Tra sicurezza dei cavi, data center ed energia rinnovabile, la regione può trasformare la sua marginalità in una posizione strategica
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A centinaia di metri sotto la superficie del Mediterraneo, in un buio che nessuna luce ha mai raggiunto, corre un fascio di fibre di vetro spesso quanto un braccio. Dentro viaggia quasi tutto ciò che l'umanità si scambia: le email, i bonifici, le cartelle cliniche, gli ordini di borsa, le conversazioni con le intelligenze artificiali, energia, gas. Tutto è lì sotto, non nel “cloud”, parola che ci hanno insegnato a immaginare leggera, aerea, mentre in realtà la nuvola dei nostri dati è esattamente questo: cavi posati nel fango degli abissi, esposti, fragili, spesso indifesi.
Il 23 giugno l'Unione europea ha deciso che a proteggere quelli del Mediterraneo sarà l'Italia. Tre milioni e trecentomila euro, il coordinamento di Roma insieme a Grecia, Cipro e Malta, una piattaforma tecnologica federata per scambiarsi informazioni quasi in tempo reale, individuare anomalie, rispondere insieme quando qualcosa va storto sul fondo del mare. È una di quelle notizie che passano in un trafiletto, fra una dichiarazione di Vannacci e i risultati dei Mondiali di calcio, e che invece raccontano dove si sta davvero decidendo il futuro dell’Europa e del nostro Paese.
Perché in quelle poche righe c'è scritta una cosa che da queste parti diciamo da tempo, spesso parlando al vento: i cavi sottomarini sono il sistema nervoso del mondo. Non è una metafora. E l'Italia, lo riconosce ora anche Bruxelles, è il punto in cui quel sistema nervoso entra in Europa venendo dall'Africa, dal Medio Oriente, dall'Asia. Siamo il nodo, il punto di approdo di cavi e tubi. Lo siamo per mera geografia, prima ancora che per scelta.
Lo avevamo scritto quando proponemmo, su queste pagine, che alla Calabria non serviva il ponte sullo Stretto ma un ponte verso il mondo: un'infrastruttura digitale che ci rendesse finalmente utili, necessari, centrali. Lo avevamo ripetuto quando i droni colpirono i data center nel Golfo Persico e l'Occidente si scoprì all'improvviso fragile, costretto a chiedersi dove costruire la propria riserva digitale mentre il Medio Oriente bruciava.
Oggi quella discussione, che sembrava da visionari, è diventata politica europea ufficiale, con tanto di stanziamenti e ministri che parlano di "sistema nervoso delle comunicazioni". Non è più una nostra suggestione. È il quadro dentro cui tutti, finalmente, si muovono.
Una mappa che parla da sola
C'è una cartina, in queste settimane, che gira insieme alla notizia dell'hub europeo: la mappa dei cavi sottomarini del Mediterraneo. La si osserva e si capisce tutto in un istante. Da Marsiglia e dalla Spagna parte un fascio di linee che attraversa il mare, si infittisce, si stringe, e converge tutto in un punto: la Sicilia occidentale. Mazara del Vallo, Palermo, poi ad est Catania. Decine di cavi che approdano in pochi chilometri di costa. Il Sicily Hub di Sparkle, l'Open Hub Med di Carini, il punto di interscambio DE-CIX di Palermo, le dorsali BlueMed, Medusa, MedNautilus. Tutto lì. Tutto in un fazzoletto di mare e di terra.
È una concentrazione magnifica e spaventosa allo stesso tempo. Magnifica perché racconta una storia di eccellenza italiana, di operatori che hanno fatto della Sicilia la porta digitale del Mediterraneo. Spaventosa perché basta saper leggere quella mappa, per capire come mostri un sistema costruito per la massima efficienza economica e la minima ridondanza. Tutto sullo stesso punto. Tutte le uova nello stesso paniere. Perché nessuno anni fa pensava che quelle uova qualcuno volesse romperle perché divenute bene strategico europeo.
