La Corte dei Conti europea chiede maggiore attenzione per evitare frodi e contraffazioni. Le imprese italiane valgono 3,3 miliardi di euro. La nostra regione è seconda produttrice in Italia dopo la Puglia
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Una stretta sui controlli sulla produzione e sul commercio dell’olio d’oliva per tutelare le eccellenze europee. Un giro di vite necessario per contrastare frodi e contraffazioni ed evitare danni alle imprese del settore. È quanto chiede la Corte dei conti europea al termine di una indagine condotta in Italia, Spagna, Grecia e Belgio. Dalla ricognizione emergono «carenze sulla tracciabilità, in particolare, al di fuori dei confini comunitari» come pure «sul fronte delle verifiche sui contaminanti» in primis gli antiparassitari, molti dei quali vietati o limitati nell’uso, ma al contrario molto diffusi nei Paesi extra europei. Queste carenze, avvertono i giudici contabili, «possono compromettere la qualità» degli oli messi in commercio e «in ultima istanza, la fiducia dei consumatori». La Corte sostiene la necessità di aumentare i controlli, non solo alle frontiere dell’area Ue ma anche tra gli Stati membri dal momento che tra un paese e l’altro variano i criteri di tracciabilità del prodotto. Il rischio maggiore è rappresentato dall’acquisto di olive o di oli da Paesi extra europei.
La produzione di olio europea
L’Europa è la principale area produttrice di olio d’oliva al mondo e rappresenta il 61% dell’offerta mondiale grazie a Spagna (1,164 milioni di tonnellate), Italia (284mila), Grecia (259mila) e Portogallo (154mila). È il maggior esportatore di olio d’oliva visto che rappresenta il 65% del commercio ed è anche il maggior consumatore con il 45% di quota mondiale.
La Corte dei conti europea dice che l’Italia e anche la Spagna non sono sul banco degli imputati. «Spagna e Italia - si legge infatti nella relazione - tracciano in registri elettronici l’origine delle olive e dell’olio d’oliva in tutte le fasi della catena di approvvigionamento, al fine di aumentare la trasparenza e prevenire le frodi». Ma ciò non basta a contrastare il rischio di contraffazione. Proprio i limiti di tracciabilità e l’utilizzo di olive non autoctone possono alimentare traffici di merci a prezzi ridotti che finiscono per condizionare il mercato.
I numeri dell’olivicoltura in Italia
L’ultima stima dell’ufficio economico dell’Associazione italiana produttori olivicoli dice che il valore complessivo generato dalla filiera olivicola-olearia supera i 3,3 miliardi di euro annui e che la produzione lorda vendibile ammonta a circa 1,2 miliardi di euro. Seicentomila aziende coltivano 1,1 milioni di ettari di terreno, con oltre 500 cultivar censite, danno lavoro, tra diretto ed indotto, a circa 160/190mila persone. Le olive vengono trasformate in 4.475 frantoi e ogni anno questi impianti producono tra 250.000 e 350.000 tonnellate di olio. La Puglia rappresenta la prima regione per superficie coltivata ad olivo e per quantità raccolta, con oltre 100mila tonnellate. Calabria e Sicilia seguono con volumi produttivi molto elevati e una straordinaria ricchezza di varietà autoctone.
L’olivicoltura in Calabria
La Calabria è la seconda regione d’Italia per produzione. Le aziende del comparto occupano 184mila ettari di terreno, il 17% della superficie nazionale destinata a queste colture, con 33 tipologie autoctone. Le aziende sono 80mila ed i frantoi 1.126. Il valore stimato della produzione olivicola calabrese è di poco superiore ai 250 milioni di euro.


