Astensione, personalizzazione del potere, Parlamento indebolito e politica degli slogan: così le democrazie rischiano di perdere la loro sostanza senza essere formalmente abolite
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Le democrazie raramente muoiono in una notte. Non sempre c’è un colpo di Stato, un esercito nelle strade, una Costituzione sospesa. Più spesso si consumano lentamente, dall’interno. Perdono credibilità, autorevolezza, partecipazione. Continuano a esistere nella forma, mentre la loro sostanza si assottiglia giorno dopo giorno.
È questo il rischio che oggi attraversa molte delle democrazie occidentali.
Il primo segnale è sotto gli occhi di tutti. Sempre meno cittadini votano. In molti Paesi l’astensione è diventata il primo partito. Da oltre vent’anni milioni di persone rinunciano a partecipare alla vita pubblica, convinte che il loro voto non cambi nulla. Forse è questa la più grave sconfitta della democrazia: non quando qualcuno le toglie la libertà, ma quando i cittadini smettono di esercitarla.
Il rischio di un potere senza contrappesi
Ma c’è un secondo problema, ancora più insidioso. Cosa accade quando il potere conquistato democraticamente finisce per sottrarsi ai limiti che la stessa democrazia gli impone?
La storia insegna che nessun sistema è immune da questa tentazione. Anche leader eletti liberamente possono trasformare il consenso in un’investitura personale, fino a considerare le istituzioni un ostacolo anziché un contrappeso. Il punto non è il nome di chi governa. Il punto è la capacità della democrazia di ricordare a chiunque che nessun voto conferisce un potere assoluto.
Una delle principali democrazie occidentali, gli Stati Uniti, vive oggi una stagione di forte polarizzazione politica, nella quale il presidente concentra un’enorme capacità di incidere sul destino del Paese e, in parte, del mondo. Senza tenere in alcun conto il Congresso e il Senato, perfino nel dichiarare una guerra!
È una realtà che impone una domanda: i contrappesi democratici sono ancora sufficientemente forti da contenere ogni possibile eccesso del potere?
La stessa domanda vale, in misura diversa, anche per le nostre comunità.
La personalizzazione delle istituzioni
Sempre più spesso assistiamo a una progressiva personalizzazione delle istituzioni. Sindaci che si identificano con il Comune e pretendono di rappresentarlo in esclusiva. Presidenti di Regione che finiscono per coincidere con l’intera amministrazione, con uno stile troppo spesso autoritario.
Le assemblee elettive vengono sempre più spesso relegate sullo sfondo. Consigli comunali e regionali ridotti a ratificare decisioni già prese altrove, con le opposizioni escluse da ogni passaggio. E così: il confronto lascia spazio all’obbedienza, il pluralismo all’accentramento.
Il Parlamento e l'abuso della decretazione d'urgenza
Un esempio concreto di questo progressivo squilibrio riguarda il crescente ricorso ai decreti-legge. La Costituzione li prevede come strumenti eccezionali, da utilizzare soltanto nei casi straordinari di “necessità e urgenza”. Nella pratica, però, la decretazione d’urgenza è diventata sempre più spesso la via ordinaria per legiferare. Il risultato è uno spostamento del baricentro del potere normativo dal Parlamento al Governo. Le Camere finiscono spesso per limitarsi a convertire testi già definiti dall’esecutivo, talvolta sotto la pressione del voto di fiducia, mentre il confronto parlamentare si riduce progressivamente. Non è una violazione formale della democrazia, ma è uno di quei processi lenti attraverso i quali gli equilibri istituzionali possono indebolirsi senza che ce ne accorgiamo.
La politica dell'algoritmo
Anche il linguaggio della politica è cambiato. La discussione pubblica viene sostituita dalla comunicazione permanente. Il dibattito cede il passo all’algoritmo. Le conferenze stampa diventano video da trenta secondi, i programmi vengono sostituiti dagli slogan, il consenso quotidiano prevale sulla qualità delle decisioni. La politica non cerca più soltanto di governare: cerca soprattutto di occupare l’attenzione.
Nel frattempo continuano a prosperare fenomeni che una democrazia matura dovrebbe combattere con maggiore decisione: corruzione, spreco di denaro pubblico, clientele, occupazione del potere, fedeltà personali elevate a principale criterio di selezione. Quando il merito smette di essere il principio fondamentale delle istituzioni, non si produce soltanto un’ingiustizia. Si indebolisce la qualità stessa dello Stato.
Una responsabilità condivisa
Sarebbe però troppo semplice attribuire ogni responsabilità alla classe dirigente.
Una democrazia vive soltanto se vivono i suoi cittadini. Se questi rinunciano a informarsi, si accontentano degli slogan, trasformano la politica in tifo o delegano completamente il controllo di chi governa, allora la crisi riguarda tutti. La democrazia non è un servizio che qualcuno offre. È una responsabilità condivisa.
Per questo difendere la democrazia oggi significa avere il coraggio di riformarla. Rafforzarne i contrappesi. Rendere più efficaci i controlli. Restituire centralità alle assemblee elettive e al Parlamento, cui la Costituzione affida la funzione legislativa. Premiare competenza e merito. Contrastare con fermezza ogni forma di clientelismo e abuso. Ma significa anche ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni, perché nessuna legge potrà mai sostituire una partecipazione consapevole.
Le dittature hanno paura del voto. Le democrazie dovrebbero avere paura del giorno in cui il voto non interesserà più a nessuno.
Perché una democrazia non finisce quando viene abolita. Finisce quando smette di essere creduta. E da quel momento resta in piedi soltanto la sua facciata, mentre la sua anima ha già cominciato ad andarsene.

