Barriere ed ostacoli interni frenano la crescita e alimentano la competizione tra i 27. L’Europa non è riuscita a costruire un mercato unico e la propria economia di mercato generando un’economia simmetrica che è causa della sua debolezza e delle sue vulnerabilità. Mario Draghi torna a sollecitare le istituzioni europee invitando Bruxelles ad un cambio di rotta in tempi brevi.

Un nuovo modello economico

Serve una nuova «architettura», il modello economico europeo è vecchio e non è in linea con le sfide che si trova a dover affrontare. Secondo l’ex presidente del Consiglio, per la sola spesa strategica, quella necessaria a sostenere la competitività, l’autonomia energetica e la difesa, l’Europa deve investire 1.200 miliardi di euro all’anno.

Sfida aperta ai mercati

«L'Europa - dice l’ex presidente del Consiglio - si è affidata ai mercati per svolgere un lavoro che l'autorità politica comune non era stata messa in condizione di compiere. A quei mercati, però, abbiamo negato la scala continentale di cui avevano bisogno per avere successo».

L’eccesso di domanda esterna e la dipendenza energetica

«La prima vulnerabilità - dice Draghi - è la nostra esposizione alla domanda esterna. La seconda vulnerabilità è la nostra crescente dipendenza strategica. Se avessimo adottato le misure necessarie per integrare la nostra economia – avverte l’ex premier - i mercati dei capitali avrebbero incanalato una quota maggiore dei risparmi europei verso il rischio produttivo interno». Come? Puntando sull’energia e facendone una rete condivisa per limitare la dipendenza dai combustibili fossili rendendo le economie europee «meno sensibili agli shock» energetici.

Investire oltre i confini Ue non paga

«Oggi, metà del capitale investito attraverso i fondi europei rifluisce negli Stati Uniti, dove sia i rischi che i rendimenti sono maggiori. Dipendiamo dall'America per il 60% delle nostre importazioni di gnl. Persino nelle tecnologie pulite - dice Draghi - l'Europa non riesce ancora a dispiegare la sua transizione verde su larga scala senza aumentare la dipendenza dalle catene di approvvigionamento cinesi».

Il gap tecnologico

La terza debolezza, forse la più importante, sottolinea l’ex premier, è il deterioramento della posizione dell'Europa nelle tecnologie che definiranno il prossimo decennio. «Dal 2019 - dice - il divario di produttività oraria tra l'Europa e gli Stati Uniti si è ampliato di 9 punti percentuali, a parità di potere d'acquisto e a prezzi costanti. Questo non misura, di per sé, le differenze nel tenore di vita. Ma indica una crescente divergenza nella capacità produttiva, che riflette non solo le maggiori dimensioni del settore tecnologico americano, ma la più profonda digitalizzazione delle imprese e dei flussi di lavoro negli Usa. L'intelligenza artificiale si aggiunge ora a quel divario».

La sfida dell‘IA

«Gli scenari dell'Ocse suggeriscono che circa la metà della crescita della produttività nel prossimo decennio potrebbe derivare dall'IA e dalla sua diffusione nell'economia. In nessun momento, nella memoria recente, una parte così grande del nostro futuro economico – avverte Draghi - è dipesa da una singola trasformazione tecnologica. Ma l'IA non è semplicemente l’ennesimo strumento digitale da adottare. Richiede una mobilitazione industriale su una scala mai vista da generazioni: enormi investimenti in energia, semiconduttori, infrastrutture di calcolo e capitale. E qui l'Europa è in ritardo».

Le forze in campo

«Gli Stati Uniti sono avviati a spendere circa cinque volte più dell'Europa nella costruzione di data center entro il 2030. La Cina – dice l’ex premier - si sta mobilitando su scala analoga. Se l'Europa volesse eguagliare quell'ambizione, la domanda di energia potrebbe aumentare del 20-30% rispetto ad oggi.

Il capitale da investire

L'Europa – prosegue Draghi - possiede i risparmi, i talenti e il potenziale energetico latente per competere in questa trasformazione. Ma le stesse barriere e vincoli che hanno prodotto la nostra esposizione e le nostre dipendenze ci impediscono ora di mobilitarci alla scala che il momento richiede. Questo non è un divario che possiamo permetterci di lasciar allargare. A differenza dell'elettricità o di internet, l'IA migliora con l'uso. Ogni ciclo di implementazione genera i dati e le capacità che rendono il ciclo successivo ancora più potente. Le economie che combineranno per prime questi vantaggi si porteranno avanti in modo permanente».

Rilanciare la domanda interna

La domanda interna, dice l’ex presidente del Consiglio, dovrebbe offrire alle industrie «con orizzonti di investimento lunghi su semiconduttori, tecnologie pulite e difesa, un mercato abbastanza grande e stabile su cui investire». Senza una propria domanda, l'Europa «non può sostenere una postura credibile all'estero». È il primo passo da fare

Urge una nuova politica industriale

Draghi avverte che «se gli Stati membri dell'Europa tenteranno una politica industriale su larga scala nell'attuale struttura del mercato unico, falliranno». Spenderanno in modo «inefficiente» e «frammenteranno gli investimenti lungo linee nazionali e si imporranno costi a vicenda».

Dagli aiuti di Stato maggiori rischi per la crescita dell’Ue

«Studi del FMI – dice poi Draghi - rilevano che i sussidi concessi in uno Stato membro sopprimono la crescita in altri, con esternalità negative che erodono i guadagni originali in appena due anni. La risposta ideale sarebbe coordinare gli aiuti di Stato a livello europeo. Ma non è l'unico modo per ridurre queste distorsioni.

Integrare le economie statali

Un'economia europea davvero integrata cambierebbe di per sé il campo su cui opera la politica industriale. Anche se gli aiuti di Stato fossero ancora concessi entro i confini nazionali, i loro beneficiari sarebbero sempre più spesso imprese già testate in tutta Europa. Le aziende leader in ciascuna giurisdizione avrebbero meno probabilità di essere operatori nazionali protetti, e più probabilità di essere imprese di scala europea che competono là dove il capitale, l'energia, le competenze e le catene di approvvigionamento sono più forti». L'unica soluzione resta dunque quella di integrare le economie statali. E bisogna farlo al più presto.