Tutte le altre insegne che operano in Calabria decidono altrove, con criteri elaborati altrove, su una fetta di portafoglio che altrove pesa poco. Ecco invece numeri e attività di quelle che hanno sede legale qui
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C'è un numero, nell'ultimo rapporto della Banca d'Italia sull'economia della Calabria, che nessuno commenta mai. Alla fine del 2025 le banche che in questa regione tenevano aperto uno sportello erano ventiquattro. Quelle con la sede legale qui erano cinque. E tutte e cinque sono cooperative.
Vale la pena fermarsi un momento su questo. Non esiste, in Calabria, una banca del territorio che non sia una banca di credito cooperativo. Mediocrati, Calabria Ulteriore, Centro Calabria, Calabria Nord, Montepaone. Fine dell'elenco. Tutte le altre insegne che operano qui decidono altrove, con criteri elaborati altrove, su una fetta di portafoglio che altrove pesa poco. Quando a Cosenza o a Locri una pratica viene respinta, spesso la respinge un modello statistico che non ha mai visto quel capannone.
Nemmeno queste cinque, per inciso, sono un blocco unico. Mediocrati, Calabria Ulteriore e Montepaone aderiscono al Gruppo Bancario Cooperativo Iccrea, Centro Calabria e Calabria Nord al Gruppo Cassa Centrale. La parte autoctona del sistema bancario calabrese ha due filiere di comando distinte, che sullo stesso territorio si fanno concorrenza.
Detto questo, ai numeri. Nel 2025 gli impieghi lordi delle cinque BCC calabresi sono cresciuti dell'11,3 per cento, contro il 3,2 per cento del resto dell'industria bancaria in regione. La raccolta diretta è salita dell'11,2 per cento, contro il 4,6. La quota di mercato sugli impieghi si è consolidata al 7,5 per cento, quella sui depositi al 7, che diventa 10,7 se si guarda ai soli conti correnti.
Ma il dato che conta non è la crescita, è dove è andata a finire. Nello stesso anno in cui i prestiti alle piccole imprese calabresi si contraevano del 2,8 per cento, e in cui il credito regionale cresceva quasi soltanto grazie alle aziende medio-grandi, le BCC aumentavano del 13 per cento i finanziamenti al comparto produttivo. Sulle imprese da cinque a venti addetti, più 11,8 per cento loro e meno 1 per cento tutti gli altri. Tredici punti di differenza sulla stessa classe dimensionale, nella stessa regione, nello stesso anno. La funzione economica di una banca di comunità si legge lì, non nei convegni.
E non è che abbiano comprato volumi abbassando l'asticella. Il rapporto fra sofferenze lorde e impieghi è dell'1 per cento per le BCC calabresi contro il 3,5 per cento del sistema bancario in regione; sul credito alle imprese sopra i venti addetti la forbice si allarga ancora, 0,8 contro 5,4. Il coefficiente aggregato di capitale primario di classe 1 è del 32,43 per cento, contro il 16,2 delle banche significative italiane. Nel complesso sono tre miliardi di attivo, 2,43 miliardi di raccolta diretta, 1,51 miliardi di impieghi lordi, 288,7 milioni di patrimonio netto, 25 milioni di utile, 481 dipendenti, 18.012 soci. E 74 sportelli in 57 comuni, dei quali trenta non avrebbero nessun altro sportello.
Trenta comuni su circa centocinque che in Calabria conservano ancora una banca. Quasi un terzo del territorio bancarizzato della regione esiste perché una cooperativa ha deciso di non andarsene.
Dentro l'aggregato, però, le cinque banche raccontano storie diverse.
Mediocrati è quella che consolida. La banca di Rende chiude l'anno con 1,058 miliardi di attivo e crediti netti verso la clientela a 574 milioni, in aumento del 12 per cento, con l'84 per cento delle nuove erogazioni andato a famiglie e piccole e medie imprese. Raccolta diretta a 957,9 milioni, indiretta a 274,5, utile netto di 8,48 milioni, patrimonio netto di 77,2, CET1 al 21,43 per cento. Il dettaglio che merita più attenzione è però un altro. I crediti deteriorati netti scendono del 23 per cento a 5,6 milioni, l'NPL ratio lordo cala al 3,15 per cento, le sofferenze nette sono sostanzialmente azzerate. Crescere del 12 per cento negli impieghi tagliando di un quarto lo stock deteriorato significa che si sta selezionando bene. Con 25 sportelli, 5.870 soci e 193 dipendenti, Mediocrati vale da sola il 35 per cento dell'attivo del comparto regionale ed è l'unica presenza bancaria in ventidue comuni.
Calabria Nord, invece, è la banca che si sta costruendo. Sede legale a Verbicaro, cinque filiali fra Verbicaro, Scalea, Diamante, Castrovillari e Corigliano-Rossano, venticinque dipendenti, 1.265 soci. Nel 2025 l'attivo passa da 99,5 a 120,5 milioni, più 21,1 per cento; la raccolta complessiva da 95,4 a 114,1 milioni, più 19,6; gli impieghi salgono del 7,1 per cento a 65,4 milioni, trainati dai mutui, che da 47,1 arrivano a 51,8. Il CET1 sale dal 28,48 al 31,5 per cento, e non perché la banca abbia frenato, visto che le attività ponderate per il rischio calano mentre il patrimonio cresce, segno che il portafoglio si sta ricomponendo verso il credito al dettaglio. L'utile scende a 1,048 milioni dagli 1,335 dell'anno prima, ed è giusto dirlo. È il conto di una fase espansiva, sede nuova acquistata e ristrutturata, filiali aperte da poco, organico ampliato. Per una banca da 120 milioni che sta piantando bandiere sulla fascia tirrenica e sull'alto Ionio cosentino, quella differenza è un investimento, non un cedimento.
