Crescono Ict, aerospazio, meccanica navale e difesa. Situazione critica, invece, per l’industria metalmeccanica manifatturiera tradizionale che continua a perdere terreno rispetto agli omologhi comparti di altri Paesi. Risultato: meno commesse, più difficoltà di posizionamento sui mercati di riferimento, meno stabilimenti aperti e meno occupati. Dal 2008 in Italia si sono persi 103mila posti di lavoro. Mentre è aumentata la quota di produzione acquistata all’estero: materie prime e tecnologia arrivano soprattutto dai paesi asiatici. A lanciare l’allarme è la Fiom-Cgil.

Le piccole e medie imprese in crisi sono decine e crescono le richieste di cassa integrazione. La perdita occupazionale sarebbe stata maggiore, sottolinea la Fiom, se non ci fosse stato un ampio ricorso agli ammortizzatori sociali.

Tra il 2024 e il 2025 le ore di cassa integrazione autorizzate sono passate da 260.382.235 a 308.858.366, 48 milioni di ore in più, corrispondenti ad oltre 148mila posti di lavoro. Le vertenze aperte al ministero delle Imprese sono 42 con 43.117 lavoratori coinvolti: 16.307 nel comparto siderurgico, 12.650 nell’automotive, 7.740 nel comparto degli elettrodomestici, 3.446 nelle telecomunicazioni e nell’informatica, 1.330 nel comparto energetico e 1.102 in quello aerospaziale.

Tra il 2011 ed il 2024 la produzione nazionale di acciaio è crollata del 33,97%, mentre sono aumentate le importazioni da Vietnam, India, Germania, Cina, Francia, Spagna e Repubblica Ceca. Ciò comporta una maggiore dipendenza dall’estero di tutte le filiere produttive italiane con acquisti che coprono il 49,7% dell’intero fabbisogno di materie prime.

La Fiom sostiene che la struttura industriale dell’Italia è inadeguata ad affrontare sia la transizione energetica sia quella digitale. La produzione domestica di trasformatori e di apparati per l’energia elettrica è insufficiente e costringe le aziende ad acquistare il 40% della tecnologia in Germania, Francia, Repubblica Ceca, Ungheria e Cina. Preoccupano ancora di più i numeri relativi agli approvvigionamenti nei comparti Ict e telecomunicazioni: secondo la Fiom la produzione domestica copre soltanto l’11,7% del fabbisogno nel primo ed il 21,7% nel secondo. Il nostro paese dipende dunque totalmente dalle importazioni da Cina, Vietnam e India.

L’Italia produce 3 miliardi di semiconduttori molto richiesti dai big della telefonia e dell’informatica: il 60% dei microchip finisce a Singapore, in Malesia e nelle Filippine per l’assemblaggio finale.

La crisi della produzione dei beni di consumo

Negli ultimi dieci anni il nostro Paese ha perso posizioni importanti in settori in cui per decenni ha operato da leader di mercato. Dal 2014 è crollata la produzione di cappe per la cucina (3.909.511 di pezzi in meno, -70,24%), lavatrici (2.325.549 di pezzi in meno, -60,23%), aspirapolveri (1.092.464 di pezzi in meno, -64,02%), frigoriferi (662.330 pezzi in meno, -34,41%) e lavastoviglie (186.244 pezzi in meno, -21,62%).

L’automotive è il settore che sta pagando di più gli effetti della crisi dell’industria. Se nei primi 9 mesi del 2000 la produzione di auto si attestava a 1.077.995, nel 2025 siamo a 179.737, con un crollo dell’83,3% della produzione nazionale. L’Italia è costretta ad esportare l’80% della produzione di componenti per le auto: i principali paesi sono Germania, Francia, Usa, Polonia e Spagna.