Nei primi nove mesi del 2025 Pechino ha venduto nel nostro Paese 46,77 miliardi di euro di merci, mentre le nostre esportazioni calano del 10%. Prezzi bassi e dazi minimi mettono a rischio il manifatturiero e l’occupazione
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Nei primi nove mesi del 2025 la Cina ha venduto in Italia 46,77 miliardi di euro di merci, 8 miliardi in più rispetto allo stesso periodo del 2024. Un’avanzata inarrestabile che rende sempre più difficile la competitività delle nostre imprese, le cui esportazioni verso il colosso asiatico sono invece diminuite del 10%.
Prezzi bassi e dazi ridotti al minimo hanno consentito a Pechino di rendere vincente la sua strategia commerciale: dall’hi-tech al tessile non c’è comparto in cui le aziende cinesi non macinino guadagni.
Il surplus cinese verso l’Italia è concentrato in quattro comparti principali: chimico e farmaceutico (9,4 miliardi), elettronico e ottico (7,5 miliardi), apparecchi elettrici (6,7 miliardi) e macchinari (6,3 miliardi). L’import di abbigliamento vale 2,58 miliardi, con il tessile in aumento del 24%. Le forniture di prodotti in metallo sono in forte crescita e hanno raggiunto quota 2,53 miliardi, come pure gli acquisti di gomma e plastica arrivati a 2 miliardi.
In termini percentuali autoveicoli (+43,7%), arredamento e mobili (+26,9%), tessile (+24,1%) e apparecchi elettrici (+21,7%) sono i settori che hanno trainato l’avanzamento commerciale. L’Italia perde terreno anche nel confronto sulla produzione di orologi ed apparecchiature di precisione ed anche del vetro, della ceramica e del cemento, dove si registrano, rispettivamente, +8,5% e +7,5% di aumento di arrivi di merci finite dalla Cina.
L’aumento degli acquisti di merci cinesi da parte degli importatori italiani mette a rischio fabbriche e posti di lavoro. Confartigianato evidenzia che il più colpito è il settore manifatturiero: l’import da Pechino è aumentato dell’11,2% per un valore complessivo di 16,7 miliardi.
Tra le cause indicate da Confartigianato quali motivi di preferenza per le merci cinesi c’è la guerra commerciale scatenata dagli Usa che nei primi sei mesi dell’anno appena trascorso hanno spostato risorse dai mercati di scambio “tradizionali” verso quelli asiatici dove la logistica e la portualità rafforzano la leadership cinese.
Pechino è il primo produttore mondiale di apparecchiature e tecnologie per le fonti di energia rinnovabili, un settore in cui agli inizi degli Anni 2000 le aziende europee avevano la preminenza, con know-how e brevetti, ed cui oggi si trovano invece a dover rincorrere le concorrenti asiatiche.
L’Italia da sola può fare poco. La soluzione deve essere trovata a livello europeo, con nuove politiche di tutela dei settori strategici e delle imprese.
Negli ultimi anni si sono susseguiti regolamenti e direttive che hanno scatenato guerre intestine - ricordiamo quelle del vino, delle quote latte e della pesca - e che hanno penalizzato le produzioni comunitarie nel mercato interno indebolendole anche in termini di capacità di export, mentre altri Paesi pianificavano l’invasione dei nostri mercati.


