La Regione non ha ancora convocato la Consulta regionale della cooperazione, l'organismo che dovrebbe essere la sede naturale del confronto tra istituzioni e movimento cooperativo
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Il 2 luglio scorso il Consiglio dei ministri ha esaminato l'informativa sul Piano d'azione nazionale per l'economia sociale. Non è ancora il traguardo. Mancano gli ultimi passaggi formali, a partire dall'istituzione presso il Ministero dell'Economia del Comitato tecnico che dovrà svilupparlo, coordinarlo e monitorarlo; ma è il superamento di una tappa decisiva. Con questo atto l'Italia avvia finalmente l'attuazione della Raccomandazione del Consiglio dell'Unione europea del 27 novembre 2023, che chiedeva agli Stati membri di dotarsi di un quadro giuridico e istituzionale per lo sviluppo del settore, dando seguito all'Action Plan europeo per l'economia sociale del 2021.
Non si tratta di un documento per addetti ai lavori. Il Piano programmatico, di durata decennale con revisione a metà percorso, disegna per la prima volta un ecosistema unitario che riconosce quattro grandi famiglie di soggetti: la cooperazione, il Terzo settore, lo sport dilettantistico e gli enti religiosi civilmente riconosciuti. Un arcipelago che in Italia conta quasi 400mila organizzazioni, oltre un milione e mezzo di addetti e più di 4,6 milioni di volontari. Realtà che operano sul mercato, ma secondo logiche che mettono al centro il bene comune e l'interesse generale.
Le novità di sostanza non mancano. Gli enti dell'economia sociale saranno riconosciuti come Servizi di interesse economico generale (SIEG), con benefici sul piano tributario e amministrativo; sono previste risorse per semplificare l'accesso al credito, percorsi di formazione e informazione, interventi di valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico e privato per finalità sociali: dall'housing sociale al recupero dei beni confiscati alla criminalità organizzata. Viene inoltre ribadito un principio che la giurisprudenza europea riconosce da tempo: la detassazione degli utili destinati a patrimonio indivisibile non è un privilegio, ma la logica conseguenza del fatto che quegli utili non possono essere distribuiti ai soci né arricchire nessuno a titolo personale. È il cuore della mutualità cooperativa, che l'articolo 45 della Costituzione tutela quando riconosce la funzione sociale della cooperazione.
Il presidente di Confcooperative, Maurizio Gardini, ha definito l'informativa «un primo passo verso una politica di sviluppo per la cooperazione italiana», ricordando che il mondo cooperativo chiedeva da anni uno strumento di politica economica capace di guardare con occhi adeguati a un'impresa che coniuga mercato e bene comune. Un riconoscimento atteso, dunque, pur nella consapevolezza che le risorse sono ancora limitate e che ora serve un'assunzione di impegno più chiara: il passaggio dall'informativa all'approvazione definitiva, e da questa all'attuazione concreta.
C'è poi un dato culturale che Gardini ha colto con lucidità in un suo intervento su Avvenire, legando il Piano nazionale al tema scelto dall'ONU per la Giornata Internazionale delle Cooperative 2026, "Cooperative per un mondo in pace": le cooperative non sono soltanto soggetti economici, sono una forma di civiltà. Il principio "un socio, un voto" è una scuola di democrazia; fare impresa insieme, condividere responsabilità, governare collettivamente una realtà economica è, in un'epoca di crisi della partecipazione e della fiducia, un contributo straordinario alla coesione sociale. Un'economia fondata sulla cooperazione è necessaria per lo sviluppo, per la coesione e, in ultima analisi, per la pace.
E la Calabria che fa? Assiste immobile al momento.
Mentre a Roma si costruisce (con fatica) l'architettura di una politica pubblica per l'economia sociale, in Calabria regna un silenzio assordante. La Regione non ha ancora convocato la Consulta regionale della cooperazione, l'organismo che dovrebbe essere la sede naturale del confronto tra istituzioni e movimento cooperativo. Non un dettaglio burocratico: è lì che si dovrebbe cominciare a ragionare, insieme, di una nuova legge regionale sulla cooperazione, capace di dialogare con il Piano nazionale e di farsi trovare pronta quando gli strumenti attuativi arriveranno.
Perché la legge regionale oggi in vigore ha quasi cinquant'anni. Mezzo secolo in cui è cambiato tutto: il diritto europeo, la riforma del Terzo settore, la disciplina delle cooperative sociali, il ruolo delle cooperative di comunità nelle aree interne, la finanza mutualistica, la transizione digitale ed energetica. Continuare a governare il fenomeno cooperativo calabrese con una cornice normativa pensata in un'altra epoca significa rinunciare in partenza alle opportunità che il Piano nazionale mette sul tavolo: il riconoscimento come SIEG, le agevolazioni, l'accesso facilitato al credito, la valorizzazione del patrimonio pubblico e dei beni confiscati, un tema che in Calabria dovrebbe valere tanto e significare ancora di più.
E la nostra regione avrebbe tutte le carte per essere protagonista, non spettatrice. Il 1° Rapporto sull'Economia Sociale e la Cooperazione in Calabria, realizzato da Demoskopika per Confcooperative Calabria, ha documentato con i numeri ciò che sosteniamo da tempo: le imprese cooperative calabresi aderiscono ai principi dell'economia sociale più e meglio di altre forme d'impresa, presidiano i territori a rischio spopolamento, assorbono gli shock invece di scaricarli sulle comunità. Sono, esattamente, quei soggetti che il Piano nazionale intende riconoscere e sostenere.
Il Governo nazionale, sia pure con ritardo, ha ascoltato. Ora tocca alla Regione Calabria dimostrare la stessa capacità di ascolto: convochi la Consulta della cooperazione, apra il cantiere di una nuova legge regionale allineata al Piano nazionale e alla Raccomandazione europea. Il tempo dell'immobilismo è scaduto. L'economia sociale non è un settore residuale da amministrare con norme d'archivio: è un'infrastruttura dello sviluppo, soprattutto per le aree rurali e quelle a forte rischio di spopolamento, uno strumento di ricostruzione e ricucitura sociale, cui la Calabria non può rinunciare. Chi non lo capisce oggi, si condanna a rincorrere, ancora una volta, domani.


