Flavio Briatore non è un personaggio che passa inosservato. Non è mai stato accomodante, né un uomo di mezzo. Ha sempre affrontato la realtà con il suo piglio, attraversando successi e errori, cadute e risalite.

A 75 anni, l’imprenditore si racconta in una lunga intervista al Corriere della Sera, ripercorrendo vita e carriera con la stessa schiettezza che lo ha sempre contraddistinto.

«Non ho ricordi particolari di bambino. Vivevo in un paese piccolissimo… non c’era niente, solo neve a catinelle». Da qui Briatore parte per ricordare i genitori insegnanti, una bocciatura, poi il percorso scolastico da geometra, fino a quando emerge una precoce intraprendenza imprenditoriale: «A 8 anni facevo il bookmaker… con quelle dritte tornavo a scuola per far scommettere i miei compagni».

A caratterizzare la sua vita, fuori dagli schemi e dal comune, è stato soprattutto il senso del rischio, con il quale ha dovuto convivere fin dagli inizi e che ha saputo governare fino all’attualità.

La svolta decisiva della sua vita professionale arriva grazie a un altro grande imprenditore: «Devo tutto a Benetton. Senza di lui non dico che sarei rimasto nel paesello, ma di sicuro avrei fatto altro».

È l’inizio della fase più esaltante della sua carriera, quella alla guida della squadra di Formula 1. Anni che porteranno alla conquista di sette titoli mondiali e alla ribalta internazionale piloti come Michael Schumacher e Fernando Alonso. Risultati straordinari, allora impensabili, che Briatore stesso definisce tra i suoi traguardi più importanti: «Se riesci a vincere 7 Mondiali vuol dire che sei proprio bravo».

Ma la sua vita non è fatta solo di successi. Ed è lui stesso ad ammetterlo, considerando gli errori inevitabili per chi agisce e decide: «Gli errori sono una costante: se fai, sbagli. Il segreto è correggere subito il tiro, senza insistere per orgoglio». Un approccio che rivendica anche nelle scelte più rischiose, come puntare su giovanissimi piloti anziché su nomi già affermati.

Dal punto di vista manageriale Briatore è sempre stato audace, ma anche pragmatico. Lo dimostrano le sue attività imprenditoriali, oggi concentrate soprattutto nella ristorazione e nell’intrattenimento. Ambiti discutibili per alcuni, ma capaci di creare ricchezza, economia e soprattutto posti di lavoro. Un dato che resta, al di là delle polemiche, quando si parla di un personaggio inevitabilmente discusso e divisivo.

Emblematica la sua posizione sul fisco e su Montecarlo, spesso vissuta come rifugio per evasori: «Io non ho un conto corrente in Italia dagli anni Ottanta… vivo qui perché ho creato business e qui si dà maggiore protezione fiscale».

E netto resta il giudizio sul rapporto con il nostro Paese: «L’Italia non mi ha mai aiutato… non si merita che ci viva», afferma, tornando anche sulla vicenda dello yacht Force Blue, venduto all’asta a un prezzo che ha sempre giudicato iniquo.

Il tono cambia completamente quando parla degli affetti. Di Elisabetta Gregoraci, sua ex moglie, dice: «Siamo stati bravi a mettere nostro figlio al primo posto. Non saremo più una coppia, ma non smetteremo di essere i suoi genitori».

E poi c’è Nathan Falco, che vive e studia in Svizzera: «Parla quattro lingue, lo tengo al corrente di quello che succede nelle mie aziende… e gli do 500 euro di paghetta al mese». Ma aggiunge qualcosa di inatteso: «Gli auguro salute e felicità… se vorrà fare una vita normale, voglio che sia felice».

Altri passaggi dell’intervista meritano attenzione. Parlando di Michael Schumacher, il pilota con cui vinse il primo titolo mondiale, confida: «Non sono mai andato a trovarlo. lo rivedo sorridente dopo una vittoria e preferisco ricordarlo così».

La carriera di Flavio Briatore è complessa, spesso controversa, talvolta difficile da comprendere. Ma è lui stesso a tirare le somme: «Non mi pento di nulla: è servito tutto a scrivere la mia storia».

Una storia divisiva, certo, ma che ha lasciato un segno profondo nel mondo dell’impresa, dello sport e degli affari.