Un pomeriggio di confronto con trenta giovani collaboratori. Le loro idee diventano i progetti di LaC. E a realizzarli saranno loro
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Domenico Maduli
C'è una frase che mi porto a casa dall'incontro con i collaboratori esterni del network LaC. L'ha detta uno di loro, quasi per scherzo, mentre si parlava di algoritmi e di automazione: «Le intelligenze artificiali di LaC siamo noi». Ha fatto sorridere tutti, ma è la sintesi più seria di quel pomeriggio. Nessuna macchina saprà sostituire la curiosità, la sensibilità e lo sguardo con cui questi ragazzi raccontano i fatti. È questa la nostra vera tecnologia, e non ha prezzo.
Eravamo una trentina attorno a un tavolo, con il direttore Franco Laratta. C'erano volti giovanissimi e penne più esperte, e non è una contraddizione. Non si è giovani per l'età scritta sulla carta d'identità, ma per il modo di stare al mondo e di vivere. Negli anni ho conosciuto persone molto più grandi di me che avevano la giovinezza di un bambino di sette anni. Quella giovinezza l'ho ritrovata intorno a quel tavolo.
Non c'era una scaletta da seguire. Non volevo una riunione: volevo ascoltare. Ho trovato molta bellezza e molta lucidità, analisi mature e una freschezza di idee che raramente si incontra nei contesti tradizionali e nelle abitudini consolidate di un certo giornalismo. Alla fine in tanti hanno voluto ringraziare per lo spazio e per l'ascolto. Ho risposto che non c'era nulla da ringraziare. La fiducia non è un favore che si concede. È un investimento, e io su questi ragazzi intendo investire.
Una diagnosi senza sconti
Mi hanno parlato con una franchezza che apprezzo. Uno studente, musicista in una band, mi ha detto che la sua generazione non ascolta più la radio e non guarda più la televisione, tanto meno quella regionale. Un ragazzo di diciassette anni mi ha spiegato che si fida di più di chi ha la sua età e il suo modo di vedere il mondo che di chi la vita l'ha già vissuta. Un editore potrebbe offendersi. Io ho preso appunti, perché i dati dicono la stessa cosa: tra i 14 e i 29 anni ci si informa più su Instagram che dai telegiornali. Chi ha il coraggio di dire queste cose a chi guida un'azienda merita di essere ascoltato due volte.
Ma nessuno si è fermato alla diagnosi. Ognuno ha portato una proposta, e alcune sono di grande qualità.
Le loro idee, i nostri progetti
La prima risponde proprio al problema del linguaggio: raccontare gli stessi contenuti con due voci. Un attore e drammaturgo, insieme ai più giovani, ha immaginato un video-podcast a tre voci, con un giornalista esperto, un under 30 e un ospite allo stesso tavolo. Accanto a questo ci saranno i pezzi più forti della settimana, reinterpretati dai ragazzi per i social. L'obiettivo è tradurre il linguaggio senza abbassare il livello: parlare ai quindicenni senza smettere di parlare a tutti.
La seconda nasce dai paesi. Un collaboratore di Filadelfia ce l'ha detto con chiarezza: il metodo LaC va portato in ogni territorio, perché le cose si cambiano lavorando ogni giorno. In Calabria otto comuni su dieci hanno meno di cinquemila abitanti, e troppi non li racconta più nessuno. Nascerà un osservatorio dei comuni, affidato a corrispondenti che vivono quei luoghi e li conoscono. Lo spirito sarà il nostro: sensibilizzare, non attaccare.
La terza guarda al vivaio. Gli studenti hanno proposto un ponte con l'Università della Calabria, con una rubrica raccontata da loro e masterclass in redazione per chi sogna questo mestiere. Il ragazzo di diciassette anni ha chiesto di entrare nelle scuole, perché siano i ragazzi a parlare ai ragazzi. Qualcuno ha aggiunto che, se si vuole fare qualcosa di forte, bisogna partire anni prima e formare le persone. Ha ragione.
