Ieri abbiamo celebrato il 25 aprile, che non è una ricorrenza qualsiasi. Non è una data da consumare nella ritualità o da piegare a contrapposizioni ideologiche semplificate. È il giorno in cui l’Italia ha riconquistato la libertà dopo una guerra disastrosa e vent’anni di regime che avevano cancellato diritti, pluralismo, democrazia.
È, soprattutto, l’inizio di un percorso, quello che ha riportato il Paese tra le grandi democrazie e ha restituito ai cittadini non parole, ma diritti reali, concreti, esercitabili.
Proprio per questo, guardare al presente impone uno scarto. Meno retorica, più inquietudine.
Il mondo sta entrando in una fase nuova, segnata da una instabilità crescente. Le guerre si moltiplicano, il linguaggio pubblico si irrigidisce, la diplomazia arretra mentre avanzano logiche di contrapposizione permanente. Il confronto si restringe, la mediazione si indebolisce, lo scontro torna a essere percepito come uno strumento legittimo.
Ed è in questo passaggio che si annida il rischio più sottile, quello che la libertà, conquistata a caro prezzo, non venga negata apertamente, ma progressivamente svuotata.
La libertà, infatti, non è un principio astratto. Esiste solo nella sua praticabilità.
Esiste se si può parlare senza paura, discutere senza essere delegittimati, lavorare con dignità, studiare senza ostacoli insormontabili, muoversi, scegliere, votare dentro condizioni reali di equilibrio. Quando queste condizioni si incrinano, non si incrinano soltanto i diritti, si incrina la sostanza stessa della democrazia.
È ciò che sta accadendo, lentamente, ma in modo riconoscibile.
La crisi economica non si limita a comprimere redditi, erode possibilità. Il diritto allo studio diventa più fragile, quello al lavoro più incerto, la mobilità più selettiva, l’accesso alla giustizia più complesso. Sempre più famiglie faticano non solo a sostenere una vita dignitosa, ma a immaginare un futuro.
E quando si riduce la possibilità di scegliere, si riduce anche la libertà.
In questo quadro, la Calabria non è un’eccezione, è un caso emblematico, e per molti aspetti più esposto.
I grandi temi restano ai margini del dibattito pubblico, come se non fossero urgenti. Lo spopolamento, che svuota territori, rompe comunità, impoverisce il tessuto sociale, continua a essere raccontato più che affrontato.
Manca una visione riconoscibile, una direzione chiara su cosa la Calabria voglia essere, su quali settori investire, su quali energie costruire il proprio futuro.
Ma il punto più critico è un altro, ed è più profondo, riguarda la qualità stessa del confronto democratico.
Il dibattito politico appare sempre più chiuso, autoreferenziale, distante dalla realtà quotidiana. Le istituzioni parlano poco e ascoltano ancora meno. Eppure una democrazia senza ascolto è una democrazia che si svuota dall’interno.
Anche la dinamica elettorale riflette questa difficoltà.
La formazione delle liste per le comunali restituisce l’immagine di partiti ripiegati su se stessi, incapaci, o non interessati, a intercettare energie nuove, salvo in rari casi. Università, imprese, giovani generazioni restano ai margini, coinvolti più come presenza simbolica che come forza reale.
E così le promesse tornano a occupare lo spazio lasciato vuoto dalla credibilità.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Cittadini trattati come elettori da conquistare, non come persone da rappresentare.
Quando questo accade, cresce la distanza, si consolida la sfiducia, si allarga l’astensione. È un circolo vizioso che indebolisce ulteriormente le istituzioni e riduce la partecipazione a un rito sempre meno sentito.
Il 25 aprile, allora, non è soltanto memoria. È misura.
Ci ricorda che la libertà non è mai definitiva, che non si conserva da sola, che non resiste senza condizioni materiali che la rendano possibile.
Non basta celebrarla. Bisogna garantirla.
E oggi, tra crisi economiche, tensioni internazionali e fragilità interne, quella libertà appare meno solida di quanto vorremmo credere.
Non perché qualcuno l’abbia cancellata.
Ma perché, giorno dopo giorno, rischiamo di accorgerci troppo tardi di averla resa più fragile.