di epoca successive, specialmente nell’ambito siro-palestinese e nelle iconografie dei cavalieri giovanniti documentati in periodo svevo anche a Malvito. Le similitudini con le croci scolpite nelle abbazie cistercensi delle Ardenne o nelle chiese templari del mediterraneo orientale sono così evidenti da escludere qualsiasi casualità. Come pure l’incisione della croce patente a sei punte, celata tra i motivi vegetali: è un indiscutibile simbolo templare sancito da Papa Onorio III. Potrei dire altre cose ma mi fermo qui».

In che modo la Calabria medievale si inserisce nelle grandi vicende europee delle Crociate e degli ordini monastico-cavallereschi?
«In quel periodo parte della Calabria settentrionale era terra di confine tra Bizantini, Longobardi e Normanni. L’arrivo di Roberto il Guiscardo cambio profondamente l’assetto religioso e politico, favorendo la latinizzazione progressiva delle istituzioni ecclesiastiche e sostenendo l’idea di Papa Urbano II che fu promotore della prima Crociata. Lo stesso Papa Urbano II ebbe un incontro con il clero nell’Abbazia della Matina. Dalla Calabria, come ci informa il più grande vaticanista calabrese, Padre Francesco Russo, partì un grosso contingente militare diretto in Terrasanta. Del resto uno dei condottieri più audaci di quell’impresa fu proprio il figlio del Guiscardo, Boemondo, futuro Principe di Antiochia che nacque e trascorse i suoi anni giovanili proprio nei luoghi dove visse l’abate Ursus. Boemondo diventerà Principe di Antiochia e non è un caso se Antiochia faceva parte dell’ attuale Siria, terra natale del l’Abate Ursus e che sempre in Siria verrà forgiata la croce reliquario ritrovata a Pauciuri e probabilmente indossata dove molto probabilmente verrà seppellito l’Abate Ursus».

Dopo questa pubblicazione, quali nuove piste di ricerca ritiene possano aprirsi per studiosi e istituzioni sul patrimonio storico ancora nascosto del territorio?
«L’area archeologica di Pauciuri, come tanti altri siti della Calabria, conserva un patrimonio storico e archeologico immenso da valorizzare. Questo lavoro spetta ai politici. Dal punto di vista storiografico la croce di Pauciuri dovrebbe dare l’input ad un profondo processo di revisione. Questo lavoro spetta, invece, a noi storici ed è quello che sto cercando di fare io. E’ chiaro che questo piccolo ma prezioso oggetto, oggi esposto nel Museo di Sibari, per tutto quello che racconta colloca la nostra regione in un contesto storico di più ampio respiro che dev’essere sdoganato dai campanilismi politici e dalle miopie culturali. Bisogna togliere la Calabria, che è stata crocevia di tante civiltà, dalla marginalità e collocarla a pieno titolo in quelle grandi vicende umane che hanno caratterizzato l’Europa a partire dall’anno mille. Ho speso tante energie ed ho impiegato tanto tempo della mia vita per inseguire le tracce dell’Abate Ursus. Per ricostruire il cammino oscuro e tortuoso di questo uomo. L’ho trovato laddove era partito. Sono un visionario? Può darsi: sono loro che riescono a scrutare gli orizzonti infiniti ed a vincere le sfide impossibili».