Poi c'è l'intelligenza artificiale. Ne abbiamo discusso senza paura e senza ingenuità, anche grazie a un giovane docente di Ingegneria informatica e a chi già la usa ogni giorno. L'AI vale per il contesto che le dai, e il contesto lo creiamo noi: il nostro archivio, la nostra conoscenza della Calabria, le nostre storie. Prima viene la strategia, poi gli strumenti, con regole chiare a tutela del pubblico e di chi ci mette la voce e il volto.
Altre idee sono state più sorprendenti, e non per questo meno preziose: laboratori ed eventi sul territorio, una task force sul nostro patrimonio culturale, perfino un fumetto per i più piccoli. Una giovane collaboratrice ci ha ricordato che il pubblico di domani va conquistato oggi, anche da bambino. Nessuna di queste proposte finirà in un cassetto.
Con loro, non per loro
Voglio essere chiaro: questi progetti non li affideremo ad altri. Li costruiremo con i ragazzi che li hanno pensati. Saranno loro a dare voce, volto e linguaggio a quello che nascerà. Non faranno da comparse né da appendice del network: saranno protagonisti, con responsabilità vere e obiettivi chiari, e avranno la possibilità di dimostrare quanto valgono. Ho lanciato anche una sfida: un telegiornale ideato e prodotto interamente da giovani. So che la raccoglieranno.
Una di loro, raccontando l'incontro, ha scritto una cosa che mi ha colpito. Il vecchio proverbio dice «impara l'arte e mettila da parte», ma in questo mestiere l'arte non si impara guardando da lontano e non migliora chiusa in un cassetto. Si impara mettendosi in gioco, sbagliando e sperimentando sul campo. LaC vuole essere questa palestra: un luogo dove web, televisione e radio si incontrano e dove un ragazzo può imparare ogni linguaggio del giornalismo di oggi. Molti di loro sono arrivati qui per strade diverse, e c'è chi ha saputo riconoscere il loro talento. È il lavoro paziente del direttore Laratta, e va riconosciuto.
So che le idee da sole non bastano. Per vendere bisogna costruire, e noi questo non l'abbiamo ancora costruito. Per questo i primi progetti partiranno entro la fine dell'anno, con una squadra scelta tra chi era in quella sala. Ogni progetto avrà un responsabile. Tra novanta giorni ci ritroveremo, con la stessa squadra, per guardare insieme i risultati e decidere come crescere.
Il futuro si scrive da qui
Per troppe generazioni i giovani calabresi hanno avuto davanti solo due strade: rassegnarsi o partire. In questa terra nasci, vivi, la superi e poi ci puoi anche rientrare. Ma io voglio che chi ha talento non sia costretto ad andarsene per essere ascoltato. LaC è nata per dare alla Calabria un senso di libertà, e ha dimostrato che da qui si può costruire un polo editoriale capace di farsi valere in tutto il Paese. Ora tocca a una nuova generazione portarlo più lontano.
Questo periodo storico è un'occasione straordinaria per fare la differenza. Alla fine è questo che conta nella vita. Non contano i soldi, il prestigio, il ruolo che ci portiamo dietro o il titolo con cui ci chiamano. Conta quello per cui ci alziamo la mattina e che ci tiene in piedi fino a tarda sera: fare la differenza per qualcuno o per qualcosa. Per me quel qualcosa è la terra dove sono nato.
La Calabria oggi ha meno bisogno di miti del self-made man e di post a pagamento. Ha bisogno di gente che fa la differenza. Questo è il momento di farla noi, nel territorio dove siamo nati. È una grande occasione per la nostra Calabria, e non possiamo lasciarcela sfuggire.
Alla fine dell'incontro ho lasciato a tutti una domanda: chi vogliamo essere domani? Se non ce la poniamo adesso, diventiamo ombre.
Quei ragazzi una risposta ce l'hanno già. Il nostro compito è non sprecarla.



