Numeri in crescita. Bene il turismo e la cantieristica, ma le imprese non riescono a trovare personale con competenze adeguate. Sul fronte dell'innovazione tecnologica si registrano forti ritardi. Liguria regina indiscussa del settore balneare
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Crescono i numeri dell’Economia del mare. In Ue l’Italia è al terzo posto dopo Germania e Spagna. La prima domina sul fronte dei commerci marittimi e nell’industria estrattiva. La seconda è regina del turismo e della pesca. Il nostro Paese fa leva su cantieristica e turismo balneare, mettendo in conto 256 miliardi di valore aggiunto lordo e 1,13 milioni di occupati: 1 euro prodotto dalla Blue economy attiva 1,8 euro sul resto dell’economia.
Lo dice il “XIV Rapporto Economia del Mare 2026” realizzato dal centro studi delle Camere di commercio Guglielmo Tagliacarne, Unioncamere e OsserMare, l’Osservatorio nazionale sull’economia del mare.
L’analisi prende in esame l’insieme delle filiere che compongono l’ecosistema produttivo blu, dalla pesca e acquacoltura alla cantieristica navale, dai trasporti marittimi alla logistica portuale, dal turismo costiero e nautico ai servizi di alloggio e ristorazione, offrendo una fotografia aggiornata del contributo del mare alla crescita economica e alla competitività dell’Italia.
Una crescita senza precedenti
I numeri dicono che negli ultimi tre anni l’economia del mare è cresciuta dello 0,9% in termini di valore aggiunto e del 2,6% in termini di occupati e che oggi incide per l’11,4% sull’economia italiana. Il valore aggiunto diretto prodotto è pari a 78,9 miliardi, il 4% sull’economia nazionale, mentre il valore aggiunto attivato, cioè il riflesso sul resto dell’economia, è pari a 145,9 miliardi.
Il Mezzogiorno corre
Il mezzogiorno sta crescendo a livelli superiori rispetto al resto del Paese. Nel Sud e nelle Isole valore l’insieme di aggiunto prodotto e valore attivato valgono 72,1 miliardi. Le regioni del Centro raccolgono 66,4 miliardi, il Nord ovest 44,6 miliardi ed il Nord est 41,7 miliardi.
Considerando questi effetti indiretti e indotti, il valore complessivo generato dalla filiera arriva alla cifra di 224,9 miliardi di euro, con una incidenza sul Pil italiano pari all’11,4%. Questa dinamica di crescita, pari al +3,8% in termini nominali, ha superato il 2,1% di incremento registrato dall'intera economia nazionale.
Più lavoro nel Sud e nelle Isole
Sul fronte dell'occupazione, l'impatto è altrettanto rilevante. Nel 2024, dicono i dati, l'economia del mare ha dato lavoro a 1.133.949 persone, con un incremento del 4,2% rispetto all'anno precedente. Si tratta di una crescita quasi tripla rispetto a quella dell'economia nazionale (+1,5%), portando il peso dei "lavoratori blu" al 4,3% del totale degli occupati in Italia. In termini assoluti, il mare ha creato oltre 46 mila nuovi posti di lavoro in un anno.
L’analisi dei settori trainanti
L'economia del mare si articola in sette settori principali, ciascuno con pesi e dinamiche differenti, ma quasi tutti orientati alla crescita.
I servizi di alloggio e ristorazione relativi al turismo costiero sono il comparto dominante. Rappresentano il 31,3% del valore aggiunto blu, 24,7 miliardi di euro, e il 44,6% dell'occupazione del settore con oltre 500 mila addetti. La sua natura intensiva lo rende il principale generatore di posti di lavoro nella filiera.
La logistica marittima con la movimentazione di merci e passeggeri ha un valore aggiunto di 18,2 miliardi di euro, il 23% del totale blu. Questo settore vanta il moltiplicatore economico più alto della filiera, poiché ogni euro prodotto ne attiva ulteriori 2,7 grazie alla profonda integrazione con la logistica terrestre e i servizi portuali.
La filiera della cantieristica ha un valore aggiunto di 10,3 miliardi di euro, il 13,1%. L'Italia si conferma leader mondiale nella cantieristica di alta gamma e nel design nautico. Anche questo settore, dice il rapporto di OsserMare, ha un forte potere di attivazione (produce 2,4 ogni euro investiti) e ha registrato un record storico nell'export nel 2025, raggiungendo i 10,4 miliardi di euro, con una crescita del 39,9% su base annua.
