Il diario di un pedofilo, pagina dopo pagina, continua a restituire un’immagine sempre più disturbante del potere occidentale. Gli Epstein Files, resi pubblici dal Dipartimento di Giustizia americano, non chiudono ferite: le riaprono. E ogni nuova rivelazione sembra spingere un po’ più in là il limite del peggio, perché non si limita a raccontare l’orrore delle vittime, ma illumina anche la zona grigia fatta di amicizie, favori, frequentazioni, porte che si aprono e si richiudono quando conviene.

L’ultima mossa arriva da JD Vance. In un’intervista al Daily Mail, il vicepresidente degli Stati Uniti ha dichiarato che sosterrebbe un’iniziativa bipartisan per convocare davanti al Congresso americano l’ex principe Andrea, Andrea Mountbatten-Windsor, per chiarire la sua amicizia con Jeffrey Epstein. «Sta ai repubblicani in Congresso decidere», ha precisato Vance, lasciando però intendere che la questione non è solo giudiziaria o diplomatica: è politica, e riguarda il modo in cui Washington sceglie di gestire i simboli. Il punto non è soltanto “che cosa sapeva” Andrea, ma cosa rappresenta la sua presenza dentro quel mondo, e quanto quel mondo sia stato a lungo trattato come un salotto e non come una scena del crimine.

Nelle stesse dichiarazioni, Vance ha aggiunto che i documenti su Epstein «scagionano Donald Trump», ma allo stesso tempo mostrano «la natura piuttosto incestuosa delle élite americane». Un’espressione brutale, che fotografa bene il clima che circonda la pubblicazione dei file: non una resa dei conti definitiva, ma un lento e inesorabile sgretolamento dell’immagine pubblica di chi per anni ha ruotato attorno a Epstein. E soprattutto una guerra di narrazione: chi esce pulito, chi viene trascinato nel fango, chi resta in mezzo, chi spera che l’attenzione si sposti altrove prima che arrivi il suo turno.

Dai documenti emerge anche uno scambio di email che getta nuova luce sul rapporto tra Epstein e Trump. In una mail del febbraio 2017 all’ex segretario al Tesoro Larry Summers, riportata dal Telegraph, Epstein scrive: «Ricordo di averti detto che ho incontrato persone davvero cattive, ma nessuna peggiore di Trump. Non c’è nessuna cellula decente nel suo corpo. Quindi sì, è pericoloso». Parole che arrivano dal cuore stesso di quell’universo tossico e che, proprio per questo, hanno un doppio effetto: da un lato vengono usate come munizioni nel conflitto politico, dall’altro ricordano la natura ambigua di ogni testimonianza che nasce dentro un sistema di manipolazioni, ricatti, convenienze. Anche i predatori, quando parlano, parlano per sé.

Intanto, il terremoto investe anche altri nomi simbolo del potere economico e filantropico americano. L’ex moglie di Bill Gates, Melinda French Gates, ha commentato con amarezza i nuovi dettagli emersi. «Le persone menzionate nei documenti relativi a Jeffrey Epstein hanno qualcosa da spiegare, e tra queste c’è anche Bill Gates», ha detto, dicendosi profondamente addolorata per le vittime. «È qualcosa di straziante. Ricordo di aver avuto l’età di quelle ragazze, ricordo le mie figlie a quell’età. È personalmente difficile ogni volta che emergono dettagli». È un passaggio che sposta la prospettiva: non la curiosità morbosa per i “nomi”, ma l’impatto umano che quei file continuano a produrre, perché ogni riga che torna a galla è un promemoria del fatto che il centro della storia non sono le celebrità, ma le ragazze reclutate, sfruttate, ridotte a materiale di consumo.

Le parole di French Gates diventano ancora più pesanti alla luce di quanto riportato negli ultimi file: Gates, secondo i documenti, avrebbe contratto una malattia venerea dopo rapporti con ragazze russe. Un dettaglio che, al di là della sua tenuta in sede processuale, alimenta un racconto già carico di ombre e imbarazzo pubblico, e conferma il meccanismo tipico dei dossier: trasformare la reputazione in un campo minato, dove basta un frammento per far esplodere tutto.

Come se non bastasse, dagli atti citati dal New York Times emerge anche l’ultimo tentativo di Epstein di controllare il proprio lascito. Due giorni prima di togliersi la vita, il finanziere aveva firmato un documento con cui destinava la maggior parte del suo patrimonio – circa 100 milioni di dollari – alla fidanzata dell’epoca, Karyna Shuliak. Il documento, denominato “1953 Trust”, rivelerebbe anche l’intenzione di sposarla e di regalarle un diamante da 33 carati. Nel trust comparivano inoltre circa quaranta potenziali beneficiari: un elenco che non è solo un dettaglio patrimoniale, ma la fotografia di una rete, di un perimetro di relazioni che Epstein continuava a disegnare fino all’ultimo, come se potesse mettere ordine in un mondo che aveva prosperato sul disordine morale.

E intanto restano le immagini: feste, sorrisi, foto che oggi vengono rilette come prove, o come indizi, o come semplici simboli di prossimità. È questo che rende gli Epstein Files così tossici: non offrono soltanto fatti, ma moltiplicano interpretazioni, sospetti, accuse e controaccuse, in un gioco dove il potere tenta di salvarsi dichiarandosi “estraneo”, mentre il pubblico chiede conto di come sia stato possibile frequentare un predatore senza accorgersene, o accorgendosene troppo tardi.

Tra pressioni sul principe Andrea, email velenose, dichiarazioni pubbliche e retroscena che filtrano a gocce, gli Epstein Files stanno facendo una cosa precisa: costringere il potere a esporsi, a spiegarsi, a scegliere una linea. E ogni scelta, in questo momento, sembra lasciare comunque una traccia.