Ed ecco il punto che nessuno, a Roma e a Bruxelles, ha ancora detto ad alta voce. È il cuore di tutto, e vale la pena fermarcisi.
La sicurezza di un'infrastruttura critica non si misura da quanto bene funziona nei giorni normali. Si misura da cosa succede il giorno in cui riceve un colpo: un guasto, un'ancora trascinata sul fondo, un sabotaggio. E un sistema che fa convergere tutto sulla Sicilia, quel giorno, è un sistema con un nervo scoperto.
Lo conferma chi studia queste cose per mestiere: Alberto Rizzi, ricercatore dello European Council on Foreign Relations, avverte che le capacità di intervento oggi presenti nel Mediterraneo bastano per le rotture ordinarie, ma andrebbero in difficoltà di fronte a più sabotaggi coordinati. E aggiunge una frase da incorniciare: non illudiamoci che chi sta probabilmente dietro i sabotaggi nel Baltico non pensi, prima o poi, di fare lo stesso anche da noi. Il Mediterraneo non è un mare più sicuro. È solo un mare a cui finora si è prestata meno attenzione.
Il rimedio a questo nervo scoperto, in ingegneria come in strategia, ha un nome solo: ridondanza. Una seconda linea. Un percorso alternativo che entri in funzione quando il primo cede. È la prima cosa che si progetta in qualunque sistema che debba reggere un attacco e curiosamente è l'unica che manca, in un piano europeo che pure parla di resilienza.
Quella seconda linea, sulla mappa, non c'è, soprattutto non c’è una linea che arrivi sulla terra ferma e diventi infrastruttura fisica. E lo spazio dove potrebbe nascere è scritto a chiare lettere, in un tratto di costa che sulla cartina è quasi del tutto sgombro di approdi: la Calabria.
La ridondanza ha un indirizzo
Qui va detta la cosa più scomoda, e insieme più liberatoria. La stessa marginalità che per un secolo ci ha condannati, la costa lasciata vuota, la regione saltata da ogni grande infrastruttura, il territorio che nessuno considerava abbastanza importante da attraversare, è esattamente ciò che oggi rende la Calabria la candidata naturale. La geografia che ci ha messo ai margini è la geografia che può farci diventare la porta di riserva per dati, energia e gas d'Europa. Non nonostante il fatto che la nostra costa sia libera: proprio perché lo è.
La geografia l'abbiamo vista: la Sicilia è satura, la Calabria è vuota. Una seconda direttrice di approdo che entri dalla costa calabrese ionica verso il Levante, tirrenica verso ovest, diversificherebbe i percorsi fisici dei cavi, allontanando i punti di vulnerabilità che vediamo incrociarsi oggi nel Canale di Sicilia. È esattamente ciò che la dottrina europea sulla resilienza chiede, e che il piano appena varato dimentica, in termini di impegni e risorse: non concentrare, distribuire.
La sicurezza, perché un secondo nodo non è un lusso, è una polizza. L'hub europeo appena nato serve a monitorare e a riparare; ma monitorare e riparare presuppone che ci sia qualcosa da salvare quando il nodo principale va giù. Senza un percorso alternativo, il miglior centro di sorveglianza del mondo può solo guardare il danno in diretta.
L'energia, infine, perché i cavi che portano i dati hanno bisogno di terra dove i dati si fermano a essere elaborati, e quella terra ha fame di corrente. E qui non parliamo per ipotesi: lo ha detto, poche settimane fa, il presidente della Regione in persona, la Calabria ha energia “green” da vendere e poter impegnare in Data Center e BESS per garantire stabilità.
Quando il presidente nomina i data center
In un'intervista al Corriere della Sera, Roberto Occhiuto ha messo a fuoco il paradosso su cui questa regione vive da mezzo secolo. La Calabria produce energia pulita in abbondanza, copre con le rinnovabili oltre la metà dei propri consumi elettrici, ed è da decenni esportatrice netta verso il resto del Paese, ma non ne gode, non riesce a rendere questo surplus un valore aggiunto per i cittadini o per chi vuole investire in infrastrutture energivore.
