Dalla chiusura dello Stretto di Hormuz alle tensioni nel Mar Rosso, la crisi energetica mette a rischio le catene di approvvigionamento alimentare, con impatti devastanti in Africa e Asia
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L'insicurezza alimentare globale rischia di raggiungere un nuovo record storico nei prossimi mesi a causa della guerra in Medio Oriente e dell'impennata dei prezzi energetici. È l'allarme lanciato dal World food programme delle Nazioni Unite. "Se il conflitto in Medio Oriente dovesse continuare fino a giugno, 45 milioni di persone potrebbero cadere in una situazione di insicurezza alimentare acuta a causa dell'aumento dei prezzi", ha dichiarato il vicedirettore esecutivo del Wfp, Carl Skau, durante un briefing a Ginevra. "Questo porterebbe i livelli di fame nel mondo a un record: è una prospettiva terribile".
Secondo una nuova analisi dell'agenzia Onu, il numero di persone colpite da insicurezza alimentare acuta potrebbe quindi salire dagli attuali circa 320 milioni a livelli superiori a quelli raggiunti nel 2022, quando la guerra in Ucraina fece schizzare i prezzi alimentari fino a coinvolgere 349 milioni di persone. Il Programma alimentare mondiale avverte che, se il conflitto non si fermerà entro meta' anno e il prezzo del petrolio resterà sopra i 100 dollari al barile, il mondo potrebbe trovarsi di fronte a uno scenario analogo o peggiore rispetto a quello seguito alla crisi ucraina.
Alla base dell'allarme c'è il blocco di fatto dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, chiuso dall'Iran in risposta all'offensiva militare lanciata a fine febbraio da Stati Uniti e Israele.
Le tensioni nel Mar Rosso aggravano ulteriormente il quadro. Secondo il Wfp, l'aumento dei prezzi di energia, carburanti e fertilizzanti sta già avendo effetti a catena sui sistemi alimentari globali. "È un rischio importante per Paesi come Somalia e Kenya, che dipendono dalle importazioni di fertilizzanti dal Golfo", ha spiegato Skau. L'aumento combinato dei prezzi del cibo e dell'energia potrebbe impedire a milioni di famiglie di accedere ai beni di prima necessità, in particolare nelle economie più vulnerabili e dipendenti dalle importazioni, come quelle dell'Africa subsahariana e dell'Asia.
Le proiezioni indicano un aumento del numero di persone in insicurezza alimentare del: +21% in Africa occidentale e centrale; +17% in Africa orientale e australe +24% in Asia. In Sudan, dove il conflitto interno dura da tre anni, il Paese importa circa l'80% del grano: qualsiasi aumento dei prezzi potrebbe spingere nuove fasce della popolazione verso la fame, mentre condizioni di carestia sono già presenti.
La crisi energetica e le tensioni sulle rotte marittime stanno inoltre colpendo direttamente le operazioni umanitarie. "Le nostre catene di approvvigionamento potrebbero essere sull'orlo della più grave perturbazione dai tempi del Covid e della guerra in Ucraina", ha avvertito Skau. I costi di trasporto marittimo per il Wfp sono già aumentati del 18%, mentre migliaia di camion utilizzati per la distribuzione degli aiuti operano con carburanti sempre più costosi. Il tutto avviene in un contesto di forti tagli ai finanziamenti internazionali, che hanno già costretto l'agenzia a ridurre alcuni programmi. In Sudan sono state diminuite le razioni alimentari per le popolazioni colpite dalla fame, mentre in Afghanistan il Pam riesce a sostenere solo un bambino su quattro affetto da malnutrizione acuta. Per l'agenzia Onu, senza una de-escalation del conflitto e un contenimento dei prezzi energetici, il rischio è quello di una nuova crisi alimentare globale su larga scala.

