Le parole di Fabio Panetta colgono un punto essenziale del dibattito economico italiano: senza istruzione non c’è crescita sostenibile. Non si tratta di uno slogan, ma di un’evidenza confermata dai dati e dall’esperienza dei Paesi che hanno saputo investire con continuità nel capitale umano. L’istruzione non è una voce di costo da comprimere nei momenti difficili, bensì una scelta strategica che determina la competitività di un sistema economico nel medio e lungo periodo.

Il confronto con la Germania è emblematico. Se i giovani laureati tedeschi arrivano a guadagnare fino all’80% in più rispetto ai loro coetanei italiani, il problema non riguarda solo i livelli salariali, ma l’intero ecosistema che valorizza competenze, ricerca, innovazione e produttività. Dietro quei numeri ci sono investimenti strutturali in scuola, università, formazione tecnica e continua, oltre a un collegamento più efficace tra mondo dell’istruzione e mercato del lavoro.

Se vogliamo un’economia capace di innovare e di affrontare le grandi transizioni in corso, digitale ed ecologica in primis, dobbiamo partire da qui: scuola, università, formazione permanente. Non basta aumentare le risorse, serve orientarle meglio. Significa rafforzare la qualità dell’insegnamento, sostenere la ricerca, valorizzare il merito, ma anche ridurre i divari territoriali che ancora oggi penalizzano ampie aree del Paese. Un sistema educativo che lascia indietro intere generazioni o parti del territorio non è solo ingiusto, è inefficiente.

Collegare istruzione e lavoro è un altro passaggio cruciale. Stage qualificati, apprendistato, ITS e una collaborazione stabile tra imprese e università possono ridurre il disallineamento tra competenze offerte e competenze richieste. Allo stesso tempo, la formazione continua deve diventare un pilastro delle politiche pubbliche e aziendali, perché in un’economia che cambia rapidamente nessuna competenza può dirsi definitiva.

L’istruzione è il primo moltiplicatore economico di cui disponiamo. Trascurarla significa accettare un futuro più fragile, fatto di bassa crescita, salari stagnanti e scarsa mobilità sociale. Investirvi, al contrario, vuol dire costruire le basi di uno sviluppo più solido, inclusivo e duraturo. È una scelta politica, economica e culturale che non può più essere rinviata.

*Vicepresidente nazionale Confapi