Pesca e attività ricreative
La filiera Ittica, pur contribuendo per il 4,5% al valore aggiunto, 3,6 miliardi, la pesca e l'acquacoltura mantiene una posizione di rilievo nell’area del Mediterraneo. Il settore soffre tuttavia di una forte dipendenza dall'import, con un disavanzo commerciale di 6,8 miliardi di euro nel 2025.
Quello delle attività sportive e ricreative è il settore che ha mostrato il maggior dinamismo nel 2024, con 7 miliardi e una crescita del valore aggiunto del 10,1% e dell'occupazione del 12,5%.
La ricerca, la regolamentazione e la tutela ambientale è l’unico comparto della filiera mare in contrazione nel 2024, -4,1% nel valore aggiunto, svolge però un ruolo fondamentale per la sostenibilità e la governance, generando il 20,7% della ricchezza blu.
Infine c’è l’industria delle estrazioni marine. Sebbene marginale in termini assoluti, 1,3% del valore aggiunto, ha registrato la crescita percentuale più alta nel 2024, +21,3%.
La dimensione territoriale: il primato della Liguria
La geografia della Blue economy italiana evidenzia un'asimmetria marcata, con il Mezzogiorno che funge da motore trainante, assorbendo il 34,2% del valore aggiunto e quasi il 40% dell'occupazione del settore a livello nazionale. Tuttavia, l'effetto moltiplicatore risulta più elevato nel Nord (2,1 nel Nord-Ovest e Nord-Est contro l'1,7 del Sud), segno di una maggiore integrazione produttiva nelle regioni settentrionali.
A livello regionale, la Liguria detiene un primato assoluto e incontrastato: il "Sistema mare" genera qui il 14,4% del valore aggiunto regionale e garantisce il 15,2% dei posti di lavoro locali. Seguono Sardegna, Friuli-Venezia Giulia e Campania, territori dove la risorsa mare ha un peso strutturale ben superiore alla media nazionale. Tra le province, Trieste guida la classifica per incidenza economica (21,4%), seguita da Livorno (19,4%) e La Spezia (17,1%), mentre Roma e Napoli guidano per numero assoluto di imprese blu.
Le sfide della transizione digitale
Nonostante la solidità macroeconomica, il Rapporto evidenzia un ritardo preoccupante sul fronte dell'innovazione tecnologica. Meno del 30% delle imprese della Blue Economy ha introdotto tecnologie digitali avanzate 4.0, un dato significativamente inferiore alla media nazionale del 45%. Le barriere principali sono di natura dimensionale e culturale: la filiera è composta prevalentemente da piccole e medie imprese che percepiscono gli investimenti digitali come rischiosi. La digitalizzazione viene utilizzata più per migliorare la visibilità e le vendite, 41,5%, che per trasformare radicalmente i processi produttivi o il portafoglio prodotti. Anche l'adozione dell'intelligenza artificiale rimane una nicchia, con solo l'8,2% delle imprese che ha investito in formazione specifica in questo ambito. Questo gap tecnologico potrebbe rappresentare un limite alla competitività nel medio-lungo periodo.
Le sfide della transizione ecologica
La transizione green non è più un'opzione, ma una necessità dettata da pressioni normative europee e nazionali, come il Piano del Mare e il Patto europeo per gli Oceani. Nel triennio 2022-2024, il 38,4% delle imprese blu ha realizzato eco-investimenti, un valore allineato alla media nazionale (40,4%). Le imprese si stanno concentrando soprattutto sull'efficientamento dei processi produttivi (73%), come il risparmio energetico e idrico e la riduzione delle emissioni. Tuttavia, sta crescendo la consapevolezza della necessità di investire anche nell'ecoprogettazione dei prodotti (prevista dal 24,7% delle imprese per il prossimo triennio). Le sfide restano elevate, specialmente per il trasporto marittimo, che deve affrontare i costi crescenti legati al sistema ETS e al regolamento FuelEU Maritime, stimati in oltre 380 milioni di euro annui per la sola Energy Taxation Directive.
Il capitale umano e la domanda/offerta di lavoro
Il successo della doppia transizione dipende strettamente dal capitale umano, ma le imprese blu si trovano ad affrontare un serio mismatch tra domanda e offerta di lavoro. Il 65,9% delle aziende segnala difficoltà nel reperire figure con competenze adeguate, con una punta del 43,1% per quanto riguarda le competenze tecniche specifiche. Sebbene il settore sembri meno esposto alla carenza di skill strategiche (green, STEM e digitali) rispetto al totale economia, la carenza di personale qualificato produce impatti pesanti: il 52,9% delle imprese lamenta un aggravio del carico di lavoro sui dipendenti interni e il 21,6% vede frenata la propria crescita aziendale.

