Trecentoquarantamila persone in fuga. Tanti, in dieci anni, gli italiani che hanno lasciato il Paese per tentare la sorte altrove.

Si emigra soprattutto per trovare migliori condizioni di vita e di lavoro.

Più di un terzo dei nostri migranti è in possesso di almeno un titolo di laurea. Capitale umano e professionale che va a rinforzare le fila di altri contesti sociali ed economici portandosi dietro capacità e spirito d’iniziativa.

Questa emorragia comporta per lo Stato un costo diretto stimato in 7,2 miliardi di euro all'anno, cifra che sale fino a 10,7-11,4 miliardi di euro considerando il potenziale valore aggiunto non generato.

I dati emergono dallo studio “Comprendere e contrastare il fenomeno della perdita dei talenti: la Roadmap per l’Italia”, realizzato da TEHA Group in collaborazione con Philip Morris Italia e presentato in occasione del Forum Ambrosetti a Cernobbio.

Il conto economico: miliardi persi e capitale umano in uscita

Il rapporto "Giovani Expat. Come farli tornare", promosso dal Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro e realizzato da Ref Ricerche con Questlab, quantifica in 16 miliardi di euro all'anno il valore del capitale umano formato in Italia e successivamente messo a frutto all'estero.

Una dispersione di risorse insostenibile, ha detto il presidente del Cnel, Renato Brunetta, per l'economia italiana.

L'impatto sul tessuto produttivo è fortemente avvertito anche dal mondo aziendale: il 93,9% delle imprese considera la perdita dei talenti come un problema critico o molto problematico per il Paese. E circa un'azienda su due rileva ricadute molto rilevanti sul proprio business. Nonostante il 75% delle imprese dichiari di aver strutturato strategie di attrazione, retention ed engagement basate su formazione continua, lavoro flessibile e percorsi di carriera, le difficoltà strutturali nazionali continuano a frenare la competitività. Gli studi evidenziano la carenza di competenze Stem e numeri dei laureati in calo, anche per effetto della crisi demografica. Questi due elementi concorrono alla stagnazione della produttività con riflessi diretti sulla capacità delle imprese italiane di muoversi agilmente nei mercati di riferimento.

Il divario Nord-Sud

Si allarga il divario Nord-Sud. In termini percentuali dal Mezzogiorno fugge una quantità tale di giovani destinata ad avere effetti devastanti sulle comunità locali negli anni già fortemente impoverite. Meno figli, meno imprese, meno servizi e meno opportunità per il futuro. E con una popolazione anziana in aumento la cui sussistenza sarà difficile da sostenere. In termini numerici è invece il Nord a fare le grandi cifre, compensate dagli arrivi di lavoratori stranieri. Cosa che al Sud accade in minor misura. 

La flat tax sugli aumenti di stipendio dei giovani

Ne ha parlato a Cernobbio il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. La Lega pensa a «una tassazione agevolata» per gli aumenti di stipendio dei lavoratori più giovani. Proprio per contrastare la fuga. Una iniziativa su cui il ministro chiede l’apertura ed il sostegno da parte delle imprese.

Identikit degli expat e motivi dell'addio

L'analisi del profilo degli italiani emigrati evidenzia una spiccata qualificazione professionale: il 93% possiede un titolo di laurea, suddiviso tra laurea magistrale (45%), master (22%), laurea triennale (14%) e dottorato (12%). Un dato di particolare rilievo indica che il 58% degli expat ha lasciato l'Italia subito dopo la fine degli studi, senza aver mai lavorato nel nostro Paese. La grande maggioranza risiede in Paesi europei, l'87%, il 60% dei quali nell'Unione europea e il 27% in Europa extra-Ue. Mentre l'8,5% vive in Nord America.

Perchè si parte

Tra le motivazioni principali della partenza c’è il livello delle retribuzioni, che la stragrande maggioranza degli expat considera troppo basse rispetto al costo della vita. A ciò si sommano la scarsa fiducia nel futuro e nelle istituzioni e la carenza di opportunità lavorative adeguate. Tra gli altri fattori che spingono a partire figurano la percezione di una cultura del lavoro arretrata, la lentezza burocratica e il peso di clientelismo e raccomandazioni, un elemento avvertito con maggiore intensità tra chi è partito dal Mezzogiorno.

Stipendi più elevati e maggiore riconoscimento del merito sono in testa alle condizioni che potrebbero motivare il rientro in Patria.

Le proiezioni per l’immediato futuro

Nei prossimi dieci anni la situazione è destinata a peggiorare. In assenza di interventi strutturali, le simulazioni previste dallo studio indicano che tra il 2025 e il 2035 l'Italia rischia di perdere complessivamente 760mila laureati, erodendo oltre 120 miliardi di euro di investimenti formativi e fino a 307 miliardi di euro di Pil potenziale.

Come invertire la rotta

La Roadmap elaborata dallo studio individua cinque linee d'azione prioritarie: aumentare l'attrattività del lavoro qualificato; semplificare l'ingresso dei talenti internazionali; rafforzare il collegamento tra università, centri di ricerca e imprese; sostenere la mobilità e i servizi per le famiglie; creare un ecosistema più competitivo per start-up e tecnologie deep tech.

Nello scenario più ambizioso, l'attuazione di queste misure permetterebbe di recuperare fino a 119 mila laureati entro il 2035 e generare fino a 11,1 miliardi di euro all'anno di Pil aggiuntivo. La disponibilità dei giovani emigrati offre un margine di manovra concreto: quasi due terzi dichiarano infatti che tra cinque anni si stabiliranno dove saranno presenti le opportunità migliori, lasciando aperta la possibilità di un rientro in Italia qualora il Paese sappia crearle.