Il gruppo taglia 20 miliardi di investimenti e porta la produzione da 12 a 9 milioni di esemplari all’anno. Pesano la crisi delle vendite e l’arrivo in Europa dei veicoli elettrici cinesi
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La notizia di un cambio di rotta non arriva inattesa ma nessuno poteva immaginare che le proporzioni della ristrutturazione industriale della casa automobilistica di Wolfsburg potessero essere di queste dimensioni.
Volkswagen, a quanto si è saputo, si preparerebbe a chiudere quattro stabilimenti e a licenziare 100mila dipendenti.
La rivelazione, che ha scatenato non poche polemiche e furiose reazioni politiche e sindacali, arriva da un articolo di Manager Magazin. Il sito, pubblicata la notizia, ha registrato migliaia di accessi in poche ore. In Borsa il titolo ha perso circa il 4%.
La rivista tedesca porta a sostegno delle sue indiscrezioni una serie di documenti attribuiti al ceo, Oliver Blume. In particolare quella che viene indicata come la bozza del nuovo piano industriale da 130 miliardi di euro, anziché 150, per i prossimi 5 anni, che sarebbe stata presentata al board aziendale nel corso dell’ultimo Consiglio di amministrazione.
Il piano di ristrutturazione intercettato da Manager Magazin parla di tagli di spesa pari al 15% della quota di investimenti aziendali. In questa fetta rientrano appunto stabilimenti e personale in esubero.
Volkswagen starebbe pensando di chiudere gli stabilimenti di Hannover, Zwickau, Emden e Neckarsulm (un impianto del marchio associato Audi), tutti situati in Germania. Nella fabbrica di Emden, una delle più vecchie del gruppo, fondata nel 1952, si produceva uno dei modelli più iconici, il Maggiolino. Zwichau è invece il primo stabilimento del gruppo interamente convertito per la produzione di veicoli elettrici.
I posti di lavoro a rischio sarebbero 100mila su 655mila, circa il 16% della forza lavoro. Volkswagen prevede inoltre di incentivare 50mila uscite “volontarie” entro il 2030.
Il progetto di ristrutturazione, che prevede 11 miliardi di spesa in meno di costi generali, dovrebbe approdare in consiglio di sorveglianza il mese prossimo per essere discusso.
Che per l’auto europea non sia un buon periodo lo testimoniano i tagli di produzione e di spesa annunciati da gruppi automobilistici del calibro di Bmw e Porsche. Come pure la scelta, fatta ad esempio da Stellantis, di accordi strategici con i maggiori produttori cinesi di veicoli a nuova energia. La casa franco-italiana erede dei marchi Peugeot-Opel-Citroen e Fiat-Chrisler ha chiuso due intese, per un valore complessivo di 4 miliardi di investimenti, con Leapmotor e con Dongfeng.
Su tutti i marchi europei pesano il calo delle vendite, le difficoltà negli approvvigionamenti di pezzi e componentistica per via del conflitto in Medio Oriente, ma non solo. E anche i segnali contrastanti arrivati al mercato asiatico, divenuto con quello del Nord America principale riferimento delle strategie di espansione. Nell’ultimo anno l’area orientale registra il segno meno in termini di commesse e un rallentamento sul fronte delle vendite dei veicoli a nuova energia, elettrici a batteria, ibridi e ibridi plug-in. E per tutti aumenta, invece il rischio di perdere terreno, proprio a vantaggio delle case automobilistiche cinesi.
I conti della casa automobilistica tedesca
Il gruppo Volkswagen ha chiuso il primo trimestre del 2026 con vendite in calo del 6,9% a 2 milioni di veicoli. I ricavi sono scesi del 2,5% a 76 miliardi di euro e il risultato operativo del 14,3% a 2,5 miliardi.
Ad aprile Oliver Blume aveva annunciato importanti novità sostenendo la necessità di «adeguare la strategia aziendale ai cambiamenti in atto». «Guerre, dazi, tensioni geopolitiche e regolamentazioni più severe - aveva detto il ceo di Volkswage - stanno creando grossi ostacoli. Abbiamo ridotti i costi pur investendo molto nell’innovazione. I risultati finanziari – concludeva Blume - ci dimostrano che per migliorare la nostra sostenibilità e rafforzare la nostra competitività, dobbiamo evolvere costantemente il nostro modello di business». Già a dicembre 2025 Volkswagen aveva ridotto la sua capacità produttiva da 12 milioni a 9 milioni di veicoli all’anno. Il Governo tedesco ha fatto sapere che intende evitare la chiusura di stabilimenti industriali. I sindacati hanno annunciato battaglia, respingendo in toto le ipotesi di ristrutturazione aziendale così come riportate nell’articolo della rivista economica.

