Il Piano nazionale di ripresa e resilienza si è chiuso il 31 agosto. La Calabria arriva alla rendicontazione finale con il 15,6 per cento dei progetti concluso, penultima in Italia

Il 31 agosto si è chiuso ufficialmente il capitolo del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Da quel giorno la Commissione europea non prende più in considerazione nuove azioni o modifiche ai piani nazionali, e nessuna attività compiuta successivamente può essere valutata ai fini del conseguimento dei traguardi e degli obiettivi. La data che conta davvero, però, è un'altra ed è il 30 settembre, termine entro il quale gli Stati membri devono presentare le richieste finali di pagamento per incassare le risorse entro il 31 dicembre. Restano poco più di due settimane.

In Calabria il Piano ha finanziato 23.261 progetti per oltre 6,2 miliardi di euro, la dotazione più consistente mai destinata alla regione in un arco temporale così breve. Il monitoraggio del servizio studi di Camera e Senato dice che risulta concluso il 15,6 per cento dei progetti finanziati, contro una media nazionale del 23,7 per cento. È il penultimo posto in Italia. I ritardi più pesanti si concentrano esattamente dove il bisogno è più acuto, cioè nelle ferrovie e nelle strade e nella sanità territoriale, le Case e gli Ospedali di comunità.

La Regione ha replicato, per voce dell'assessore al bilancio, che si tratterebbe in larga parte di un problema di trasmissione dei dati sulla piattaforma di monitoraggio e non di un ritardo sostanziale delle opere. È una spiegazione che va presa sul serio, perché con ogni probabilità è vera almeno in parte. Ed è proprio lì che si annida il fraintendimento più costoso di questa intera vicenda.

Il PNRR non è un fondo a sportello e non funziona come un contributo regionale. È un meccanismo di finanziamento condizionato al risultato, nel quale l'Italia riceve le risorse soltanto dimostrando il conseguimento degli obiettivi sulla base di evidenze verificabili dalla Commissione, dalla Corte dei conti europea e dalle autorità nazionali. In un sistema costruito così la documentazione non accompagna la prestazione, è essa stessa la prestazione. Un cantiere concluso e non rendicontato, per l'Europa, non esiste. Chi fa il mio mestiere conosce questa grammatica da sempre, perché un costo non documentato è un costo indeducibile e un credito non certificato è un credito non spendibile. Dire che il problema sta nella piattaforma e non nelle opere, dunque, non è un'attenuante. È la descrizione esatta del danno.

Vale la pena guardare chi ha dovuto reggere materialmente questo peso. Tra i principali soggetti attuatori calabresi figurano i Comuni, con oltre cinquemila progetti e circa un quinto delle risorse. Sono enti che nella gran parte dei casi dispongono di uffici tecnici ridotti all'osso, talvolta di una sola persona, chiamati a gestire gare, varianti, collaudi e rendicontazioni su piattaforme informatiche che hanno cambiato regole in corsa. La Federazione degli Ordini degli ingegneri della Calabria ha chiesto una cabina di regia, un cruscotto degli interventi a rischio e un presidio tecnico stabile a supporto degli enti locali. L'ha chiesto a giugno, a ridosso di una delle scadenze intermedie, e questo dice molto sul momento in cui da noi ci si accorge dei problemi.

C'è poi la parte che quasi nessuno racconta, quella che viene dopo. L'Ufficio parlamentare di bilancio ha stimato che il Piano abbia prodotto attorno a 1,8 punti di crescita aggiuntiva del prodotto interno lordo e che dal 2027, venuto meno il flusso europeo, l'effetto espansivo si ridurrà sensibilmente. La Corte dei conti, dal canto suo, avverte che la fine dei cantieri non coinciderà con la fine dei problemi, perché occorrerà un piano di gestione delle opere realizzate. È un'osservazione che in Calabria pesa il doppio. Una casa di comunità senza medici e senza personale amministrativo resta un edificio, e un edificio produce costi di esercizio che graveranno sui bilanci degli enti per i decenni successivi.

Non tutto è ombra, e sarebbe ingeneroso raccontarlo così. Secondo la Banca d'Italia nel 2025 il prodotto regionale è cresciuto dell'1,1 per cento, un valore superiore a quello del Mezzogiorno e dell'intero Paese, con industria ed esportazioni sostenute anche dagli incentivi della ZES unica. Proprio la ZES è la leva che resta in piedi, prorogata dalla legge di bilancio 2026 fino al 2028, con una dotazione di 2,3 miliardi per l'anno in corso e un credito d'imposta che per le piccole imprese calabresi può arrivare al 60 per cento. Con un limite che riguarda da vicino il nostro tessuto produttivo, perché non sono agevolabili i progetti di investimento di importo complessivo inferiore a 200.000 euro e l'accesso passa per comunicazioni telematiche e certificazione. Chi non ha struttura non arriva allo sportello, per quanto generosa sia l'aliquota.

La lezione di questi cinque anni, per una volta, non riguarda il denaro. Alla Calabria il denaro è arrivato, in misura senza precedenti nella storia recente. È mancata la capacità di dimostrare di averlo speso, che è cosa diversa dall'averlo speso male e per certi versi più amara, perché significa aver pagato un prezzo finanziario e reputazionale per un deficit di organizzazione.

Ricostruire quella capacità non costa miliardi. Costa competenze stabili dentro gli enti, formazione, affiancamento tecnico continuo e non emergenziale, e la disponibilità delle professioni economiche e tecniche, ed in particolare dei commercialisti e degli ingegneri, del territorio a mettersi al servizio della macchina pubblica prima della scadenza e non il giorno dopo. Il 30 settembre non si potrà più rimediare. Per il dopo, invece, il tempo c'è ancora tutto, a condizione di non aspettare la prossima emergenza per accorgersene.

*dottore commercialista e pubblicista