Il prezzo dell'elettricità in Italia resta agganciato all'ultima centrale che entra nel mercato, spesso una centrale a gas, la più cara: così famiglie e imprese del Sud pagano l'energia come se non la producessero. Il vantaggio, quando c'è, scivola al Nord. «Grazie all'energia rinnovabile prodotta al Sud, il Nord gode di bollette un po' più basse», ammette lo stesso governatore. Noi produciamo, gli altri risparmiano.
La soluzione che Occhiuto invoca sono i prezzi zonali, tariffe diverse per territori diversi in base al costo locale dell'energia. E qui arriva la frase che ci interessa, pronunciata da chi guida la Regione: con un'energia finalmente competitiva, «potremmo ospitare data center o aziende energivore. Avremmo un ecosistema che attrae».
Sono mesi che su queste pagine lo scriviamo. Oggi a dirlo, con altre parole e su un altro giornale, è il presidente della Regione. Occhiuto fotografa la condizione: energia abbondante e sprecata; e indica una strada possibile. Quello che manca è il passo intermedio: l'infrastruttura fisica che trasformi il surplus energetico in capacità di calcolo, e la capacità di calcolo in lavoro che resta.
Senza i cavi che portano i dati e senza i data center che li elaborano, l'energia pulita calabrese continuerà a viaggiare verso Nord lungo gli elettrodotti, esattamente come fa oggi, esattamente come denuncia lo stesso governatore.
E che il Mediterraneo dei cavi sia ormai fatto di dati ed energia intrecciati lo dice un cantiere a poche miglia dalle nostre coste: l'Elmed, l'interconnessione elettrica sottomarina che Prysmian costruirà fra Italia e Tunisia su mandato di Terna, un contratto da quasi mezzo miliardo che porterà in Europa l'energia rinnovabile della sponda sud. La Calabria si trova esattamente sulla linea che unisce le due cose.
Il talento c'è già. È l'infrastruttura che manca
C'è poi un terzo fattore calabrese di queste settimane, e forse è il più importante, perché smonta in anticipo l'obiezione che ci sentiamo rivolgere ogni volta: «Bella idea, ma in Calabria chi le fa queste cose?».
A Maierato, qualche giorno fa, l'ecosistema dell'innovazione Tech4You ha presentato il bilancio di tre anni e mezzo di lavoro: oltre undici milioni e mezzo di euro distribuiti, quarantaquattro progetti finanziati, ottantadue piccole e medie imprese coinvolte e, soprattutto, dodici nuove startup nate dai laboratori delle università calabresi e portate, parole del presidente Maurizio Muzzupappa, «a un grado tecnologico molto avanzato, direi pronto per il mercato». Non un convegno di buone intenzioni: ricerca che diventa impresa, capitale umano formato qui che decide di restare qui.
E si guardi cosa fanno alcune di queste startup. C'è chi lavora sul calcolo ad alte prestazioni, chi sviluppa sentinelle ambientali basate sull'intelligenza artificiale, chi costruisce soluzioni digitali per la gestione del rischio idrogeologico. Sono esattamente le competenze che un'economia dei dati richiede. Sono i ragazzi e le ragazze che, in un territorio dotato di data center e di una linea di connessione propria, troverebbero un mercato del lavoro all'altezza della loro formazione. In un territorio che ne resta privo, prima o poi prenderanno un aereo. Li abbiamo già visti partire troppe volte.
