Chiamiamola con il suo nome, senza anestesia linguistica: questa non è una manovra economica, è una manovrina. Tecnica, prudente, scritta con il righello europeo in mano e il freno a mano ben tirato.

La Legge di Bilancio 2026 muove circa 22–22,3 miliardi di euro complessivi. Una cifra che, detta così, impressiona. Ma rapportata a un Pil italiano che supera i 2.100 miliardi, equivale a poco più dell’1% dell’economia nazionale.

Tradotto: gestione dell’esistente, non trasformazione.

Il quadro generale spiega tutto. Il Governo stima per il 2026 una crescita del PIL compresa tra lo 0,7 e lo 0,8%, ben al di sotto della media storica e lontana da qualsiasi traiettoria di convergenza europea.

Il deficit/PIL scende al 2,8%, in miglioramento rispetto al 3% del 2025, mentre il debito pubblico resta inchiodato sopra il 137% del PIL. Non esplode, ma non arretra in modo significativo.

È una manovra di galleggiamento, non di navigazione.

Fiscalità

È il capitolo più spendibile politicamente. Il taglio dell’IRPEF sul secondo scaglione, dal 35% al 33%, costa circa 7,9 miliardi di euro e riguarda i redditi tra 28.000 e 50.000 euro lordi annui. Il beneficio medio varia tra 400 e 700 euro l’anno, a seconda del reddito. Non cambia la vita, ma qualcosa si vede in busta paga.

Imprese

Il pacchetto di incentivi vale circa 2,3 miliardi nel 2026. Comprende crediti d’imposta per investimenti produttivi, misure per Industria 4.0, rafforzamento delle Zone Economiche Speciali e agevolazioni per il reshoring.

Non è una strategia industriale, ma un cuscinetto che evita il collasso degli investimenti privati in una fase di tassi ancora elevati.

Sanità

Nel triennio 2026–2028 arrivano oltre 6 miliardi aggiuntivi, di cui circa 100 milioni nel solo 2026 per prestazioni ambulatoriali, protesica e abbattimento delle liste d’attesa.

Poco rispetto alle necessità strutturali, ma sufficiente a evitare ulteriori tagli reali. Con una spesa sanitaria ferma al 6,8% del PIL, contro una media OCSE superiore al 7,5%, è più una pezza che una riforma.

Politiche sociali

Compaiono micro-interventi: fondi per caregiver (poco più di 1 milione nel 2026), risorse per politiche di genere, bonus settoriali. Voci che fanno volume politico, ma con scarso impatto macroeconomico.

Dove la manovrina mostra tutti i suoi limiti

La crescita

È il primo, enorme problema. Con uno 0,7% di PIL non si redistribuisce ricchezza, non si riduce il debito, non si alzano i salari reali. È aritmetica, non ideologia.

L’Italia resta intrappolata in una dinamica di bassa crescita e bassa produttività, che la manovra non prova nemmeno a scardinare.

La pressione fiscale

Resta elevata: circa 42,7% del PIL, una delle più alte in Europa. Il taglio IRPEF è compensato da nuove entrate e da una struttura fiscale che continua a pesare su lavoro e imprese.

Nessuna revisione seria del cuneo, nessuna semplificazione radicale.

Il debito

La manovra non lo fa esplodere, ma non lo riduce in modo strutturale. Le previsioni parlano di una stabilizzazione “dal 2027 in poi”, formula che in Italia è diventata una categoria più filosofica che economica.

Nel frattempo, il costo del servizio del debito continua a pesare per oltre 80 miliardi l’anno.

Le coperture

Parte delle risorse arriva da maggiori prelievi su banche e assicurazioni (circa 600 milioni tra 2026 e 2027), da nuove micro-imposte come la tassa da 2 euro sui pacchi extra UE, e da entrate una tantum.

Funziona nel breve periodo, ma non costruisce una base stabile. È finanza creativa a bassa intensità, non riforma.

Le “novità”: più politiche che economiche

La vera novità della Manovrina 2026 non è nei numeri, ma nell’approccio.

È una legge di bilancio difensiva, costruita per rassicurare Bruxelles e i mercati finanziari, non per cambiare il modello di sviluppo.

Nessuna scelta forte su salari, produttività, energia, demografia, capitale umano. Tutti i dossier strutturali vengono rimandati, spacchettati o sterilizzati.

È la fotografia di un Paese che amministra il presente e continua a rimandare il futuro.
*docente di matematica, giornalista, analista economico