Stipendi, burocrazia e merito. La perdita di capitale umano costa al nostro Paese 13 miliardi all’anno
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Tra il 2011 e il 2024 l’Italia ha registrato una perdita netta di 441mila giovani tra i 18 e i 34 anni, culminata nel saldo negativo record di oltre 61mila trasferimenti nel solo 2024. La stragrande maggioranza delle partenze, circa il 90%, è verso altri Paesi del nostro Continente.
Questa migrazione rappresenta un grave impoverimento economico: il valore del capitale umano perso nel periodo considerato è stimato in 159,5 miliardi di euro, pari a circa 13 miliardi all'anno.
L’80% è pronto a rientrare a patto che le condizioni di vita e di lavoro sia a livello dell’offerta complessiva europea.
Lo dice il rapporto "Giovani Expat. Come farli tornare", realizzato da Ref Ricerche con Questlab e promosso dal Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro.
L’identikit degli expat: una élite accademica in fuga
I dati evidenziano un profilo dei migranti italiani fortemente qualificato: il 93% dei rispondenti possiede un titolo di laurea, articolato tra lauree magistrali (45%), master (22%), lauree triennali (14%) e dottorati di ricerca (12%).
Inoltre, il 58% del campione ha lasciato l'Italia subito dopo la fine degli studi, senza aver mai lavorato nel nostro Paese.
La grande maggioranza degli expat vive in territorio europeo: l’87% risiede in Europa, il 60% nell'Unione Europea e il 27% in Paesi europei extra-Ue, mentre l’8,5% si trova in Nord America. Come evidenziato dal presidente del Cnel, Renato Brunetta, si tratta di capitale umano formato in Italia e messo a frutto altrove, creando un’emorragia che un'economia della conoscenza non può permettersi.
Il divario dell'accoglienza e la forbice salariale europea
L'anomalia italiana emerge con nettezza dall'Indice sintetico dei flussi migratori ideato dal Cnel: per ogni coetaneo qualificato che arriva in Italia da un'economia avanzata, partono 14 giovani italiani. Nelle altre principali nazioni europee, al contrario, questo rapporto si mantiene su livelli sostanzialmente paritari.
Alla radice di questo fenomeno si riscontra un progressivo deterioramento della competitività salariale. Tra il 2000 e il 2024, a parità di potere d'acquisto, lo svantaggio retributivo dell'Italia è peggiorato verso tutti i principali partner europei.
Sul fronte delle mete di viaggio, la nazione più ambita è la Svizzera, seguita da Germania e Spagna.
Cause dell'esodo e le condizioni per il rientro
Le basse retribuzioni rappresentano la causa principale della fuga, giudicate estremamente rilevanti da quattro rispondenti su cinque (80%). A queste si affiancano una cultura del lavoro considerata arretrata, la scarsa valorizzazione delle competenze, la lentezza della burocrazia (indicata dal 49%) e l'impatto di clientelismo e raccomandazioni (48%), fattore la cui percezione cresce sensibilmente tra chi è partito dal Mezzogiorno.
Indicando un singolo intervento prioritario per favorire il rientro, oltre la metà degli intervistati (53%) sceglie le retribuzioni, seguita dalle opportunità di lavoro (19%) e dalla meritocrazia (6%). Si registrano tuttavia notevoli differenze territoriali. Al Nord, la priorità retributiva raggiunge il 55%.
Nel Mezzogiorno, la richiesta di aumento salariale scende al 48%, lasciando maggiore spazio alle esigenze di merito e stabilità dell'impiego.
Considerando la rilevanza complessiva dei fattori necessari per tornare, l'88% dei giovani richiede opportunità lavorative adeguate al proprio profilo, l'83% salari più alti, e il 79% la valorizzazione del merito. Seguono gli incentivi al rientro (75%), la conciliazione tra vita e lavoro (72%), alloggi accessibili (63%) e servizi pubblici efficienti (62%).
Produttività, innovazione e le prospettive future
L'esodo dei giovani si inserisce in un contesto macroeconomico caratterizzato da oltre due decenni di stagnazione. Giovanna Iannantuoni, professoressa ordinaria di Economia Politica e Rettrice dell'Università di Milano-Bicocca, sostiene che negli ultimi 25 anni l'economia italiana ha mostrato una dinamica insoddisfacente della produttività, unita a debolezza innovativa e difficoltà nel valorizzare le competenze.
Capitale umano e innovazione tecnologica costituiscono la leva fondamentale per attivare un'economia dinamica. Ma in Italia questo concetto viene spesso sottovalutato, con le conseguenze che conosciamo: sfiducia da parte dei neolaureati a cui si aggiungono le difficoltà di chi a dieci anni dal conseguimento del titolo si trova in una condizione di precariato.
Nonostante le criticità, la disponibilità al rientro rimane elevata: quasi due terzi degli expat dichiarano che tra cinque anni si troveranno dove ci saranno le opportunità migliori, non escludendo l'Italia se saprà crearle. La sfida per il Paese risiede dunque nella capacità di attuare investimenti e strategie concrete per recuperare i talenti e trasformare questa dispersione di competenze in una risorsa per il futuro.