Mettiamo allora in fila i fatti, perché separati non dicono nulla e insieme dicono tutto. L'Europa riconosce che il Mediterraneo è il nodo nervoso della connettività globale e mette l'Italia alla guida della sua difesa. Il presidente della Regione ammette che la Calabria produce l'energia ideale per i data center ma la regala al Nord. L'università calabrese sforna imprese di calcolo e intelligenza artificiale pronte per il mercato. Energia, competenze, posizione strategica: i tre ingredienti ci sono tutti. Manca solo chi li metta insieme in un disegno. Manca la linea.
Ora tocca alla politica
Qui finisce la parte di analisi di quanto già abbiamo, quella dei dati e delle mappe, e comincia quella difficile, quella che a noi riesce sempre peggio: rivendicare. Perché le occasioni infrastrutturali non si concedono, si conquistano. E si conquistano con una classe dirigente che sappia leggere una mappa prima che la leggano gli altri, e che abbia il coraggio di battere un pugno sul tavolo giusto al momento giusto.
Il momento è questo. L'hub europeo è appena nato, le sue procedure sono ancora da scrivere, le sue sedi ancora da assegnare. La Commissione ha già annunciato che nell'autunno 2026 aprirà nuovi bandi per estendere i presidi ad altri bacini e per far entrare altri attori nei due hub appena creati. È adesso che si decide chi sta dentro e chi resta a guardare. È adesso che la Regione dovrebbe muoversi su due fronti.
Il primo è infrastrutturale: portare nei tavoli nazionali ed europei, con uno studio serio e numeri alla mano, la proposta della Calabria come sede della seconda direttrice di approdo del Mediterraneo. Non un'idea buttata lì in un convegno, ma un dossier: energia disponibile, costa libera, fibra da potenziare, competenze già formate dall'ecosistema della ricerca regionale; che sia costruito per essere preso sul serio da chi quelle decisioni le prende. Se il presidente dice che la Calabria «potrebbe ospitare data center», il modo di trasformare quel condizionale in un piano è esattamente questo.
Il secondo è istituzionale: rivendicare in Calabria una sede di rappresentanza dell'hub europeo. Se l'Italia coordina il presidio mediterraneo della sicurezza dei cavi, perché quel presidio dovrebbe stare per forza dove i cavi già ci sono, e non dove serve sorvegliare lo spazio in cui i cavi domani arriveranno?
Una sede operativa per il monitoraggio, il coordinamento e l'innovazione su queste tecnologie significherebbe competenze, ricerca, lavoro qualificato. Significherebbe agganciare le università calabresi e startup come quelle sviluppate da Tech4You a una filiera strategica europea. Significherebbe, per una volta, trattenere i nostri ragazzi invece di salutarli alla stazione e poi piangersi addosso davanti ai dati sull’emigrazione giovanile.
Sono operazioni politiche, non tecniche. Richiedono che qualcuno, a Catanzaro, decida che la Calabria smette di chiedere assistenza e comincia a offrire posizione e capacità di generare valore economico e strategico a livello europeo. Che smette di aspettare il ponte che la colleghi alla Sicilia e rivendichi quello che la colleghi al mondo.
I cavi sul fondo del mare sono diventati, in pochi anni, ganglio fondamentale della vita, della sopravvivenza e dello sviluppo delle nostre comunità. Ce lo dicono i droni che li minacciano, i miliardi che li difendono, i ministri che ne parlano come di un sistema nervoso. L'Europa lo ha capito e si sta attrezzando. L'Italia lo ha capito e ha preso la guida del Mediterraneo. Persino la Regione, a parole, ha cominciato a capirlo.
Manca solo che qualcuno trasformi questa comprensione in atto concreto per i cittadini calabresi ed europei. Prima che la mappa la disegni qualcun altro, lasciando ancora una volta la nostra costa vuota, non più per dimenticanza, stavolta, ma per la nostra incapacità di alzare la mano e dire: questa è la strada migliore, passate da qui.
Dalla nostra periferia, spesso, si vede bene cosa accade. A volte si vede persino il futuro. Resta solo da decidere se vogliamo restare a guardarlo, o farne parte.