Centro Calabria è quella che corre di più. Quindici filiali fra Catanzaro e Cosenza, 85 dipendenti, 1.351 soci, attivo in crescita del 16,5 per cento a 689,4 milioni, raccolta complessiva più 18 per cento a 695,8, impieghi più 11,7 per cento a 335,1. L'utile netto è di 7,02 milioni, in calo dell'8,7, ma con un ROE ancora al 10,7 per cento e un cost income al 62,8. Il patrimonio netto è di 65,6 milioni, il CET1 del 31,8 per cento. Anche qui la parte migliore sta nel rischio, con le sofferenze lorde in calo del 36 per cento e la loro incidenza sugli impieghi scesa dal 2,1 all'1,2. Nel primo semestre 2026 è attesa una nuova filiale a Corigliano-Rossano.
Calabria Ulteriore è quella con la rete più larga e la base sociale più ampia, ventiquattro sportelli, sette in provincia di Catanzaro, sei a Vibo Valentia, sei a Reggio Calabria, cinque a Crotone, e 8.097 soci. Chiude con 958,6 milioni di attivo, più 5,98 per cento, crediti verso la clientela a 353,3 milioni, più 12,06, raccolta diretta a 611,2 e indiretta a 160,7. Il patrimonio netto sale a 116 milioni e il CET1 al 39,36 per cento, il più alto delle cinque e più del doppio della media delle banche significative italiane. L'utile è di 6,996 milioni, in aumento dell'81 per cento. Un salto del genere va letto con prudenza, perché dentro ci sono componenti non ricorrenti e un effetto base, ma poggia su un miglioramento vero della qualità dell'attivo, con i deteriorati lordi scesi all'1,82 per cento degli impieghi dal 2,57 dell'anno precedente.
Banca Montepaone, infine, è la più piccola e la più riservata delle cinque. Sede legale a Montepaone Lido, direzione generale a Catanzaro, quattro sportelli tutti in provincia di Catanzaro, ventotto dipendenti e 1.431 soci, cresciuti di 57 unità nell'anno. Chiude con 178,9 milioni di attivo, più 5,74 per cento, crediti verso la clientela a 137,9 milioni, raccolta diretta a 154,4 milioni e indiretta a 41,5, quest'ultima in aumento del 17,8 per cento. L'utile netto è di 1,474 milioni, più 33,31 per cento, il patrimonio netto di 17,3 milioni, il CET1 del 27,2 per cento. I crediti deteriorati lordi scendono al 2,74 per cento degli impieghi dal 3,98 dell'anno prima, e il Texas ratio, che misura quanto pesano i crediti malati sul patrimonio, si ferma al 5,16 per cento. Per una banca con quattro sportelli è un margine di sicurezza fuori scala.
Sarebbe però ingenuo raccontare tutto questo come una storia soltanto virtuosa. Impieghi concentrati su un'area ristretta e su settori poco diversificati, edilizia, commercio al dettaglio, agricoltura, turismo stagionale, significano un rischio che nessun modello interno annulla. La redditività strutturale resta compressa dalla dimensione e dai costi operativi. Il ricambio della base sociale è lento, e con esso quello della governance, dove la prossimità al territorio può sempre scivolare nella contiguità con gli interessi locali.
C'è poi il ciclo, che i numeri del 2025 non separano. Il rialzo dei tassi degli anni scorsi ha allargato meccanicamente il margine di interesse di tutte le banche che si finanziano con i depositi della clientela, e le cooperative rientrano in pieno nella categoria. Ora che il ciclo si è invertito quella componente si comprime, e infatti in due bilanci su cinque l'utile è già in flessione. Torna allora la domanda vera, cioè quanto a lungo possa reggere una banca con costi fissi alti e scala piccola. È il rapporto fra costi operativi e ricavi, non l'utile dell'anno, a dire quali di queste insegne resteranno autonome.
E c'è la tensione più sottile di tutte. L'adesione ai gruppi bancari cooperativi ha permesso di reggere l'urto della vigilanza accentrata e dei requisiti prudenziali europei, che una banca da poche centinaia di milioni non avrebbe sostenuto da sola. In cambio ha portato modelli di rating standardizzati, tarati su medie nazionali. Ogni volta che una pratica viene decisa da un algoritmo invece che da chi il debitore lo conosce di persona, un pezzo del patrimonio intangibile del credito cooperativo si consuma. È un patrimonio che non compare in nessuna riga di bilancio e che, una volta perso, non si ricostruisce.
Nessuno di questi amministratori sostiene che le BCC salvino l'economia calabrese, e fanno bene. Fanno qualcosa di più piccolo e più verificabile. Tengono aperto un canale di credito per debitori che il modello statistico scarta, in posti dove servire un cliente costa più di quanto renda. In una regione che perde abitanti e imprese questa è un'infrastruttura, e come tutte le infrastrutture va giudicata per quello che rende possibile, non per l'utile che produce. Il che è poi anche la ragione per cui va sorvegliata con lo stesso rigore della simpatia che suscita.
*Dottore commercialista e pubblicista


