Il messaggio ufficiale è chiaro, perfino chirurgico: niente sceriffi, niente pattugliamenti, niente “operazioni”. La presenza americana ai Giochi di Milano-Cortina, per quanto riguarda l’Ice, viene riscritta in un perimetro stretto, controllato, quasi asettico. A metterlo nero su bianco è l’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, Tilman J. Fertitta, in un comunicato lungo e dettagliato: la Homeland Security Investigations, il braccio investigativo dell’Ice, sarà coinvolta con un «ruolo strettamente consultivo e basato sull’intelligence», senza alcun impiego sul terreno. Tradotto: analisti, non uomini armati.

La garanzia, viene spiegato, è quella richiesta e ottenuta dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi in un incontro con il diplomatico. E la precisazione che accompagna la promessa è pensata per chiudere ogni polemica: «Tutte le operazioni di sicurezza resteranno di competenza delle autorità italiane». Il Viminale, insomma, mette la firma su un concetto semplice: ai Giochi comandano le nostre forze dell’ordine, punto.

Eppure, a Roma, sanno che una frase non basta a cancellare un’immagine. Perché il problema non è soltanto tecnico, non è solo “che cosa faranno” gli americani. È che cosa evocano, oggi, nel dibattito pubblico. E nel racconto politico.

Minneapolis, una parola che brucia

Dentro la maggioranza, la preoccupazione per l’impatto sull’opinione pubblica è alta. Anche ammesso che arrivino dieci persone “in giacca e cravatta” e non reparti operativi, la sigla Ice ha ormai un peso simbolico esplosivo. E l’immagine dell’infermiere Alex Pretti, ucciso per strada a Minneapolis con dieci colpi di pistola, è ancora troppo fresca per non produrre attrito anche in Italia. È un fatto che la politica conosce bene: non discute più solo di competenze e protocolli, ma di percezioni, di emozioni, di riflessi immediati.

Il punto, in queste ore, è che l’indignazione non arriva soltanto da sinistra. La Cei è intervenuta auspicando che «l’ordine pubblico sia assicurato il più possibile dalle nostre autorità». E subito dopo è arrivata una frase ancora più netta del segretario di Stato vaticano Pietro Parolin: «La Santa Sede è sempre per evitare qualsiasi tipo di violenza, è inaccettabile». Una presa di posizione che, in un Paese come l’Italia, pesa eccome: non è un commento di parte, è un segnale di disagio trasversale. E se il disagio diventa trasversale, la gestione politica diventa più complicata.

La mossa di FdI: «Noi non siamo loro»

È in questo clima che arriva il dossier dell’ufficio studi di Fratelli d’Italia, espressione della comunicazione coordinata da Giovanbattista Fazzolari, che prova a compiere un passo ulteriore: marcare una distanza netta tra l’agenzia federale americana e i corpi di polizia italiani. Il testo mette l’accento sulla differenza culturale e operativa: «La cronaca che arriva da Minneapolis mostra metodologie di gestione dell’ordine pubblico e della sicurezza che non appartengono al bagaglio professionale e culturale delle forze di sicurezza italiane». E insiste: qui le forze dell’ordine «hanno regole di ingaggio totalmente differenti» anche sull’uso delle armi.

La linea viene definita “ferma”: «Non c’è dubbio che la violenza e gli abusi siano sempre da condannare». È una frase che suona come una cintura di sicurezza: serve a chiudere, a prevenire, a disinnescare la critica più dura, quella che accusa il governo di voler “importare” un modello americano di ordine pubblico.

Ma il dossier non si limita alla distanza, cerca anche lo scontro. Rimanda al mittente le accuse del centrosinistra con un argomento che punta più alla polemica che al merito: dov’erano, chiede FdI, quando l’Ice operava sotto Barack Obama? È il tentativo di trasformare la contestazione in un attacco “a orologeria”, quindi strumentale. Funziona? Dipende da quanto l’opinione pubblica è disposta a ragionare in termini storici quando la scena che resta impressa è quella dei filmati, delle retate, dei metodi descritti come violenti.

Il punto più scomodo: reclutamento, requisiti allentati, addestramento dimezzato

C’è un passaggio, nel report, che suona come una lama a doppio taglio. Gli stessi analisti meloniani ricordano che Trump avrebbe lanciato una campagna di reclutamento per aumentare gli agenti da 10mila a 22mila e che, per incentivare le adesioni, sarebbero stati allentati alcuni requisiti, compreso il tempo di addestramento, dimezzato a otto settimane. È un dettaglio che, messo sul tavolo, non tranquillizza: suggerisce un apparato in espansione, più numeroso e potenzialmente meno formato. E quando il dibattito pubblico è già in tensione per le immagini di Minneapolis, ogni informazione che richiami “formazione lasca” diventa benzina.

Nel vademecum compare anche un’ultima “frecciata” da usare in aula e nei talk show: chi accusa il governo di “appaltare la sicurezza agli Usa”, sostiene FdI, dimentica che durante il Covid il governo con Giuseppe Conte fece entrare in Italia più di 100 militari russi per gestire l’emergenza, pagandone anche il costo. È un argomento costruito per spostare il campo della discussione: non più Ice sì/Ice no, ma “anche voi lo avete fatto con altri”. Politicamente può servire. Nel merito, però, non spegne la questione centrale: oggi, per molti, l’Ice non è una sigla neutra.

E così, anche con le garanzie diplomatiche e i paletti del Viminale, il dossier resta aperto. Perché Milano-Cortina non è solo un evento da mettere in sicurezza: è una vetrina mondiale. E in una vetrina mondiale, persino “dieci analisti consultivi” possono trasformarsi in un simbolo. E i simboli, in politica, contano più dei comunicati.