Pressioni economiche, isolamento e intimidazioni minano l’informazione indipendente. Accade dappertutto. Ma raccontare la realtà, anche quando è scomoda, resta un dovere civile che non può essere delegato al silenzio
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I cinquant’anni di Repubblica coincidono, non senza amarezza, con il declino pressoché inesorabile dei giornali cartacei. Per decenni la vita politica e civile del Paese ha avuto un luogo preciso: la carta stampata. Quotidiani come il Corriere della Sera e la Repubblica non si limitavano a raccontare i fatti, li ordinavano, li rendevano comprensibili, li sottoponevano al giudizio pubblico.
Nulla accadeva davvero se non attraversava quelle pagine. Talvolta bastava un articolo per incrinare un potere, per far cadere un governo. Quel mondo è finito. Ne è nato un altro, ancora instabile, ancora privo di regole condivise. Un mondo in cui l’informazione è ovunque, ma la libertà di informare non è mai stata così fragile. Un Paese non smette di essere soltanto quando chiudono i giornali, ma quando smette di ascoltarli.
Oggi chi esercita un giornalismo indipendente raramente viene colpito in modo diretto. I meccanismi sono più sottili: pressioni economiche, isolamento, delegittimazione, tentativi di controllo, intimidazioni mascherate. Accade in Italia, accade nel mondo. Accade anche in Calabria. Perché l’informazione libera continua a rappresentare un ostacolo per chi preferisce l’opacità alla trasparenza.
I regimi autoritari lo dimostrano con chiarezza. In Iran si spegne la rete per lasciare soli i giovani che chiedono libertà. È una strategia antica: colpire la comunicazione per spezzare la coscienza collettiva. Ma sarebbe un errore pensare che il problema riguardi solo le dittature. Dalla Russia alla Cina, fino a molte democrazie occidentali sempre meno tolleranti verso il dissenso, anche l’America di Trump ha mostrato quanto l’informazione indipendente venga percepita come un fastidio, non come un presidio.
La comunicazione non è un accessorio della democrazia. È una sua condizione essenziale. Dove viene compressa, la democrazia si svuota.
Colpisce, allora, l’indifferenza con cui le società che si definiscono libere assistono a questo processo. Raramente si scende in piazza per difendere il diritto a sapere, a conoscere, a essere informati. Ci si accorge del valore dell’informazione solo quando viene meno, quando il silenzio diventa sistema. Per questo va difesa prima, non dopo.
Nel nostro lavoro proviamo a fare una cosa semplice e impegnativa: informare senza pregiudizi, con l’idea che il giornalismo sia prima di tutto un servizio civile. È una responsabilità che pesa ovunque, ma pesa di più in una regione complessa come la Calabria.
La Calabria è una terra che si indebolisce. Raccontarla come ultima d’Europa, come la più povera, è doloroso. È doloroso mostrare famiglie costrette ai banchi alimentari, ambulanze che non arrivano, ospedali senza medici e senza prospettive, giovani che partono e non tornano. Non piace a nessuno. Ma il silenzio non è un’alternativa.
Fare cronaca è difficile. Fare cronaca politica lo è ancora di più. Ma non si può fingere che corruzione, criminalità organizzata e illegalità diffusa siano scomparse dall’orizzonte pubblico. Scriverne non significa accanirsi, significa assumersi una responsabilità. Cercare la verità, anche quando è scomoda, resta il compito fondamentale dell’informazione.
La Calabria ultima d’Europa è una ferita aperta, che contraddice ogni narrazione autoassolutoria. Ma il futuro non può essere affidato alla rimozione. Istituzioni, politica, cultura, società civile sono chiamate a uno sforzo comune. Lavoro, sanità, lotta alla povertà, spopolamento, fuga dei giovani, borghi abbandonati non possono essere temi occasionali, ma priorità condivise.
Nel 2026 continueremo a occuparcene con maggiore determinazione. Perché le responsabilità hanno radici profonde e nomi plurali. Quando una terra sta così male, nessuno può dirsi innocente. E nessuno può permettersi di raccontare una verità che non c’è.



