L’età supera gli 85 anni per le donne e gli 81 anni per gli uomini. Secondo l’Istat cresce la speranza di vita, ma aumentano le disuguaglianze. Migliora la percezione della salute, ma persistono divari territoriali
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L’Italia è tra i paesi più longevi in assoluto con una speranza di vita alla nascita di 83,4 anni. Dal 1990 da oggi l’asticella si è spostata in avanti di circa 8 anni per gli uomini e di 6,5 per le donne, arrivando a 81,5 e 85,6 anni rispettivamente. L’età mediana alla morte nel 2023 è pari a 81,6 anni per i maschi e 86,3 anni per le femmine, con una importante variabilità territoriale: da meno di 82 anni in Campania a oltre 86 nelle Marche, con uno svantaggio di tutte le regioni più popolose del Mezzogiorno. Accanto alle differenze territoriali, sulla mortalità incidono le disuguaglianze sociali: tra gli adulti di almeno trent’anni, quelli con bassa istruzione hanno una mortalità di circa il 40% più alta rispetto a quelli con istruzione elevata.
I numeri sono contenuti nell’ultimo report Istat dal titolo “La salute: una conquista da difendere”. I progressi nella riduzione della mortalità infantile e nell’aumento della speranza di vita sono il risultato di un lungo processo al quale hanno contribuito il miglioramento dell’alimentazione e dell’igiene, i progressi della medicina e la diffusione dei vaccini.
La percezione che gli italiani hanno delle proprie condizioni di salute è parte essenziale della qualità della vita e, insieme, indicativa dei rischi di natura sanitaria. Negli ultimi 30 anni la quota di persone che si dichiara in cattiva salute è diminuita dall’8% nel 1995 al 5,5% nel 2025. Numeri in crescita con l’età e prevalenti tra le donne anche se, secondo il report, sono proprio le fasce più anziane ad avere registrato i miglioramenti più significativi. Sul territorio nazionale, nel 1995 la quota di persone che segnalavano di essere in cattiva salute (standardizzata per l’età) non presentava differenze sostanziali tra le ripartizioni. Tuttavia il progresso al 2025 è stato maggiore al Nord e minore nel Mezzogiorno come nel caso dell’incidenza della mortalità.
Negli ultimi decenni, insieme ai guadagni di longevità è aumentata la diffusione di patologie cronico-degenerative, tipiche dell’età anziana ed è cresciuto il numero di persone affette da 2 o più malattie contemporaneamente. Nel 2025 Istat stima che questa condizione riguardi 13 milioni di persone (nel 1993 erano 10,3 milioni), di cui il 39% di ultra75enni (nel 1993 erano il 21,3%). Nel nostro Paese è aumentata la diffusione del diabete, dal 2,9% della popolazione nel 1980 al 6,4% nel 2025, con una crescita che solo per due terzi dei casi dipende dall’invecchiamento della popolazione. Aumentano gli ipertesi, dal 6,4% nel 1980 al 18,9% nel 2025, anche in questo caso, evidenzia Istat, non solo per l’aumento della quota di anziani ma per stili di vita poco salutari che peggiorano i fattori di rischio. Tra il 1995 e il 2025 si è ridotta considerevolmente la diffusione di artrosi e artrite, quasi dimezzandosi al netto dell’invecchiamento della popolazione e vi sono stati netti miglioramenti nella diffusione di patologie legate al fumo, come la bronchite cronica: nel 1980 interessava oltre 4 milioni di persone (più dei 2/3 uomini) passata a 2 milioni nel 2025. In Italia, come nella maggior parte dei paesi avanzati, la diffusione dell’obesità nella popolazione adulta è cresciuta sensibilmente: dal 5,9% nel 1990 all’11,6% del 2025, con una differenza a svantaggio degli uomini negli ultimi venti anni, e per le persone meno istruite e residenti nel Mezzogiorno. Nondimeno, però, i livelli di obesità negli adulti restano tra i più contenuti tra i paesi dell’Unione europea.


